Museo della fauna, quando sulla Panoramica abitavano gli elefanti

Alla Dipartimento di Scienze Veterinarie un paziente e appassionato lavoro di ricerca sui resti delle molteplici specie faunistiche succedutesi nel territorio messinese. Con queste sorprese

Il Museo della Fauna del Dipartimento di Scienze Veterinarie della nostra Università conduce da tempo, ed eccellentemente, un paziente e appassionato lavoro di ricerca sui resti delle molteplici specie faunistiche succedutesi nel territorio messinese.

Fondato nel 2011 grazie all’intuizione di Filippo Spadola, docente di Chirurgia Veterinaria e pregevole naturalista, la struttura nasce come “laboratorio per lo studio di animali non convenzionali”.

La sezione paleontologica contiene reperti fossili ritrovati in gran parte nella grotta di S. Teodoro ad Acquedolci, sito preistorico noto a livello internazionale per la messa in luce, negli anni 1937-1942, di sette sepolture del Paleolitico superiore. I resti fossili documentano le diverse fasi dell’evoluzione geologica dello Stretto di Messina e suggeriscono l’esistenza, nel nostro territorio, di ambienti di vita simili a quelli attualmente presenti in alcune aree dell’Africa. Una particolare importanza riveste la collezione di resti di grandi mammiferi (elefanti e ippopotami) messa insieme dall’illustre naturalista Adolfo Berdar, proveniente dalle cave di ghiaia e sabbia un tempo insistenti lungo la panoramica dello Stretto.

Mauro Cavallaro-2La sezione faunistica rappresenta una vera e propria “banca dati” della diversità animale siciliana; vi si conservano esemplari anche rari della fauna terrestre e marina dell’area dello Stretto. Al compito primario di conservazione dei vari materiali zoologici si affianca lo studio di tali materiali e quindi l’illustrazione dei risultati ottenuti, con correlata ricaduta formativa nella preparazione universitaria dei futuri medici veterinari.

Il Museo ha ottenuto il prestigioso riconoscimento di Istituzione Scientifica, concesso dalla Commissione Cites del Ministero dell’Ambiente, tutela del territorio e del mare. Molteplici le collaborazioni scientifiche (Natural History Museum di Londra, Università di Bristol, York, Oxford, La Sapienza di Roma). Gli studenti di ogni ordine e grado possono accedere ai locali del museo con apposite visite guidate che, oltre all’esposizione dei materiali, prevedono la realizzazione di attività pratiche grazie a una piattaforma sperimentale che simula uno scavo paleontologico vero e proprio.

Il Museo è coinvolto in diversi progetti di ricerca e recupero di collezioni naturalistiche e opera grazie al lavoro di un Comitato Tecnico Scientifico composto da studiosi di vaglia internazionale.

Uno di questi studiosi, il quale è anche conservatore della sezione faune marine del Museo, è il messinese Mauro Cavallaro (nella foto), dal 2014 a tutt’oggi professore di zoologia nel corso di laurea magistrale in Medicina Veterinaria. Cavallaro, laurea in scienze naturali e biologiche, è autore di oltre 60 pubblicazioni scientifiche su riviste di tutto il mondo.

“C’è sempre molto lavoro e poche risorse cui attingere ma i risultati ottenuti fino a oggi dimostrano che i musei naturalistici debbono essere al servizio della società e del suo sviluppo - spiega il progessore  Cavallaro - concorrendo così al raggiungimento di una sostenibilità non tanto e con solo economica bensì individuale, sociale e ambientale”.

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Un messaggio che fa ben comprendere come ogni comunità, a cominciare dalla nostra, non può davvero considerarsi tale se non ha coscienza della propria storia naturalistica, intesa come combinazione di biotipi che nel lungo arco dei secoli si sono equilibrati tra di loro per dar luogo a una catena, allentare anche uno solo dei cui anelli determina, di necessità, il crollo verticale del nostro intero ecosistema.

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