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Bellopede contro Maciste, il Libero dei rimpianti

A 17 anni aveva firmato un precontratto con la Roma, i "litigi" tra Sorrento e Arezzo con Bruno Bolchi che decisero la carriera, gli anni d'oro al Messina con Scoglio e la riunione con il prefetto a poche settimane dalla serie A. Il difensore si racconta a MessinaToday e ha una speranza per la città: Enrico Massimino

Se a diciassette anni uno dei club più importanti di seria A, la Roma, bussa alla tua porta per farti giocare all'Olimpico qualcosa vorrà dire. Se un allenatore, Bruno Bolchi, si mette di "traverso" quando la strada da prendere è la più affascinante e se un altro mister, Franco Scoglio, decide di "fuggire" in Unione Sovietica prima di due gare interne fondamentali per la promozione nel massimo campionato e ti convince a lasciare la città dove stavi vincendo di rimpianti ne deve avere parecchi Antonio Bellopede, uno che nel 1987 quando Gaetano Scirea si avviava al ritiro calcistico e Franco Baresi con il Milan ne ereditava lo scettro era il Libero tecnicamente più dotato della penisola. L'ultimo rimpianto lo terremo per dopo.

Gli inizi e il mancato passaggio alla Roma 

Nato a Sparanise, in provincia di Caserta, 63 anni fa Bellopede appena maggiorenne gioca in C con il Sorrento scavalcando tutti i gradini degli allievi e nel 1977, anno di forti contestazioni giovanili, con 38 presenze in campionato si trova ragazzino con un futuro spalancato nel grande calcio. "Un anno prima dovevo andare alla Roma - racconta - già ero in pianta stabile nella prima squadra del Sorrento ed ero stato convocato nell'Under 21 nazionale di categoria e ti giuro che in quegli anni non era facile per uno di quella età saltare la gavetta in "primavera" e ritrovarsi con i più "vecchi", avevo già firmato un precontratto con i dirigenti della Roma che vennero a Sorrento ma c'era una gara di Coppa Italia a Bari che per noi non era così fondamentale, volevo stare a casa o al massimo sedermi in panchina ma Bolchi mi portò in Puglia e mi fece giocare dal primo minuto: mi ruppi tibia e perone, restai fermo per otto, nove mesi e ovviamente addio Roma". Bolchi tornerà dieci anni dopo a rimettersi in mezzo nella strada del difensore e non sarà un secondo ricordo piacevole.

Gli anni d'oro a Messina e la riunione con il prefetto...

La luce sportiva illuminava la carriera. "Andai prima a Giulianova per pochi mesi e poi al Savoia, l'anno dopo la chiamata di Alfredo Ballarò a Messina dove vincemmo il campionato di C2, convinsi la società ad acquistare Danilo Pierini (terzino sinistro che giocava a Terni), fu una storica cavalcata". A 26 anni era già un veterano, uno di quelli che in campo sembrava ci fosse stato da sempre, incuteva timore, su tecnica e tattica non sbagliava una mossa e dirigeva la difesa come solo i più lucidi sanno fare. "Nel 1982 ci vedevano come la Juventus, eravamo gli unici ad avere il pullman della società quando viaggiavamo in trasferta e la divisa ufficiale, così quando i tifosi avversari ci aspettavano quei campi in terra battuta (Casoria e Grumo Nevano tanto per citarne alcuni) si trasformavano in una bolgia, chi avevamo di fronte si gasava e dalle reti di protezione, chiamiamole così, ci minacciavano novanta minuti su novanta ma non ci mettevano sotto". In quel gruppo c'era un riccioluto attaccante che poi sarebbe andato proprio alla Juventus diventando l'eroe di Italia '90: "Schillaci? Si vedeva che aveva buoni numeri e che avrebbe fatto una brillante carriera ma i livelli che raggiunse dopo non pensavo...". Un anno sbagliato con Seghedoni e Spelta in panchina e poi il ritorno di Scoglio a Messina dopo il buon anno di Agrigento: "Mi diede la fascia di capitano, mi raccomandò di gestire bene lo spogliatoio, si era portato dietro solo Romolo Rossi e Catalano e in fondo cambiò il modo di giocare dei ragazzi dell'anno precedente, rilanciò Franco Caccia che altri allenatori non capirono mai e ci giocammo la promozione a Palermo perdendo 1-0 a tempo scaduto davanti a 45mila spettatori, l'anno dopo ancora pochi cambi e andammo in B, ancora pochi cambi e sfiorammo la serie A". Ma che successe nella primavera del 1987? In quello stato di grazia soltanto voi con tre gare in casa e due fuori potevate perdere quel treno: "Se alludi alle accuse di esserci venduti le partite ripeto quello che dovrebbe essere chiaro a tutti: poco prima delle due partite al Celeste con Catania e Pescara ci fu una riunione con il prefetto del tempo, c'erano il presidente Salvatore Massimino, Scoglio e io come capitano, il prefetto disse che in caso di promozione in serie A la squadra non avrebbe potuto giocare al "Celeste" perché non adeguato alla massima serie ma avremmo dovuto scegliere tra Reggio Calabria e Catania, appena Scoglio sentì queste parole andò via arrabbiato ("Che ci sto a fare qui allora?" - gridò), la settimana dopo partì per l'Unione Sovietica, ti lascio immaginare la squadra senza allenatore in vista delle ultime e fondamentali partite, siamo stati lasciati allo sbando, Massimino ci aveva promesso mezzo miliardo di vecchie lire in caso di promozione, eravamo tutti ambiziosi e consapevoli delle nostre possibilità e volevamo crescere ancora, pochissimi avevano fatto la serie A, figurati pensare di venderci le partite dopo tutti i sacrifici per essere arrivati fino a quel punto...".

