Raimondo Marino, da Maradona al Dio della Bibbia: "La mia storia senza compromessi"

Gli inizi a Galati e le battute del fratello a Nino Frassica, il rapporto controverso con l'argentino e la rottura per Patrizio Oliva, la superstizione di Fascetti e quella frase mai detta ai tifosi del Messina. Allenatore "pulp" in giro per l'Italia, l'ex difensore del Napoli racconta i suoi 59 anni

Raimondo Marino e Diego Armando Maradona

Aveva nove anni il 17 giugno del 1970 ma non pensava che la sua vita sarebbe stata come Italia-Germania 4-3. Un saliscendi continuo, una vita spericolata più che da mediano, l'amicizia interrotta con il Dio del pallone e l'amore infinito per il Dio della Bibbia. Un articolo non basterebbe a sintetizzare i 59 anni del difensore che sembrava nato ad Amsterdam e non in Sicilia perché era universale: centrale, terzino, mediano, centrocampista aggiunto e all'occorrenza pure attaccante nei minuti in cui o fai gol oppure dici addio a una stagione intera. Raimondo Marino era già lunghetto quando Albertosi (scoprirete più avanti perché citiamo il portiere e non Rivera) era tra i pali azzurri all'Azteca mentre lui marcava gli amici del campo di Galati marina: il villaggio messinese che nel 1950 diede i natali anche a Nino Frassica e che qualcosa nel Dna di particolare deve pur avere a parte le spiagge erose dal mare dove l'acqua allaga le abitazioni a ridosso della sabbia. "Eravamo una grande comitiva e c'era pure Frassica, io già famoso perché giocavo nel Napoli e lui si dava da fare nelle radio per un futuro nello spettacolo, mio fratello Mario insegnava le battute a Nino". A proposito di fratelli se Raimondo prendeva meno di sei in pagella una volta diventato professionista erano dolori al telefono e quelle parole lo facevano star male. Per Marino, cristiano evangelico, il 1975 era avanti tutta. 

Da Galati ai ragazzi del Napoli, le scarpe rotte e la zona di Krol  

Ma un ragazzino di Galati marina come fa a indossare la maglia del Napoli? "Il Messina nel 1975 mi aveva bocciato (e torna la vecchia storia dei messinesi costretti a fuggire), preferirono altri, mi dividevo tra il campo di calcio e la Chiesa, voleva prendermi il Riccione, un osservatore storico del Napoli, Franco Grillo, mi tiene in considerazione, e un suo amico, Spedalieri, arriva al campo per visionare un centinaio di ragazzi, a luglio lasciavo Messina". Marino fa quella che si chiama trafila con giovanissimi, allievi e Primavera degli azzurri negli anni in cui Pino Daniele cominciava a mischiare il dialetto al blues. Ma farsi largo non è semplice. Per un futuro da calciatore di serie A e il Napoli poteva garantire soldi e successo è possibile trovarti contro tutto e tutti e superare ostacoli a ogni passo. "Infatti mi volevano mandare via, qualche dirigente sportivo non era proprio corretto con me, venivo da una famiglia povera ed era più facile colpire i più deboli, per questo i raccomandati non mi sono mai piaciuti, per fortuna a Napoli arrivò Mario Corso (uno dei miei due maestri con Angelo Benedicto Sormani) che ferma i trasferimenti perché vuole decidere lui chi mantenere in squadra e chi no, giochiamo le partite determinanti nei campetti della Solfatara di Pozzuoli e resto in Primavera altrimenti chissà dove sarei finito...".

