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Giovedì, 6 Ottobre 2022
Attualità

Dispersione scolastica e disoccupazione, record in Sicilia

Il preoccupante rapporto di Save the Children sulla povertà educativa: nell'isola uno studente su 4 non si diploma. La denuncia sulle cause strutturali e l'appello al futuro Governo

Alla vigilia della riapertura delle scuole nella nostra regione Save the Children diffonde una serie di dati allarmanti e forse insospettabili sulla situazione dei nostri ragazzi. Secondo l''Organizzazione, impegnata in prima fila dal 2012 nella prevenzione della dispersione scolastica e nel contrasto alla povertà educativa in Italia, in Sicilia l’aumento della povertà tra i minori mette a rischio i percorsi educativi, con una dispersione scolastica al 21,2% a fronte di una media nazionale del 12,7 per cento. Un dato che insieme a quello dell'Istat 2021 sul tasso di disoccupazione, accende più di un campanello d'allarme: le tre grandi città siciliane sono, insieme a Napoli, agli ultimi posti della classifica (Palermo 42,5%, Catania 38,7% e Messina 35,1%).

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A causare questa grave lacuna sono i divari strutturali della scuola pubblica su spazi, tempi e servizi, come mensa, tempo pieno, palestra e adeguatezza degli edifici, situazioni che amplificano le disuguaglianze sui territori per i minori in svantaggio socioeconomico. Sono enormi le sfide poste dalla crisi in atto, e la politica non è in condizioni adeguate per contribuire efficacemente ad invertire il ciclo negativo di povertà materiale ed educativa.

Un quadro della povertà educativa in Italia

Già prima del conflitto in Ucraina, nel 2021, la povertà assoluta riguardava 1 milione e 382mila minori nel nostro Paese, il 14,2%, in crescita rispetto al 2020 (13,5%). Le conseguenze della crisi energetica e dell’impennata dell’inflazione, che ha un impatto maggiore sulle famiglie meno abbienti e con minore capacità di spesa (+9,8%, contro il +6,1% delle famiglie con livelli di spesa più elevati)[1], sono una grave minaccia e potrebbero sospingere rapidamente un numero ancora maggiore di minori nella povertà.  

Ma l’impoverimento materiale di bambini, bambine e adolescenti, in crescita nonostante gli sforzi compensativi attuati per proteggere categorie e famiglie più esposte, non è che la cornice di un quadro ancora più preoccupante, se possibile, per il loro futuro: l’impoverimento educativo sconta ancora gli effetti di Covid e DAD, soprattutto tra i minori già in svantaggio socioeconomico. Il 9,7% degli studenti con un diploma superiore nel 2022 si ritrova in condizioni di dispersione “implicita”, cioè senza le competenze minime necessarie (secondo gli standard INVALSI) per entrare nel mondo del lavoro o dell'Università, mentre il 12,7% dei minori non arriva neanche al diploma delle superiori, perché abbandona precocemente gli studi. Se in Umbria il dato dell’abbandono si attesta al 12%, in Sicilia si raggiunge la punta negativa con il 21,2%[2]. 

Anche il confronto con l’Europa è pesante, visto che l’incidenza della dispersione scolastica, nonostante i progressi compiuti, in Italia resta tra le più elevate in assoluto dopo quella della Romania (15,3%) e della Spagna (13,3%), ed è ben lontana dall’obiettivo del 9% entro il 2030 stabilito dalla UE. Il numero dei NEET nel nostro Paese, i 15-29enni che si trovano in un limbo fuori da ogni percorso di lavoro, istruzione o formazione, raggiunge il 23,1%, con la punta negativa del 36,3% in Sicilia, ed è addirittura il più alto rispetto ai paesi UE (media 13,1%), segnando quasi 10 punti in più rispetto a Spagna (14,1%) e Polonia (13,4%), e più del doppio se si considerano Germania e Francia (9,2%). 

