Le latitanze dorate dei boss, benvenuti al Grand Hotel Messina

Tra prove processuali, dichiarazioni di pentiti e indizi degli investigatori, ecco tutti i padrini che hanno deciso di lasciare le loro impronte in ospedali, ville e appartamenti tra lo Stretto e Portorosa. Da Don Paolino Bontade a Matteo Messina Denaro

Un'immagine di archivio del latitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro

Ricoveri in ospedale, vacanze in villa al riparo da occhi indiscreti: la provincia di Messina come un immenso Grand Hotel per alcuni e Casa di cura per altri, tutti uniti dal vincolo mafioso. Presenze a volte confermate da prove processuali, altre esposte dai collaboratori di giustizia in inchieste e aule giudiziarie, altre ancora frutto di piste seguite dagli investigatori. Dagli anni Settanta la Messina-Palermo non è solo un'autostrada ma un collegamento per riposi dorati.

Matteo Messina Denaro 

Ultima in ordine di tempo, secondo le rivelazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza, è quella della primula rossa della mafia Matteo Messina Denaro.  Scrivono su stampalibera.it: "Il superlatitante Matteo Messina Denaro, capo indiscusso di Cosa Nostra trapanese, sarebbe stato operato in un ospedale di Messina sotto false generalità, protetto a vista dai reggenti della famiglia stragista di Brancaccio. La dirompente rivelazione è giunta all’ultima udienza del processo Borsellino quater contro gli autori della strage in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, in svolgimento presso la Corte d’Appello di Caltanissetta. Autore Gaspare Spatuzza, l’ex boss di Brancaccio responsabile dell’omicidio di Padre Pino Puglisi, che dopo essersi convertito in carcere alla fede cristiana è divenuto il collaboratore di giustizia più importante per far luce su alcuni dei misteri delle stragi di Capaci, via D’Amelio, Roma, Firenze e Milano e sul fallito attentato allo stadio Olimpico del 23 gennaio 2014". Messina Denaro è latitante da ben 26 anni e prima di lui altri padrini si erano serviti della provincia "babba".

Francesco Pelle 

Anche la ndrangheta si è servita di Messina, stavolta del capoluogo. Nel novembre 2012 il giudice Massimiliano Micali aveva condannato il medico Stefano Andrea Violi a tre anni e quattro mesi di reclusione su richiesta dell'allora sostituto della direzione distrettuale antimafia Stefano Verzera. Violi era stato condannato per aver protetto garantendo l'anonimato durante un ricovero durato sette mesi Francesco Pelle, detto "Ciccio Pakistan" che nel 2005 era latitante (si è reso irreperibile a metà luglio dopo il rigetto del ricorso in Cassazione con le imputazioni di associazione mafiosa e omicidi).

Nel luglio di tredici anni fa Pelle venne ricoverato al Centro Neurolesi di Messina. Secondo la condanna Violi, originario di Melito Porto Salvo ma residente a Bova Marina, aveva garantito le cure ma anche la latitanza di Pelle al Neurolesi. I carabinieri arrestarono Violi e secondo l'indagine il fisioterapista si era occupato in prima persona della sistemazione e cura del boss sui Colli. Pelle si era presentato al Neurolesi come il signor Scipione, ci furono anche testimonianze dirette agli inquirenti sulla presenza di Pelle al Centro di riabilitazione. L'indagine dei carabinieri tentò di risalire ai possibili fiancheggiatori del latitante perché sembrava proprio strano che Violi avesse fatto tutto da solo; l'inchiesta portò alla condanna del solo Violi.