Nel '78 vince il campionato di primavera e il 14 ottobre del 1979 il debutto in A a San Siro contro l'Inter. Luis Vinicio lo preferisce a Francesco Bomben. In stanza con Bruscolotti, la sera prima, la comunicazione. "Te la senti di marcare Altobelli? Tremavo, io che anche tra i ragazzi del Napoli leggevo la Bibbia e mi inginocchiavo in preghiera, mi prendevano in giro per questo e perché mi allenavo con le scarpe bucate, mia madre mi comprò quelle da calcio, i miei parenti salivano a Napoli ogni mese per portarmi tutto ciò che mi serviva". Due mesi dopo l'esordio il primo gol proprio al Milan del portiere dell'Azteca, di testa su cross di Gaetano Musella. Il 1982-83 è l'anno della consacrazione con 27 presenze e due reti, è una delle giovani promesse italiane e va pure in Under 21. I precedenti accanto all'olandese Krol sono stati importanti anche se..."Ho imparato molto da lui, però ci litigai perché se la prendeva sempre con i giovani, diceva i giovani non mi ascoltano, Krol giocava a zona, gli dissi di fare i nomi e di non generalizzare". L'allenatore Bruno Pesaola era uno che non si faceva condizionare. Ma l'anno dopo il Napoli lo spedisce in B al Catanzaro per un accordo a fine stagione tra i dirigenti delle due società.  

La presentazione di Maradona e Marino, i pugni di Oliva a Sacco 

Il 5 luglio 1984 in un San Paolo in festa per Diego Armando Maradona c'è anche Marino, negli spogliatoi, per le visite mediche. Il messinese rientrato dalla Calabria al quale Rino Marchesi voleva bene come un figlio e l'argentino ceduto dal Barcellona che a Napoli aveva già trovato la nuova famiglia calcistica dopo aver lasciato quella naturale a Villa Fiorito. "Sul lettino lui così piccolo fa un balzo per abbracciarmi". Il rapporto con Maradona è di amore e odio. "Avevamo un'amicizia fraterna con Diego, era di compagnia, uno che scherzava oltre a fare delle cose con i piedi che noi non riuscivamo neppure con le mani, ero l'unico a permettermi di tiragli i gavettoni ma poi il rapporto è cambiato". Marino stringe una forte amicizia con il pugile Patrizio Oliva, lo Sparviero. L'italiano nel 1986 vince il mondiale a Montecarlo contro l'argentino Ubaldo Nestor Sacco. Maradona e Marino si ritrovano anche loro in un ring, da avversari, e in palio c'è lo stipendio di un mese. "Siamo arrivati alle mani per la vittoria di Oliva, da allora non fu più lo stesso, Andrea Carnevale ci divise e prese le mie difese, quando Maradona tornò a Napoli mi chiamò ma l'amicizia non era più come prima, Maradona è così: o sei con lui o contro di lui, non ci sono mezze misure, io non sono tipo da compromessi ma dico e faccio quello che penso". Oliva è campione del mondo, Maradona vince il Mondiale all'Azteca (toh chi si rivede) e tra il 1986 e il 1987 il Napoli per la prima volta nella sua storia è campione d'Italia. Marino ne gioca solo quattro, le prime, poi è di nuovo B alla Lazio con meno nove in classifica per la penalizzazione. Nella cessione si misero di mezzo un ministro e un segretario nazionale di partito. I rinforzi a Roma servivano come pane per gli affamati perché la C aleggiava sulla Capitale. "Con i soldi della mia cessione il Napoli acquistò Francesco Romano, l'uomo che sistemò la geometria di quella squadra". Per Marino neppure la medaglia d'oro di campione d'Italia.

Alla Lazio, mai dimenticato. La superstizione di Fascetti

Il 21 settembre del 1986 Renzo Gobbo sfonda la rete dell'Olimpico, il Messina vince e va tra i primi della B, la Lazio è già nei guai, Eugenio Fascetti vuole rinforzi e con Marino, collante tra difesa e centrocampo, le cose cambiano presto. "Alla Lazio mi fecero un contratto di quattro anni (ne giocherà tre con i biancocelesti: 200 milioni il primo anno, 250 il secondo, 300 il terzo e 400 il quarto). Anche lui li ripaga con una salvezza record (a Napoli contro il Campobasso) e i gol alle battistrada Pescara e Cremonese da attaccante navigato. Nel giugno 1988 è serie A con La Lazio e contro il Taranto (anni dopo in Puglia dividerà la gestione tecnica con l'aiuto ai senzatetto) la "legnata" di Marino apre le danze promozione. "La Lazio aveva un grande allenatore, Fascetti, che era anche un grande uomo, mi faceva riposare sempre il giovedì e non mi allenavo perché vincemmo una gara fermandomi il giovedì e per superstizione volle continuare". Marino, in B, tornò nella sua Messina, al "Celeste", subendo la prepotenza sotto rete di Totò Schillaci. Era il Messina di Scoglio che rischiò di andare in massima serie. "Un giornalista disse ai tifosi giallorossi una frase mai pronunciata dal sottoscritto: che il Messina sarebbe rimasto in B, una calunnia, poi con i tifosi, anni dopo, ci fu il chiarimento ma avevo chiesto il faccia a faccia".  

