Operazione Nebrodi, il gip Mastroeni: “La nuova mafia camaleontica, così evitano indagini e pentiti”

In 1.800 pagine l'analisi lucida e desolante di come cresce e cambia Cosa Nostra. Con raffinate strategie studia il nemico e sa aggirare tutti i protocolli di legalità, grazie anche ai ritardi pubblici”. A Tortorici? “E' come una classe sociale, contrastabile ma non eliminabile”

Riuscivano a individuare e rimuovere le microspie, al telefono solo appuntamenti brevi senza tante indicazioni. Anche nei locali “sicuri” vanno all’aperto, a parlare sottovoce, sotto un albero. E ancora: ditte intestate a “gente pulita”.

E’ una mafia che ha studiato quella che viene fuori dall’operazione Nebrodi che ha portato agli arresti di 94 persone, quasi duecento indagati e 150 aziende sequestrate. Una mafia dedida allo sfruttamento delle risorse pubbliche in agricoltura, che sa aggirare “tutti i protocolli di legalità, tutte le misure di indagine e di contrasto”, che ha saputo fare tesoro della propria esperienza, che esiste e resiste “per la sua capacità di studiare il 'nemico', di adattarsi alle circostanze, di individuare le migliori occasioni per arricchirsi e i punti più fragili di attacco, di rigenerarsi". Una "mafia dei pascoli moderna, che punta sempre di più alla terra, ma non come ritorno alle origini bensì al futuro, perché in base alla quantità di possesso arrivano i finanziamenti".

A inquadrarla così, con la sua nuova forza e le sue raffinate strategie, è l’ordinanza del Gip Salvatore Mastroeni, che più di una volta si è fatto notare per la capacità di miscelare il linguaggio tecnico e del diritto con la capacità di riflessione, comprensione e critica del saggio, forse l’operazione di scrittura più complessa, perché c’è prima la ricerca approfondita, poi la selezione degli aspetti utili e infine la grande competenza, perché la scelta delle informazioni è già un atto critico.

Ne viene fuori anche una analisi sociologica in quasi 1.800 pagine di ordinanza nell'ambito del blitz antimafia del Ros e della Guardia di finanza di Messina. Una radiografia della mafia e dalla "capacità camaleontica" in grado di "cambiare pelle e restare se stessa", "araba fenice che sempre risorge" nonostante i "mille processi" anche su uno stesso territorio.

Il rischio di una mafia che dialoga con l'Europa 

Salvatore Mastroeni-2"In quale modo, e per motivi non oscuri – scrive Mastroeni - si realizza un continuo effetto Penelope, la tela non è mai finita così come le associazioni dominano e persistono nonostante mille processi". Di più. Cosa nostra ha dimostrato di "evolvere, di adattarsi ai tempi", e soprattutto, "palesemente di usare i processi per imparare i metodi e il modus operandi del nemico, i carabinieri, i giudici, lo Stato, per crearsi anticorpi, per aggirarlo, per continuare a esistere e a fare affari milionari in barba a tutte le forze dello Stato e dello Stato tutto. E’ grave e desolante insieme – scrive ancora Mastroeni - verificare che, nel futuro, la mafia, forte di potere, mezzi e compromissioni, va a occupare un posto di primo piano a fronte di ritardi e obsolescenze e impotenze pubbliche e private. A ben pensarci, le emergenze di questa indagine - annota il gip rispetto l’indagine coordinata dalla Dda  - segnalano un fenomeno devastante, e probabilmente solo in nuce, con un rischio di proiezione ed estensione enorme e da verificare, la mafia pronta a dialogare, con i suoi mezzi illeciti, con l'Europa e uno Stato che può risultare indietro e in difesa".

Per il gip le indagini evidenziano "il protagonismo e l'efficienza della mafia, il suo rinnovarsi e modernizzarsi" con un rischio all'orizzonte, quello di una Cosa nostra che una volta "diventata milionaria" si porti in "zone di apparenti illeciti minori e poi, sempre più in zone franche e di immunità di alta economia e finanza apparentemente pulita".

Micidiali anticorpi che la rendono inaffondabile

Una capacità che emerge anche nelle indagini che hanno portato oggi a 94 arresti, tra vertici delle famiglie mafiose dei Batanesi e dei Bontempo Scavo, gregari, estortori e colletti bianchi. "Il presente processo dimostra come le microspie venissero individuate, rimosse, e comunque evitate - scrive il gip -. Come le conversazioni telefoniche si limitino a fissare appuntamenti con soggetti e per ragioni sempre imprecisate e come anche nei locali sicuri per parlare si esca, si vada all'aperto, sotto un albero e si parli pure sottovoce. Come le ditte siano intestate a prestanomi 'puliti'. Come si vada raffinando la scelta e il sistema dei reati. La mafia dei Nebrodi come le altre mafie - conclude il gip -, sono la riprova dell'adeguamento della mafia ai nemici e ai sistemi di attacco, evidenziando i micidiali anticorpi che la rendono inaffondabile".

