Maria Costa tre anni dopo, celebrazioni per ricordare la “voce del mare”

Giornata commemorativa organizzata dal centro studi che porta il suo nome. Storia di una donna e poetessa straordinaria entrata a far parte dei “Tesori umani viventi” dell’Unesco grazie all'interessamento dell'antropologo Sergio Todesco. Il ricordo di Beppe Ruggeri

Maria Costa

Nata e vissuta nel rione delle Case Basse di Paradiso, dove si trovava al momento del decesso, ha cantato e custodito la memoria collettiva di Messina, e in specie le sue tradizioni marinare, in un vernacolo riecheggiante suoni e suggestioni di rara bellezza.

A tre anni dalla sua scomparsa, con inizio alle ore 16.30, si svolgerà domani 11 settembre presso il Salone degli Specchi della Città Metropolitana di Messina la giornata commemorativa in onore della poetessa Maria Costa.

Artefice dell’organizzazione e della promozione il Centro-Studi “Maria Costa”, costituitosi nel 2017 con sede presso lo storico borgo Case Basse. I lavori prevedono, dopo il saluto del presidente Lillo Alessandro, la presentazione di un bando di concorso letterario intitolato a Maria Costa e della “brochure” del Centro-Studi e inoltre la proiezione del documentario “Come le onde” di Fabio Schifilliti.

Verrà quindi data lettura, da parte degli autori, di brani poetici dedicati a Maria Costa e consegnati diplomi di soci onorari del centro-studi. Le conclusioni sono affidate a Maurizio Costa, nipote ed erede della poetessa delle Case Basse.  

La voce del mare, così è passata ai posteri, i suoi versi sono stati pubblicati in diversi volumi (“Farfalle serali” , 1978, “Mosaico”, 1980, “A prova ‘ill’ovu, 1989, “Cavaddu ‘i coppi”, 1983). Conosciuta in tutto il mondo, è stata intervistata per reti televisive di Francia e Russia e sulla sua opera sono state elaborate tesi nelle università di Udine, Siena, Palermo, Messina.

Il giovane regista messinese Fabio Schifilliti le ha dedicato il cortometraggio “Come le onde”. Nel 2006 il nome di Maria Costa, grazie anche all’interessamento dell’antropologo Sergio Todesco, è stato iscritto nel registro dei “Tesori umani viventi” dell’Unesco – Registro Eredità Immateriali della Regione Siciliana.

Grave lutto, dunque, per la comunità messinese e per il mondo culturale siciliano che ha perso, con Maria Costa, uno dei grandi protagonisti della tradizione vernacolare che ha avuto per illustri esponenti anche Ignazio Buttitta, Rosa Balestrieri, Nino Martoglio.

Riportiamo, di seguito, un brano tratto dal romanzo “Le colline di Antonello” (A&B Editrice, 2011) di Giuseppe Ruggeri che vi descrive il suo incontro con la poetessa con la quale intrattenne per anni un intenso rapporto umano e intellettuale.

Il ricordo di Giuseppe Ruggeri

“C’è un quartiere della mia città che sorge sul lungomare nord. Il verbo sorgere, a dire il vero, non mi sembra il più adatto al caso, visto che le abitazioni di quel quartiere piuttosto si adagiano sotto il piano della strada, e l’unico modo per vederle è percorrerle una breve discesa che t’immette in un dedalo di stradine su ciascuna delle quali prospettano case, anzi a dir meglio casupole, costruite da oltre un secolo e varie volte ristrutturate fino ad assumere sembianze proteiformi, nel senso che appaiono diverse a seconda del punto d’osservazione da cui le guardi.

Sono case di pescatori, costruite proprio in bocca al mare che là più che altrove fa sentire la sua presenza, a volte ingombrante, di enorme contenitore di suoni storie esistenze che paiono raggrumarsi tutte nel rumore cadenzato della risacca. Il moto ondoso di quest’antica divinità è la voce stessa del quartiere, il quartiere delle Case Basse dove ogni elemento rimanda a un’epoca di leggende marine snocciolate ai piedi del focolare. Miti e fantasie che hanno formato un popolo prima che quel popolo dimenticasse se stesso sperdendosi, non so quanto inconsapevolmente, nei tortuosi meandri del più consumistico immanentismo.
Tutte le volte che scendevo alle Case Basse lo facevo per incontrarmi con la mia amica poetessa. Non c’erano altre motivazioni che potessero condurmi laggiù, dal momento che mi ripugnava constatare come la furia iconoclasta dell’uomo moderno non si fosse fatta scrupolo di abbandonare nell’incuria perfino un così alto luogo di memorie. Memorie silenziose e timide, custodite con gelosia da quanti – pochissimi superstiti – avevano ancora a cuore la propria appartenenza. Appartenenza a un mondo che non c’era più e sopravviveva soltanto in balenii di ricordi e nostalgie, in storie che andavano smarrendo la loro  primitiva consistenza somigliando sempre più a fantasie prive di costrutto che al massimo riuscivano a ispirare una patetica ilarità in chi le ascoltava.

Lei, la poetessa, sapeva a menadito tutte quelle storie, erano anni che il suo ingegno le scolpiva nel cuore e nella mente di quanti la conoscevano. Erano anni che quelle storie la poetessa cesellava col bulino della sua arte fissandole in un ordito di versi il cui ricamo carezzava l’animo di chi le leggeva ma, ancor di più, di chi aveva la fortuna di udire quei versi da lei stessa recitare. Come la Sibilla cumana che dal suo antro flegreo snocciolava ai comuni mortali le sue infallibili profezie, così la poetessa le storie e i miti dell’antico borgo marinaro amava verseggiare col suo timbro possente di voce. Era, quella voce, un misto di suoni di onde e schiume ruggenti che risalivano dalla gola resa rauca dall’età gorgogliando e sfioccandosi infine in una miriade di suoni e singulti. Un codice segreto, la cui lettura passava, necessariamente, dal grado di passione che l’ascoltatore vi dedicava.

Mi aspettava sempre seduta con le mani intrecciate sul grembo dietro il grande tavolo in pietra e ferro battuto.

Quando arrivavo, si alzava e mi veniva incontro chiamandomi per nome a gran voce.
Poi ci salutavamo all’ombra del pozzo che sorgeva proprio nel mezzo del piccolo giardino antistante la casa.”

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