Minacce e violenze per fargli cambiare sindacato, la coraggiosa battaglia del marinaio Aloi

Confermata in secondo grado la condanna del Tribunale di Barcellona per Enrico Capitti e Angelo Alibrandi che dovranno anche liquidare i danni morali. Volevano costringere il lavoratore a cambiare sindacato. Con questi metodi...

La Corte d’Appello di Messina ha confernato la condanna a otto mesi per Enrico Capitti e di un mese per Angelo Alibrandi, condannati in primo grado il 2 febbraio del 2019 dal dal Tribunale di Barcellona: Capitti per minacce e tentativo di violenza privata, mentre Alibrandi per minaccie aggravate. Su richiesta del procuratore generale, la Corte d’appello, ha disposto anche la liquidazione del danno morale disponendo in via equitativa diecimila euro.

Si chiude così una vicenda che è diventata simbolo di una battaglia per la dignità stessa del lavoro e della libertà sindacale. A portarla avanti con determinazione e coraggio, il marinaio Francesco Aloi, difeso dall'avvocato Aurora Notarianni, che nel 2011 ha deciso di mettere fine a quello che stava diventando un vero e proprio incubo sul posto di lavoro ma che rischiava di compromettere tutta la sua vita.

La vicenda nasce nell’autunno del 2011 quando Aloi – che lavorava a bordo della Helga della Ngi - decide di cambiare sindacato e passare dalla Cisl di cui Alibrandi era rappresentante e passare all’Orsa. Una scelta che non è andata giù né ad Alibrandi né al suo superiore Enrico Capitti, che temeva che eventuali rivendicazioni sindacali con l’Orsa potessero creare problemi al cognato armatore Sergio La Cava. 

Un crescendo di minacce, prevaricazioni e abusi per spingere il lavoratore a recarsi da Marco La Cava, congiunto di Sergio, e presentare la richiesta di cancellazione dal sindacato Orsa. Non ha ceduto il marinaio Aloi nonostante le minacce di fargli perdere anche il posto di lavoro e ha presentato una denuncia a Milazzo dove la polizia gli ha consigliato di documentare con registrazioni quanto accadeva. Ne sono venute fuori frasi come quelli di Capitti:   “… passo casa per casa mentre mangiate a tavola e vi lascio la testa nel piatto. … la sera ti faccio fare così toc toc e non hai neanche il tempi di dire chi è ….”; “ ma tu e chi per te aria non ne respiri più, tranquillo”.

Ma anche quelle di Alibrandi non erano da meno: “Un pacco di cattoccia, quanto ‘può costare ..comu i cunuggjhiua vi ammazzavo…. con le frustate alle spalle, minchia tanto oggi con dieci euro ammazzi un cristiano”.

Frasi che hanno determinato la condanna in tribunale, confermata oggi dalla Corte d’appello di Messina.

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