Discoteche sparite lasciano il posto a lidini e club, dove cambia il ritmo del ballo e dello sballo

I templi della musica diventano archeologia ma restano i luoghi di aggregazione con gli stessi obiettivi di sempre: bere, conoscere e divertirsi. A tanti ventenni di ieri danno apprensione perchè da genitori si dimentica “quanto è bello avere paura”

Quel che resta di Ultimo Impero

Alfredo Reni-2-3Ci sono fatti di cronaca che documentano atti di violenza all’esterno ed all’interno di locali (il più recente è avvenuto in un club di Santa Teresa Riva), che porta spesso a chiedersi se e cosa è cambiato nel mondo del divertimento notturno. Episodi che fanno crescere la preoccupazione dei genitori: una volta, ai nostri tempi, non era meglio? Andare a ballare era un esercizio pericoloso? Che cosa è cambiato, cosa è peggiorato.

E se alla fine fosse invece rimasto tutto sommato uguale?

Mi son ritrovato poco tempo fa a leggere un articolo che documentava i templi della discoteca degli anni 80/90. La discoteca, intesa come uno spazio che più grande era e meglio era, senza il complessino con musica confidenziale ma con il dj, si consolida in Italia di riflesso, sulla scia di un film, La febbre del sabato sera, e attraverso le cronache mondane che raccontano dello Studio 54, la discoteca newyorkese zeppa di attori, rockstar e modelle. Le più celebri e vipparole si concentrano nella riviera romagnola, in Sardegna, a Taormina.

Quando con la ragazza ci dovevi parlare senza like

Ma c’è una discoteca in ogni città, preferibilmente lontano per poter avere aree dove parcheggiare e poche limitazioni acustiche, luoghi di aggregazione con ingredienti simili: un grande spazio delimitato da casse acustiche e luci, uno o più bar, salottini. Prosperano in un periodo storico in cui quel luogo rappresenta il più importante se non unico centro di socializzazione (avete presente? No facebook no whatsapp, no Shazam, la ragazza che ti piaceva ci dovevi parlare mica scrivere o mettere like), dove ascoltare e ballare musica che non potevi sentire altrove (niente download, o la compravi o trovavi qualcuno che la metteva sulle cassette per il walkman), il brivido della trasgressione dato dall’alcool (e non solo), le pulsioni sessuali.

C’era la discoteca per il venerdì e quella del sabato sera, quella della domenica pomeriggio, quella della mattina. Riuscire ad andare in tutte faceva curriculum. Poi, come una specie di data di scadenza irrevocabile, a partire dalla metà degli anni 90, le discoteche così come erano concepite spariscono una dopo l’altra: alcune diventano centri commerciali, molte altre incuria e abbandono creano come degli strani reperti di archeologia: c’è un sito di una blogger, Jessica Da Ros “Memories on a dancefloor” zeppa di immagini di questi ex centri del divertimento.

Perché spariscono e cosa ne ha preso il posto? E ci sono differenze che possiamo fare? C’è una risposta che vale per tutte le domande elencate: il cambio generazionale. I ventenni che popolavano quelle disco, poi son cresciuti hanno affrontato le “altre” cose della  vita, il lavoro, il matrimonio, i figli. La inevitabile modifica nei gusti e nel fisico. E le loro discoteche hanno perso i clienti. Ma sono proprio gli ex ventenni che si chiedono con curiosità preoccupata cosa è cambiato. Perché il loro modo di divertirsi ha subito quello che percepiscono come diverso.

Due “giri” al bar e musica a 130 battute

Ora, dal mio modesto osservatorio che mi consente di mantenere un legame col mondo della notte, e senza indossare i panni del sociologo da strapazzo, a me pare che non ci siano differenze notevoli, al netto dell’uso degli spazi: adesso si chiamano club, o discobar. O “lidini” nell’eccezione estiva messinese. Rimangono luoghi di aggregazione, con riti che non si sono modificati nel tempo: il bere, lo sballo, il fare conoscenze.

Poche modifiche nel tempo, ma parecchie negli spazi e nei tempi: adesso è tutto più veloce, lo sballo deve arrivare subito, facilitato dal fatto che non c’è più il biglietto d’ingresso con consumazione, quell’equivalente adesso consente almeno due giri al bar (da noi: con quello che era il costo d’ingresso nelle mega discoteche a Rimini o Riccione, adesso al bar ci vai 6/7 volte), i ritmi del ballo viaggiano ad una velocità superiore: le 100 battute al minuto delle canzoni anni 80, adesso raggiungono le 125/130 battute.

Le spregevoli scazzottate c’erano e ci sono ancora. Le discoteche non sono mai state il male e continuano a non esserlo. C’è una cosa che succede a noi adulti, una volta vicini ai 40 e poi oltre: ci dimentichiamo di cosa vuol dire avere vent’anni. C’è una canzone di un giovane duo milanese che dice “Quanto è brutto avere vent’anni/ quanto è brutto avere rimpianti/ ma quanto è bello avere paura”. 

La paura che a vent’anni diventa un incosciente e spavaldo coraggio. Certo, le nuove generazioni hanno un tasso di volgarità che non era cosi alto e cosi diffuso come in un passato non molto lontano; si è abbassata l’età media dei frequentatori con addirittura serate per soli 15/16enni con i genitori fuori in macchina ad aspettare (avete mai visto papà o mamma ad aspettare fuori dal Taitù? Inconcepibile): ma cosi come le discoteche non ci hanno reso peggiori negli anni 80, non rende peggiori nemmeno loro, a questo provvedono i social con l’ossessione dell’immagine e il rendere noto tutto di loro.

E soprattutto l’esempio di molti, troppi adulti. Gli stessi che oggi guardano con sospetto le “nuove” discoteche  e la musica di Sferaebbasta.

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