Violenza e minori, Domenico Barrilà: “Vi spiego perchè siamo tutti bulli”

A tu per tu con lo psicoterapeuta autore del saggio edito da Feltrinelli che smonta clichè e luoghi comuni su un fenomeno sempre più preoccupante. Il vademecum per gli educatori. Che si rifiutano di guardare in faccia la verità

Una guida per mamme, papà, educatori. Un vademecum per comprendere un fenomeno sempre più preoccupante che non nasce a scuola ma è che il frutto di reiterati errori pedagogici. “Tutti Bulli. Perché una società violenta vuole processare i ragazzi” (Feltrinelli) è il titolo dell'atteso saggio del messinese Domenico Barrilà. Una rivoluzione concettuale, che per la verità già si coglie nel sottotitolo. Perchè lo psicoterapeuta Barrilà, da sempre impegnato a cercare la via educativa più utile, non la più facile, si allontana con questo volume dai luoghi comuni e dai comodi cliché, dimostrando quanto sia necessario far crescere il “sentimento sociale”, “farlo divenire materia centrale di ogni percorso educativo, soffocando, questa sì che è una violenza buona - si legge nella quarta di copertina -  quella “volontà di potenza” che induce troppi a credere che solo schiacciando l’altro potranno sentirsi elevati, che diminuire il prossimo sia la strada più breve per accrescere la propria autostima”. Ne abbiamo parlato con l'autore.

D. Con questo volume si completa il “rovesciamento” sui temi dell’adolescenza, iniziato con “Quello che non vedo di mio figlio” e proseguito con “I Superconnessi”.

R. “Si, è così, infatti in casa editrice parliamo di trilogia, che tuttavia aveva un prequel, per me fondamentale, “Bambini. Perché siamo come siamo”, all’interno del quale pongo le basi per una riflessione diversa sulle questioni dell’età evolutiva, da troppo tempo finite nelle spire dell’abitudine e della ripetitività, ma uscite dai radar della riflessione scientifica originale”.

D. Cosa succede nelle pagine di Tutti Bulli?

R. “Si guarda in faccia il problema, smettendola con la patetica bugia che i comportamenti sociali violenti, quelli che etichettiamo come bullismo, siano un problema della scuola e dei ragazzi”.

D. Perché, parafrasando il sottotitolo, vogliamo processare i ragazzi?

R. “Per la stessa ragione che portava i nazisti a prendersela con gli ebrei, dislocare le proprie responsabilità sulle spalle di una componente predefinita, cercando di esorcizzare la frustrazione per la propria impotenza mediante l’individuazione di un falso colpevole".

D. A quale responsabilità si riferisce?

R. “La diffusione esponenziale della violenza in tutti i gangli della vita politica e civile, dall’altra. Oggi, con il primato della comunicazione digitale, ogni soggetto diventa un educatore o, più facilmente, un diseducatore, capace di rovinare intere generazioni, anzi intere collettività”. L’educazione è un’esperienza testimoniale, i ragazzi recitano la parte che insegnano loro gli adulti”.

D. Un atto di accusa senza tentennamenti il suo.

R. “Lo scopo è quello di riportare il dibattito nel suo recinto naturale, fatto di osservazione diretta e riflessioni conseguenti. Da Galilei in qua non è cambiato niente, gli strumenti sono sempre gli stessi, ma vanno usati senza cedere alle mode. Essere arrivati a intestare il bullismo alla scuola e ai ragazzi è un atto di pedagogia criminale. Certo, anche la scuola è teatro di violenza, ma proprio perché è immersa in un contesto che mai era stato così tentato dalla prepotenza, a tutti i livelli”.

D. Parlava di antidoti prima.

R. “Comincerei da quelli istituzionali. Ci sono due ministeri decisivi, affidati quasi sempre a figure di risulta, mi riferisco al Welfare e alla Scuola. La partita di un paese come il nostro, con tutte le contraddizioni e i tormenti dell’oggi, si gioca mettendo le persone migliori alla loro guida. Se scorri i nomi degli individuali che si sono occupati di questi due enormi presidi, il comparto scolastico e quello dei servizi alla persona e alla famiglia, negli ultimi 20 anni, ti domandi perché le cose dovevano essere diverse da come sono”.

D. Quali gli altri antidoti?

R. “Soprattutto di uno, l’educazione. Generare un figlio talvolta può diventare un modo per elevarsi attraverso di esso, usandolo come ascensore, ma così mettiamo sulle spalle delle giovani generazioni il peso di tutte le cime non conquistate dai genitori. Un peso terribile, che finirà per schiacciarli, privandoli della gioia di stare al mondo e riempiendoli di rabbia contro il mondo, avvertito come un mostro che si oppone alla realizzazione dei propri sogni”.

D. C’è grande interesse da parte della stampa nazionale per questo capovolgimento di prospettiva presente in questo suo ultimo saggio.

R. “Sì, sono partiti una serie di servizi e di interviste, c’è molta curiosità per questo approccio molto franco, peraltro frutto di un quasi quarantennale lavoro sul campo”.    

D. Naturalmente presenterà Tutti Bulli anche a Messina.

R. “Per ora non è prevista alcuna presentazione. Com’è giusto che sia, è l’editore, a cui le trasferte costano, a prendere impegni, l’agenda si è riempita in fretta. Si creano filoni di collaborazione più vivaci di altri, soprattutto quando si stabilisce un feeling tra i contenuti e i cittadini”.

D. Trovo molto onesta questa sua affermazione.

R. “Non potrebbe essere diversamente. Il fatto che sei nato in un posto, dal punto di vista scientifico significa poco, bisogna trovare terreni comuni, progetti, accoglienza, cose che non possono dipendere dalla contiguità geografica, occorre il riconoscimento del valore di un’opera nella sua interezza. Questo accade in moltissime località del Paese, solo nei prossimi venti giorni mi recherò a Brescia, Torino (presso il prestigioso circolo dei lettori), a Bologna (presso l’altrettanto prestigiosa libreria Zanichelli), a Milano, che ospiterà l’anteprima nazionale di Tutti Bulli, nella provincia di Como, avrò un tour in Sardegna, quindi Firenze, Trento e Livorno. Insomma, voglio essere invitato a Messina non perché messinese ma per le stesse ragioni per le quali sono invitato nelle altre località, italiane e straniere, ossia per la mia proposta scientifica. Naturalmente, è giusto che i soggetti locali scelgano in base ai loro gusti, orientamenti, interessi. Non vale la legge della contiguità”.

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