"Ma quale Van Basten? Solo Genzano mi fece ammattire"

Un anno alla Lazio, quello del ritorno in A, e il trasferimento a Lecce. "Il presidente Calleri litigò con Fascetti mentre io ero molto legato al mister, il direttore Regalia voleva comandare la mia vita privata perché mi vedevo ancora con Fascetti, così andai a Lecce, due anni importanti". Con Napoli, Lazio e Lecce ha marcato i più forti dell'epoca in Italia: Van Basten, Platini, Vialli, Altobelli, Serena. "Ma nessuno di loro mi dava fastidio, non avevo paura a marcarli, usavo il cervello e non solo fisico e piedi e conoscevo le loro caratteristiche, l'unico che fece ammattire me e Krol fu Antonio Genzano del Cesena, mamma mia che giocate, qualche difficoltà me la diede pure il compianto Borgonovo, poi non dribblavo troppo per timore di sbagliare e prendere cattivi voti in pagella". Altrimenti i fratelli si arrabbiavano. Gioca con la maglia della sua città nel 1991 ma fu retrocessione in C. "Da Lecce andai via per problemi fisici, il presidente si ritrovò contro i tifosi, in quel Messina invece c'erano tanti nomi ma non è che con i soli nomi...poi con Veneranda che ci spremeva quando facevamo fatica pure a camminare fu la fine, avevo ricucito il rapporto con i sostenitori messinesi che capirono tutto, l'anno dopo in C1 mi ruppi il tendine d'achille e non giocai parte del campionato". Chiusura di carriera a L'Aquila. 

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Marino allenatore "pulp": "Volevo aiutare il Messina di Stracuzzi"

La carriera da tecnico somiglia a un film di Tarantino. Tra le sue squadre la Primavera del Napoli e una finale scudetto con l'Atalanta. "Mi chiusero in una stanza perché non volevo schierare un giocatore, ho avuto paura, a Taranto invece c'era la Digos a proteggermi perché non avevo accettato di prendere alcuni calciatori e ne avevo messo fuori rosa uno, non ho mai accettato imposizioni di nessun tipo, a Gubbio commisi l'errore più grande della mia vita perché mi promisero mari e monti e non fu così". Due figli che intanto crescono, Daniele e Dino. Il primo pupillo all'Inter di Roberto Mancini nel 2006 e che quest'anno è alla Virtus Francavilla, il secondo che ha debuttato pure in A con i nerazzurri e gioca a Brindisi. Raimondo e figli, a Lecce, gestiscono la Scuola Calcio Academy, un'eccellenza che ha rapporti con le migliori società che si occupano di far crescere sul serio i talenti, come l'Atalanta. "Alleno i ragazzi ma oggi il calcio rispetto ai miei anni è pure peggiorato, non sono uno che si fa corrompere, non m'interessano i soldi". A Messina rientra per trascorrere un pò di tempo con i familiari. "Durante la gestione Stracuzzi avrei voluto collaborare per il rilancio della squadra ma il presidente non mi volle ascoltare, il problema è che la società ha bisogno di messinesi veri che siano innamorati del club, solo chi ha a cuore la città e la sente sua può riportare la squadra in altre categorie". "Che Dio ti benedica" è il suo saluto, all'inizio e alla fine della chiacchierata, è una liturgia. E' la sua testimonianza. Prima la fede e poi tutto il resto. 
 

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