Don Paolino Bontade 

Don Paolino Bontade, il padre di Stefano, morì per problemi di salute (soffriva di diabete) all'ex ospedale Margherita il 25 febbraio 1974 e sarebbe stato accudito da Don Santo Sfameni. Don Paolino Bontade era a capo della potente famiglia di Santa Maria del Gesù a Palermo prima che a metà degli anni Sessanta il figlio Stefano rilevasse il potere paterno, quest'ultimo venne ucciso a Palermo nell'aprile 1981 dai corleonesi di Riina che scatenando una vera e propria "guerra" fecero fuori tutti i rivali nell'ascesa assoluta a Cosa Nostra. A distanza di quarantacinque anni ci si chiede come mai uno dei padrini della mafia del dopoguerra fosse ricoverato a Messina e non a Palermo. 

Bernardo Provenzano

"Binnu u tratturi" prese il posto di Totò Riina alla guida di Cosa Nostra dopo l'arresto del capo dei capi nel gennaio 1993. Fu sempre al vertice dei corleonesi e venne arrestato soltanto nell'aprile 2006 dopo più di quarantanni di latitanza. Anche Provenzano non sembra aver disdegnato un passaggio nel Barcellonese.

Lorenzo Baldo, su antimafiaduemila.com, l'11 febbraio 2019 scriveva in relazione alla morte di Attilio Manca, l'urologo di Barcellona Pozzo di Gotto trovato senza vita nel 2004 nell'appartamento di Viterbo, la famiglia attende ancora giustizia mentre la procura di Viterbo ha archiviato il caso non trovando collegamenti con Provenzano:

"A chi mi ha confidato di conoscere dettagli importanti sulla morte di Attilio e poi non li ha riferiti ai magistrati chiedo solo di ripensarci. Glielo domando come una madre consapevole di non avere più tanto tempo. Ma se anche noi non ci saremo non importa. Non è mai troppo tardi per far emergere la verità. Quello che conta è restituire giustizia ad Attilio”. Non si è ancora spento l’eco delle parole di Angelina Manca: un appello che la madre di Attilio Manca ha rivolto alcuni giorni fa a chi a suo tempo le aveva raccontato dettagli importanti sulla morte del figlio, per poi tacerli all’autorità giudiziaria. Torna in mente la testimonianza di un ex investigatore del Messinese di cui si era venuti a conoscenza cinque anni fa grazie allo scrittore Luciano Mirone. Alla presentazione del suo libro “Un suicidio di mafia. La strana morte di Attilio Manca”, lo stesso Mirone aveva raccontato di aver conosciuto casualmente, durante la stesura del volume, un ex investigatore che aveva lavorato nella zona di Messina nel periodo in cui Attilio era stato trovato morto. “Questa persona - aveva spiegato lo scrittore - autorevole e affidabile, mi aveva detto esattamente che Attilio Manca era stato prelevato in elicottero e portato nella zona di Tonnarella, in una struttura privata che qualche medico locale aveva messo a disposizione, e lì aveva visitato Bernardo Provenzano”.

Nel suo intervento Luciano Mirone aveva evidenziato che secondo la testimonianza di quest’uomo, il “prelevamento” di Attilio Manca sarebbe avvenuto “prima dell’intervento chirurgico di Marsiglia (a cui si era sottoposto Bernardo Provenzano ad ottobre del 2003, ndr), quando cioè si doveva fare la diagnosi (al boss, ndr)”.“L’ex investigatore - aveva spiegato Mirone - era andato oltre, dicendomi che quando era morto Attilio Manca, il Ros dei carabinieri aveva fatto delle indagini e aveva scoperto che potevano esserci dei collegamenti tra la sua morte e la latitanza del capo di Cosa Nostra a Barcellona Pozzo di Gotto. Ad un certo punto era arrivato un diktat dall’alto: "Prego trasmettere immediatamente atti relativi alla morte di Attilio Manca e alla latitanza di Bernardo Provenzano". Una richiesta che poteva voler dire soltanto una cosa: o chiedono gli atti per depistare, oppure perché si vuole fare giustizia”. La conclusione dello scrittore era stata alquanto tranciante: “Due giorni dopo, non avendo ancora ricevuto nulla dal Ros, questo personaggio molto in alto aveva scritto nuovamente per ricevere gli atti ‘senza ulteriori indugi’. E senza ulteriori indugi questi atti erano stati trasmessi. Da quel momento le indagini sia sulla morte di Attilio che sulla latitanza di Provenzano a Barcellona Pozzo di Gotto si sono arenate”.