Il rapporto di Save the Children

Queste sono alcune delle evidenze emerse nel nuovo rapporto “Alla ricerca del tempo perduto - Un’analisi delle disuguaglianze nell’offerta di tempi e spazi educativi nella scuola italiana” lanciato oggi da Save the Children, l’Organizzazione internazionale da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini in pericolo e per garantire loro un futuro, in vista della riapertura delle scuole per il nuovo anno scolastico. A partire dal collegamento tra povertà materiale e educativa in Italia, il rapporto analizza alcuni deficit strutturali del sistema scolastico a livello nazionale e locale, in termini di spazi, servizi e tempi educativi, come mensa e tempo pieno, palestra e agibilità delle scuole. Mettendo in luce la relazione effettiva tra disuguaglianze di offerta sui territori e esiti scolastici, ma anche quella tra la qualità dell’offerta, dove c’è, e la resilienza nell’apprendimento dei minori in svantaggio socioeconomico.

Il rapporto offre, alla viglia dell’elezione di un nuovo Parlamento e della formazione di un nuovo Governo, uno spunto concreto per l’orientamento degli investimenti sul rilancio della scuola, che non può non esser posta al centro dell’attenzione e condurre a scelte coraggiose. Sebbene focalizzato su un’analisi italiana, il rapporto menziona anche la necessità di garantire l’accesso e la qualità dell’educazione ad ogni bambino e bambina nel mondo, anche in situazioni di emergenza. 

In Italia, le disuguaglianze territoriali si configurano come un fil rouge in negativo che attraversa le diverse dimensioni della povertà educativa in Italia. Guardando in dettaglio i dati sulla dispersione “implicita” al termine del ciclo scolastico della scuola superiore, che a livello nazionale si attesta al 9,7%, emerge infatti una forte disparità geografica.  Nelle regioni meridionali infatti, nonostante una riduzione consistente avvenuta nell’ultimo anno in particolare in Puglia (-4,3%) e in Calabria (-3,8%), permangono percentuali di ‘dispersi’ alla fine del percorso di istruzione più elevate rispetto alla media nazionale, con una punta del 19,8% in Campania. Se guardiamo poi alle competenze nelle singole materie, in Campania, Calabria e Sicilia più del 60% degli studenti non raggiungono il livello base delle competenze in italiano, mentre quelle in matematica sono disattese dal 70% degli studenti in Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna[3]. Nel caso della dispersione esplicita, l’abbandono scolastico nella maggior parte delle regioni del sud va ben oltre la media nazionale (12,7%), con le punte di Sicilia (21,1%) e Puglia (17,6%), e valori decisamente più alti rispetto a Centro e Nord anche in Campania (16,4%) e Calabria (14%).  Anche prendendo in esame la percentuale dei NEET, che in Italia è del 23,1%, in regioni come Sicilia, Campania, Calabria e Puglia i 15-29enni nel limbo hanno addirittura superato i coetanei che lavorano (3 giovani NEET ogni 2 giovani occupati).

Entrando ancor più nel merito della realtà territoriale della scuola, il rapporto diffuso oggi prende in considerazione alcuni indicatori “strutturali” su tempi, spazi e servizi educativi, come la presenza di mensa scolastica e tempo pieno, palestra e certificato di agibilità, mettendo in luce la correlazione positiva tra la qualità dell’offerta in termini di strutture e tempo scuola e il livello di apprendimento conseguito da studentesse e studenti.

