Colomban, la signorilità in campo: fuggiasco da Istria in patria a Messina

Ricordi del centrocampista-allenatore scomparso il 18 maggio che i genitori non volevano calciatore. Dal gol vittoria a Catania senza convocazione ufficiale alla scoperta ad Alghero di Cuccureddu, Ispettore Rock a Taranto. In Sicilia arrivò per un dispetto...

Tonino Colomban

Il più anglosassone dei giocatori del Messina e il più messinese di quelli che provenivano da oltre Stretto. Lui che con la Sicilia e la Gran Bretagna c'entrava ben poco. Purtroppo l'articolo non potrà leggerlo e se fosse in vita lo avrebbe commentato con gli amici con piglio professionale ma senza lasciarsi andare, senza foga ed eccessi verbali. Non avrebbe detto nulla ai figli Gianpaolo, messinese doc, e Renato, tarantino, perché in casa parlare di calcio e di fatti privati era "vietato" Antonio Colomban, per tutti Tonino, era stato colpito a Pasqua da un ictus, a 88 anni, e fermato da una cardiopatia il 18 maggio scorso durante il ricovero all'ospedale Papardo.

In fuga da Istria, il calcio contro la volontà dei genitori 

Nel 1951 il Ferry Boat lo sbarca in città, veniva da Trieste ma con ultimo domicilio Milano quel ragazzo elegante che non andò più via da Messina se non per giocare e allenare altrove ma ritornando sempre, terminati gli incarichi, a riscaldarsi al sole dello Stretto. Nato nell'italiana Fasana (o Fazana nell'odierna Croazia) in piena arroganza politica fascista fu costretto a lasciare la sua terra, Istria, nell'esodo giuliano-dalmata poco più che ragazzino, con tutti i parenti, perché il maresciallo Josip Broz Tito pretendeva fedeltà assoluta al Socialismo dagli italiani "annessi" con tutte le proprietà private al regime comunista jugoslavo. L'alternativa per evitare la morte era fuggire in Italia che aveva appeso testa in giù a Milano il dittatore che aveva altre idee da Tito ma sempre autoritarie e antidemocratiche. Case e terreni dei Colomban, loro stavano molto bene a Istria, vennero confiscate nel 1945 e furono tra le prime famiglie italoslave a dover scappare. Un anticipo della guerra dei Balcani che scoppiò 50 anni dopo con il crollo del Muro di Berlino. La famiglia aveva qualcosa da parte e scelsero da profughi la vicina Trieste. Dove oggi risiedono una zia e i cugini. E' qui che Tonino inizia a farsi notare tra strade di polvere trasformate in campetti ma i genitori non volevano mica che diventasse un calciatore perché era un mestiere da "schiavi": contratti che valevano poco e zero garanzie sindacali, i soldi giravano solo a certi livelli. Fu il nonno e non il padre di Tonino a trasmettergli la passione per il pallone quando il Grande Torino era la squadra più forte del mondo e l'Italia aveva già in bacheca due Coppe Rimet. Colomban aveva qualità importanti in campo tanto che venne a vederlo un ex centravanti della Juventus per portarlo con sè a Torino. Ma nella trattativa si inserì il Milan che a 14 anni, l'anno che gli italiani scelsero la Repubblica sulla monarchia, lo portò in Collegio tra i giovanissimi rossoneri. Una vita rigorosa che convinse i genitori a lasciarlo andare nonostante la diffidenza nel futuro del figlio. Padre e madre volevano per Tonino altro (lui si diplomò al Liceo Classico anni dopo a Messina) ma piedi ed elegenza tecnica e tattica lo facevano somigliare a Gianni Rivera, quando ancora Rivera doveva entrare sulla scena, e queste caratteristiche unite alla passione vinserò su coloro che volevano sgonfiare per sempre il pallone. 

A Messina per dispetto

A 19 anni la Sicilia e la maglia del Messina. Per dispetto. Il presidente del Milan Umberto Trabattoni per un diverbio con uno dei due vice Mario Mauprivez e Antonio De Dionigi spedì il ragazzo nel profondo Sud. I due volevano tenere Colomban e lanciarlo in prima squadra ma vinse uno dei predecessori di Silvio Berlusconi. Quando si dice il destino. Colomban a Messina ci fece casa e famiglia, sette campionati di B consecutivi e altri da allenatore che secondo statistiche lo incasellano come calciatore con più presenze tra i biancoscudati. Appena ventenne nelle "infuocate" partite al "Giovanni Celeste" era un magrolino centrocampista ma dal tocco delizioso e vellutato come crema e sapeva leggere cosa succedeva in campo. Tanto che nel 1957, a 25 anni, venne promosso allenatore-giocatore. E il rispetto nei suoi confronti crebbe, l'educazione e la serietà professionale fecero il resto insieme al carisma. Nel 1954 Colomban sposò la messinese Marina Salemme alla quale Tonino disse più o meno così: "Sappi che sposerai un calciatore, dovrai seguirmi in tutto perché il calcio è la mia vita". Altro che veline e Ibiza, così fece Marina fino al giorno dei funerali alla Chiesa Sant'Elena, a Messina. Si erano innamorati da vicini di casa, anche l'amico giocatore Adelchi Brach, compagno di appartamento, sposò un'altra vicina di casa di allora e anche lei, amica di Marina, viveva tra gli edifici che da piazza del Popolo scendono ancora oggi verso piazza Cairoli. 