Benedetto Santapaola 

Ospite del Barcellonese - secondo i collaboratori di giustizia - anche il capo della mafia catanese, oggi ottantunenne. Legato ai corleonesi Santapaola venne arrestato nel maggio 1993 nelle campagne di Mazzarrone, nel Catanese. La Gazzetta del Sud il due agosto riporta gli ultimi atti del procuratore Vito Di Giorgio sulla presenza del boss catanese nel Messinese e l'omicidio del giornalista Beppe Alfano. "Nella storia ancora oscura - si legge - dell’omicidio di Beppe Alfano ci sono ancora troppi misteri, e tra le nuove carte emergono fatti assolutamente inediti, che gettano una luce del tutto nuova a quella esecuzione voluta (solo?) da Cosa nostra barcellonese, molto probabilmente per fare un favore ad un’altra entità mafiosa. Perché Alfano, nell’ultimo periodo della sua vita, aveva proprio il chiodo fisso della latitanza di Santapaola a Barcellona e dintorni. Il primo passaggio inedito è un verbale dell’indagine ter sull’omicidio Alfano avviata dalla Dda di Messina, indagine di cui nelle scorse settimane è stata chiesta l’archiviazione. Molta parte degli accertamenti investigativi di quest’ultima tranche, a suo tempo i magistrati della Dda Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo li affidarono alla Squadra mobile di Messina".

Il giornalista Beppe Alfano, ucciso l'otto gennaio del 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto (pochi giorni prima dell'arresto di  Totò Riina e della lunga scia di arresti dei capimafia corleonesi ad eccezione di Provenzano) era sulle tracce - secondo le indagini - di Nitto Santapaola. La procura ha richiesto l’archiviazione dell'ultima inchiesta sull'omicidio del giornalista mentre il tribunale di Reggio Calabria ha accolto l'istanza di revisione presentata dall'avvocato Tommaso Autru Ryolo; è stata rimessa in discussione la pista che aveva portato alla condanna a trent'anni del capo della mafia barcellonese, Giuseppe Gullotti, ritenuto il mandante del delitto.

Secondo il procuratore aggiunto Vito Di Giorgio "Al di là delle dichiarazioni rese da D'Amico Carmelo, nessun altro elemento di riscontro è stato acquisito a sostegno del coinvolgimento dei due indagati”. Sull'omicidio Alfano legato alla latitanza di Santapaola nel Barcellonese Di Giorgio scrive: "Effettivamente Alfano stava compiendo indagini giornalistiche su detta latitanza). Tuttavia non è possibile affermare con certezza che quelle indagini siano state la causa della sua morte; in ogni caso, anche a voler dare per accertato tale assunto, non si dispone di alcun elemento per individuare gli autori del fatto".

Gerlando Alberti Junior 

Latitante in provincia negli anni Ottanta Gerlando Alberti junior, in fuga dalla violenza dei corleonesi a Palermo, è stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Graziella Campagna, la ragazza di Saponara ritrovata cadavere a Forte Campone nel dicembre del 1985 per aver scoperto l'identità del mafioso. Alberti Junior, nipote di Gerlando Alberti, esponente di rango di Cosa Nostra, sotto le mentite spoglie di “ingegnere Cannata”, nel 1985 era solito pranzare in ristoranti del comune di Falcone con imprenditori e commercianti di Villafranca Tirrena. Gli inquirenti rilevarono che nel complesso di Portorosa Alberti aveva locato una villa sin dalla primavera del 1985. Gerlando Alberti junior fissò il domicilio per un paio di mesi a Torre Faro per poi trasferirsi nel luglio 1989 a Falcone in un appartamento della centralissima via Nazionale dove venne arrestato.

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