Prendendo in considerazione le province italiane che hanno la percentuale maggiore di studenti nel quintile socioeconomico più basso (Palermo, Napoli, Sud Sardegna, Caltanissetta, Catania, Cagliari, Prato, Enna, Crotone, Oristano, BAT, Nuoro, Ragusa, Caserta, Taranto, Trapani, Sassari, Agrigento, Brindisi, Vibo Valentia, Foggia, Catanzaro, Reggio Calabria, Brescia, Siracusa, Bari, Novara, Mantova, Bergamo, Messina, Biella, Imperia, Vercelli, Teramo, Asti, Matera, Rovigo, Lecce), la dispersione “implicita” risulta significativamente inferiore in quelle province dove almeno la metà degli alunni della scuola primaria frequentano il tempo pieno e almeno la metà delle scuole ha la mensa (10 punti percentuali in meno di dispersione rispetto alle province dove meno di 1 alunno su 4 frequenta il tempo pieno alla primaria o dove meno di 1 scuola primaria su 4 ha la mensa). La stessa correlazione in positivo si evidenzia anche sulla presenza della palestra (5,5 punti percentuali in meno di dispersione implicita nelle province dove almeno il 50% delle scuole primarie ne è dotata, rispetto alle province dove la palestra è presente in meno di un quarto delle scuole) o del certificato di agibilità (12 punti percentuali in meno).

“Nelle zone più deprivate, dove operiamo con Save the Children, tocchiamo con mano gli effetti sui bambini e gli adolescenti dell’onda lunga della crisi prodotta dalla pandemia e di una povertà che colpisce, con l’aumento dell’inflazione, in primo luogo le famiglie con bambini. Sono quartieri nei quali la scuola rappresenta un presidio fondamentale per tutta la comunità. Per questo chiediamo al nuovo governo che si formerà un investimento straordinario che parta dalla attivazione di “aree ad alta densità educativa” nei territori più deprivati, in modo da assicurare asili nido, servizi per la prima infanzia, scuole primarie a tempo pieno con mense, spazi per lo sport e il movimento, ambienti scolastici sicuri, sostenibili e digitali. All’apertura di questo nuovo anno scolastico, chiediamo inoltre alle Regioni e agli Uffici scolastici regionali la massima vigilanza nel rispetto di quelle norme che dovrebbero tutelare le famiglie più in difficoltà: a partire dal tetto di spesa per i libri di testo[6] e dal divieto di imporre alle famiglie contributi “volontari”; chiediamo infine interventi straordinari per assicurare la gratuità dei servizi di mensa per i bambini e le bambine la cui situazione economica è peggiorata in questa fase. Dobbiamo fare di tutto per evitare che il peso della crisi economica colpisca proprio le bambine, i bambini e gli adolescenti che in questi giorni entrano di nuovo in classe” ha dichiarato Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

Una proposta per il futuro Governo

È fondamentale quindi aumentare significativamente, più che diminuire, le risorse per l’istruzione, portandole al pari della media europea (5% del PIL). È evidente, infatti, che i fondi attualmente previsti sono già oggi insufficienti a garantire un’offerta educativa di qualità, con spazi e servizi adeguati in tutti i territori, nonostante i minori costi dovuti al calo demografico. Investire il 5% del PIL vorrebbe dire rendere disponibili circa 93 miliardi, contro i circa 71 stanziati nel 2020[7].

“Non si tratta di obiettivi irraggiungibili, ma di un investimento irrinunciabile per lo sviluppo del Paese che va messo al centro dell’agenda politica. L’aumento di spesa corrente per l’istruzione, unitamente alla riorganizzazione di fondi che fanno capo ad altri Ministeri, ai fondi stanziati dal PNRR e agli altri fondi europei  - che andranno attentamente monitorati nella loro efficacia per ridurre i divari a livello territoriale-, dovrebbe essere finalizzato sia al giusto riconoscimento retributivo del corpo docente, da sostenere anche nella formazione continua per una didattica rispondente alle attuali esigenze degli studenti, che all’aumento dell’offerta di tempi, spazi e servizi educativi, a partire dalla rete degli asili nido, all’estensione del tempo pieno e delle mense almeno in tutto il ciclo delle scuole primarie, all’adeguamento degli edifici scolastici in termini di sicurezza, sostenibilità e qualità degli ambienti di apprendimento. Chiediamo che la mensa scolastica sia riconosciuta come livello essenziale delle prestazioni (LEP), per garantire a tutti i bambini, nella scuola primaria, almeno un pasto gratuito ed equilibrato al giorno, in linea con gli obiettivi della Garanzia Europea per l’Infanzia, e di estendere il tempo pieno a tutte le classi della scuola primaria. Queste due ultime misure da sole, sarebbero un vero punto di svolta per migliorare i livelli di apprendimento di tutti gli alunni del nostro paese, anche quelli che provengono da famiglie più svantaggiate economicamente e socialmente, e per prevenire la dispersione scolastica” ha aggiunto Raffaela Milano.