Non convocato, segna la vittoria a Catania 

Nel suo primo anno in giallorosso Colomban marca la rete che diede al Messina uno dei pochissimi successi esterni a Catania che al Cibali era una bestia nera quando affrontava i giallorossi. Tonino non venne convocato. Il giorno prima, sabato pomeriggio dedicato al rituale film al cinema con i compagni e la cena al ristorante Bonanno (locale di passaggio per gli avventori che dalla stazione Centrale  risalivano la via Tommaso Cannizzaro) il ragazzo non trovò nessuno ad aspettarlo. Arrabbiato, andò via e la società non lo convocò per la gara di Catania. Il giorno dopo pranza da solo, da Bonanno, e alcuni tifosi in auto vedendolo al ristorante lo convinsero a farsi accompagnare sotto l'Etna per vedere insieme la partita. Sceso negli spogliatoi, ebbe il chiarimento con tecnico e dirigenti e una volta in campo Colomban esplose la rabbia per lo 0-1 finale. Quando si dice che la tifoseria trascina la squadra. Nel 1957 il Messina lo cede al Cagliari per risanare le casse, due anni dopo lo raggiunge nell'Isola il portiere Peppino Salerno, compagno di squadra in Sicilia. Tra il 1960-1963 è a Taranto dove i tifosi lo chiamano Ispettore Rock, uno dei personaggi Carosello che pubblicizzava la brillantina Linetti. "Lei è un fenomeno ispettore, non sbaglia mai, non è esatto - rispondeva Rock, l'attore Cesare Polacco - anch'io ho commesso un errore, non ho mai usato la brillantina Linetti".  Nel 1964 è il più giovane allenatore di serie A, 32, in panchina nella sua Messina. Colomban non era solo un tecnico, era pure un ottimo osservatore e di ragazzi che ebbero un grande futuro ne scoprì parecchi: uno su tutti Antonello Cuccureddu, una delle icone della Juventus anni Settanta. Da mister della Torres Colomban fu inviato a visionare ad Alghero un ragazzo di talento, siamo alla fine degli anni Sessanta. Gli bastò un tempo per capire che quello giusto era Cuccuruddu e non l'altro. Così l'eclettico terzino acquistato seicentomila lire dalla Torres passò al Brescia l'anno successivo per 45 milioni. E dodici mesi dopo Gianpiero Boniperti, uno che con i soldi e gli affari calcistici non scherzava mai, lo portò in bianconero.

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Le due salvezze del Messina, le parole del figlio Gianpaolo

La famiglia Colomban fece tappa anche ad Olbia e a Gallipoli, a Vittoria dove vinse il campionato, e poi Igea Virtus, Terranova Gela, Nissa e anche Catania nel 1986 (la società rossazzurra come Torres e Taranto ha ricordato il tecnico con necrologi e messaggi , imbarazzante silenzio invece dalle due società calcistiche locali: Acr Messina e Fc Messina, la Gioventà Giallorossa rappresentata da Nino Martorana ha omaggiato in Chiesa l'uomo, il giocatore e l'allenatore). Troppo presto dimenticato, eppure nel 1991 in B, in panchina con Pietro Ruisi dopo aver preso il posto dell'esonerato Peppe Materazzi, consentì ai giallorossi una salvezza che sembrava difficile con una vittoria e quattro pareggi nelle ultime giornate. Nel 1993 altra salvezza, in campo, in C1, sempre da trainer del Messina con Gianni Anna. Nell'ultima di campionato, 0-0 a Ischia, ci fu la caccia all'uomo contro giocatori e dirigenti giallorossi. Colomban era lì ma non potè nulla quando i fratelli Massimino decisero il fallimento della società. A metà anni Novanta l'allora sindaco Franco Providenti e l'assessore Gaetano Giunta lo chiamarono da Consulente allo Sport a fianco dell'amministrazione comunale. Non allenò più. Le ultime frasi sono di Gianpaolo Colomban: "Mio padre è stato un uomo che si è speso per lo sport, per il calcio che era la sua ragione di vita e per il Messina in particolare, è stato un professionista rigoroso e riservato, abbiamo vissuto sulla nostra pelle la sua passione trasformata in lavoro". 

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