"Le imprese risultano già nell'ambito di quelle gestite dalla organizzazione, e quando non sono del tutto virtuali, vi è prova dell'artifizio di fare apparire titoli falsi e attestazioni false degli operatori, con induzione o tentativo di induzione in errore dell'ente pagatore ed ingiusto profitto con le somme percepite per aiuti comunitari, o che si richiedevano comunque, con uso di timbri falsi, con concorso nel falso logico ed essendo accertato la intestazione fittizia a prestanome con gestione della organizzazione e per avere i benefici e per sottrarre ditta titolo e soldi a provvedimenti ablativi". E' quanto scrive il gip nell'ordinanza per i 94 arresti nell'operazione 'Nebrodi'.

La pesantezza delle pene scoraggia

"Tortorici richiama Cesare Bontempo Scavo, Vincenzo Bontempo Scavo, Galati Giordano Orlando, e poi Bontempo u Uappo - si legge nell'ordinanza -, i primi due irriducibili da 20 anni al carcere duro, il terzo personaggio assai complesso e collaboratore di giustizia, il quarto capo incontrastato dei batanesi, indicato significativamente da un associato come 'u Signuruzzu', la cui sola presenza sede le persone e impone la sua legge. La carcerazione dei Bontempo e poi, con successivi processi di decine e decine di affiliati, ergastoli, omicidi, centinaia di anni di carcere non hanno sradicato la mafia e Tortorici, e gli imputati odierni sono oggi una continuazione, con nuovi metodi e volti, ma sulla stessa scia di cultura e vincolo mafioso, più forte del carcere come dei tempi moderni".

C'è poi un altro aspetto, quello della pesantezza delle pene per i reati di mafia, che scoraggia azioni violente. "E' un dato indubitabile, di evidenza, e colto sulla propria pelle dai mafiosi, che la legislazione antimafia italiana costituisce un'eccellenza e ha un'altissima capacità di incidere e di contrasto. E di converso si verifica anche una marginale svantaggiosità dei reati di mafia, nel senso che pene per estorsioni e reati violenti risultano alte e ri reati connessi relativamente e comparativamente non molto produttivi, con un bilancio costi-benefici assolutamente svantaggioso". A questo si aggiunge il fatto che "le misure di prevenzione reali incidono pesantemente sui patrimoni mafiosi".

Meno stragista ma solo per interesse

"La realtà legislativa, che appare studiata dai mafiosi - scrive ancora il gip -, è che un operare 'quasi pacificamente', sottotraccia, dismettendo la veste violenta e mafiosa apparente, indossando guanti ma anche vestiti e colletti 'bianchi', l'operare nel mondo economico e imprenditoriale 'normale', rende con il costante uso di metodi illeciti ma non immediatamente mafiosi, benefici altissimi e rischi molto bassi. Il presente processo è un paradigma esemplare di questo nuovo volto della mafia, già emerso nel suo aspetto di connessione 'con il mondo di sopra' nella città di Messina, non ancora a Barcellona, e che a Tortorici, nelle campagne – scrive Mastroeni  -, dismettendo sempre la veste ferocissima avuta in quel territorio, si modella poi alle 'risorse' del territorio". Insomma, "non esiste una mafia più buona, esiste una mafia che ha compreso che le guerre di mafia da un verso attirano le indagini, dall'altro creano, nelle fazioni perdenti, l'alto rischio, per salvare la vita o vendetta che sia, del pentitismo. Ed ecco un primo motivo della mafia silente, comunque non guerrafondaia, non stragista e raramente omicida".

A Tortorici la mafia è quasi una classe sociale

"A Tortorici la mafia è, per assurdo, una specie di classe sociale, come tale contrastabile ma non eliminabile quasi già come categoria -  annota il gip nelle quasi 1800 pagine di ordinanza - consentono uno studio della mafia tortoriciana per circa un trentennio e fanno emergere "un'evidente inestirpabilità" di Cosa nostra "nonostante decine e decine di operazioni e processi". Ma per il gip emerge anche un altro elemento, ossia che la mafia è "un destino, con il suo prezzo messo in conto, una volta anche la morte, adesso il carcere".

Ecco perché, "in tali condizioni un riscatto completo, la liberazione del territorio, difficilmente sarà ottenuta dal solo intervento giudiziario. Proprio tale osmosi - si legge nell'ordinanza -, tale penetrazione nella struttura della società, comporterà inevitabilmente effetti economici di riflesso della misura, anche su persone che sono vittime della mafia ma collegate e con mezzi da vivere che ne discendono. Le misure diventano un prezzo presso in conto - conclude il gip -, che non arresta un 'mondo' rassegnato alla deriva mafiosa, una sventura per mafiosi e famiglie ma non la strada per fermare e cambiare. Il riscatto di intere popolazioni richiederà di più".

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