La forma delle idee

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Castanea delle Furie, chiesa madre senza campanile e orologio: ci pensa il signor CG

Quattro passi nel piccolo villaggio dei Peloritani dove un “misterioso” abitante ha sopperito alle carenze di progettisti e amministratori scandendo il tempo sulla facciata del suo edificio

Una chiesa madre senza campanile e senza orologio, singolare carenza cui ha supplito un privato, installando un orologio sul suo palazzo, limitrofo alla chiesa, cui fa riferimento la comunità.

A Messina, posto sulla parte acromiale del crinale dei Monti Peloritani vi è un ameno paesino collinare dall’incerto toponimo: Castanea delle Furie. Il villaggio si adagia su una lieve sella orografica dalla quale si dipanano le strade per Messina, per le Masse, per Spartà e per Rodia. Ai suoi piedi si formano due compluvi, entrambi sfocianti sul Mar Tirreno: uno giunge nella località costiera di Spartà e l’altro in quella di Rodia.

Osservando il suo impianto urbano e la sua massa architettonica, emergono interessanti stratificazioni e alcuni elementi di pregio storico-artistico, come l’antica chiesa e il suo campanile di origini medievali.  Entrambi sorgono su un pianoro, che funge da sacrato e dominano la parte più antica del paese. Sul campanile campeggia un orologio meccanico, visibile da ogni punto del contado, che in passato è stato l’elemento con il quale la comunità ha misurato il suo tempo e organizzato le sue attività.

La piazza senza orologio

Con l’arrivo della modernità e grazie alla realizzazione della Strada Provinciale n. 50, l’organismo urbano si è espanso in direzione Sud, inglobando un tratto della strada provinciale medesima, dando vita alla zona “moderna” dell’attuale abitato. In questa zona, in prossimità dell’incrocio di tutte le strade, vecchie e nuove, è stato ricavato un nuovo spazio urbano di socializzazione, localizzato in posizione strategica rispetto alla nuova strada: un luogo di scambio di merci e d’incontri d’affari rurali e commerciali. Un’altra piazza, che ha sottratto la centralità urbana al vecchio sacrato, ormai troppo alto e distante dal nuovo transito stradale.

In questo nuovo spazio urbano, in posizione dominante, è stata eretta una nuova Chiesa Madre. Il potere spirituale, come è solito fare, si è insediato nel nuovo centro cittadino ostentando un’architettura tardo neoeclettica, che palesa alcuni stilemi dello Stile Romanico: il rosone, agli archetti pendenti sulle linee inclinate della facciata a capanna, il protiro radente che incornicia uno scontato portarle d’ingresso con lunetta superiore. Uno sforzo poco riuscito di evocare la tipica cattedrale dei borghi medievali. Un’emulazione che risulta parziale: manca, per completare l’esercizio citazionista, il campanile. Come ogni chiesa e come ogni sacrato che si rispetti. Questa carenza sembra essere dovuta all’evidente mancanza di spazio, poiché a sinistra della facciata passa la strada provinciale e a destra sorge un palazzetto, probabilmente preesistente, con il quale la chiesa condivide il dominio della piazza.

La nuova piazza è uno spazio urbano quieto per quanto articolato in ampi gradoni, attrezzato con comode panchine e fittamente alberato ai margini da frondosi platani che offrono un’ombra ristoratrice a chi vi sosta.  Uno spazio vissuto, che ispira nei cittadini un processo d’identificazione ormai compiuto: la classica “chiazza du paisi” dove la comunità si incontra, si riconosce, si identifica ed esercita pienamente il suo campanilismo. Un campanilismo insolito: un campanilismo senza campanile, e senza un orologio civico.

L’orologio del signor C.G.

Il visitatore che giunge nella piazza d’istinto percepisce una sottrazione: non c’è il campanile e manca l’orologio. Ma al contempo coglie la stranezza che nonostante questa percepita assenza si respira una forte atmosfera carica d’identità, tipica di quei luoghi vivi dove le comunità si riconoscono. Poi guardando bene si accorge che il campanile c’è. La torre dell’orologio c’è, o almeno c’è il suo significante, è questo basta!

Qualcuno, sicuramente un personaggio che ha ricoperto, o forse ricopre ancora, un ruolo preminente all’interno di quella comunità, ha provveduto autonomamente a fornire la piazza di uno strumento per misurare il tempo. Il signor C.G. sulla facciata del suo edificio, sul cui timpano campeggiano le sue iniziali, ha montato un semplice grande orologio analogico di quelli che un tempo si compravano all’UPIM. L’orologio campeggia sulla piazza, chiaro e ben visibile, opportunamente protetto dalle intemperie con un oblò circolare in metallo e vetro. 

Il signor C.G.  ha installato sul suo palazzo, l’orologio civico mancante, garantendone l’efficienza e l’efficacia, supplendo e/o denunciando meritoriamente l’inefficienza di progettisti e amministratori. Così quell’orologio che sta a metà strada tra la denuncia civica e l’ostentazione di un forte potere, conduce lo sguardo su quelle iniziali, ribadite nella leziosa bandieruola di colmo, che sottolineano con fermezza inequivocabile che quel edificio, seppur adiacente alla chiesa, (vicinanza che sulle prime ci farebbe pensare ad una canonica o ad un edificio curiale) è un edificio laico. Un edificio che rappresenta o ha rappresentato il potere temporale del luogo. Un potere prosaico probabilmente economico, commerciale o latifondista, che nella piazza si è conquistato una posizione dominante, contrastando il potere spirituale al punto da impedirgli di espandersi con i suoi campanili e le sue parrocchie. 

Quel palazzetto, simbolo icastico dei rapporti conflittuali tra chiesa e borghesia del luogo, che ci fa immaginare lotte imperiture tra il “don Camillo” e “il Peppone” di quel borgo, oggi incarna il ruolo di mediatore tra lo spazio urbano e l’identità di chi lo frequenta. Quel palazzo si è fatto collante sociale, più della chiesa e delle istituzioni pubbliche. Ha tenuto riunita la comunità, mantenendo salda l’identità collettiva provvedendo alla necessità pubblica di avere un orologio. Ha dato risposta al bisogno collettivo, conscio e inconscio, di avere uno strumento che misuri il tempo della comunità medesima. Il Signor C.G. si è sostituito alla chiesa nel ruolo di “padrone del tempo”. Del tempo moderno di chi abita e vive quei luoghi. Egli ha ridato alla comunità un nuovo cuore che con il ticchettare delle sue lancette rappresenta il battito cardiaco di chi ha vissuto e vive la storia di quello spazio.

L’orologio del Signor C.G. è ormai il luogo comune del tempo dei castanoti e forse la lucida metafora delle loro dinamiche sociali.

La forma delle idee

L’architettura è un’idea che prende forma. È una storia che si plasticizza. Le città sono fatte di architetture, di palazzi, di monumenti, di spazi modellati dall’architettura. Le città sono la forma della Storia. “Quando visitiamo una città lo sguardo percorre le vie come pagine scritte” I. Calvino. Se la scrittura racconta il pensiero dell’uomo la città narra come egli vive o ha vissuto

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