La questione meridionale ad Arezzo

Pochi mesi dopo la svolta nella vita calcistica di Bellopede. "Non andammo in A e non ho capito davvero cosa sia successo quando terminò quel campionato; alla penultima gara, a Lecce, Scoglio in albergo ci chiamò uno a uno dicendoci che il nostro ciclo a Messina era finito, lui sarebbe andato al Genoa, poi invece restò un altro anno a Messina e fu la prima cosa strana, mi avvertì che c'era l'Arezzo a seguirmi, così andai lì, fu l'unica società di B a spendere dieci miliardi di vecchie lire per l'organico, acquistarono Tovalieri che veniva dall'Avellino in serie A, c'erano Silenzi, Ruotolo, Nando Orsi, fecero uno squadrone e allenatore Bruno Bolchi...". Ma poco prima della fine del ritiro scoppiò il caos: "Volevo tornare a casa qualche ora prima del rompete le righe, sai com'è dopo tanta fatica avevo voglia di rivedere i miei e scendere al Sud in anticipo, era l'ultimo giorno e all'allenamento del mattino siccome nel pomeriggio voleva far disputare una partitella feci la mia richiesta ma Bolchi si lamentò e rispose: "Siete i soliti terroni", così mi tolsi la casacca e me ne andaì, chiamai il direttore sportivo e strappai il contratto da 150 milioni di lire in sede, quella frase non potevo accettarla, aveva ferito il mio orgoglio, tornai a Messina per alcuni mesi ma senza allenarmi e fu duro rientrare ad Arezzo quando la cosa si ricompose, ebbi anche un infortunio e giocai pochissimo". L'anno dopo l'Arezzo decise di togliersi tutti i contratti onerosi e con un accordo di 80 milioni la società toscana diede Bellopede al Voghera, già grande per altri palcoscenici. Chiusura sportiva a Vercelli nel 1990.

Un nome per riaccendere la speranza: Enrico Massimino 

La vita sportiva del difensore fu da osservatore nell'Ancona dell'allora presidente Ermanno Pieroni che fu anche Ds al Messina, Pescara, e tra gli altri club anche Messina durante la serie A dei Franza. Il figlio, oggi al Rieti, è stato al Città di Messina con Lo Re. Bellopede sogna un presente ancora a Messina e nel Messina: "Non capisco come mai i dirigenti degli ultimi 30 anni non abbiano mai richiamato con altre funzioni qualcuno dei giocatori di quegli anni meravigliosi (a parte rarissimi casi come Carmelo Mancuso e Peppe Catalano), qualcosa di buono abbiamo fatto se tutti i tifosi si ricordano di noi; Repetto, Caccia, Venditelli, Orati, Napoli come me sono rimasti nel calcio, confido molto, perché lo conosco, in Enrico Massimino, il figlio del presidente Salvatore, lui vorrebbe ripetere quanto fatto dal padre, ha la stessa passione del papà, se si ritornerà a giocare al Celeste vedrete che il Messina tornerà a competere a grandi livelli..."
 

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