In Italia, le classi a tempo pieno (40 ore) nella scuola primaria superano di poco il 50% solo in Lazio (55,7%), Toscana (52,8%), Basilicata (52,4%) e Lombardia (52,3%), ma in Sicilia (11,5%) sono una rarità come in Molise (7,5%), Puglia (18,7%), Campania (18,8%) e Abruzzo (19,6%), mentre la media nazionale è del 37,3%. L’Umbria, invece, si attesta al 27,7%. Secondo le stime del rapporto, l’investimento annuo necessario a garantire il tempo pieno in tutte le classi della scuola primaria statale ammonterebbe a 1 miliardo e 445 milioni di euro circa, destinato all’adeguamento dell’organico per riorganizzare ed estendere gli orari di lezione, al netto delle spese aggiuntive per riorganizzare e/o aumentare gli spazi necessari (es. per la mensa, presente oggi solo nella metà circa delle scuole) e per la formazione specifica degli insegnanti. Il numero di classi della primaria da trasformare in tempo pieno e il relativo investimento necessario è molto variabile da regione in regione, e si va dalle 11.587 classi e i quasi 205 milioni di euro della Campania, alle 637 della Basilicata con una spesa stimata in 11 milioni circa. In Umbria le classi da trasformare sono 1.491 per un costo stimato di 26,2 milioni di euro circa. Complessivamente, a livello nazionale, le classi da trasformare in tempo pieno sarebbero 81.639.      

“Come è emerso anche dai commenti e suggerimenti di docenti e studenti raccolti e rilanciati nel rapporto, un aspetto cruciale rispetto all’efficacia dei nuovi investimenti sulla scuola è il superamento della logica del bando o del finanziamento a pioggia, in favore di una co-programmazione e co-progettazione tra reti di scuole, comunità e istituzioni locali. Anche a questo scopo, è necessario sostenere i Patti Educativi di Comunità, per favorire la partecipazione e la collaborazione degli attori educativi, culturali e sociali del territorio, istituzioni, terzo settore, settore privato, nella vita di una scuola aperta”, ha concluso Raffaela Milano.

Una scuola così, più forte e capace di ridurre le disuguaglianze e rispondere ai bisogni reali dei territori, sarebbe anche la migliore risposta alla sfida che bambine, bambini e adolescenti con background migratorio, il 10,3% degli iscritti nelle scuole italiane di ogni ordine e grado nell’anno scolastico 2020-21[8], affrontano ogni giorno nel loro percorso scolastico in Italia, fondamentale per la loro integrazione. Nonostante il 66,7% di loro sia nato in Italia, più di 1 studente su 4 di origine straniera acquisisce un ritardo dovuto alla ripetizione di uno o più anni scolastici, contro il 7,5% dei compagni di origine italiana[9]. Molteplici sono i fattori di tale divario. Dalle testimonianze raccolte per un’indagine qualitativa[10], sono emerse per esempio rappresentazioni stereotipate sugli studenti con background migratorio, che si riflettono negli orientamenti spesso inconsapevoli di insegnanti, amministratori o persino coetanei, nonché la restrizione delle opportunità culturali, ricreative ed educative non formali, specie nelle periferie dei grandi agglomerati urbani o nei centri rurali. In più, la scuola, la cui capacità inclusiva dipende ancora largamente da fattori contingenti, relativi spesso al singolo istituto o persino dirigente o docente, sembra dover maturare nella messa a punto di approcci e interventi maggiormente sistematici, che non vadano però a scapito della creatività mostrata spesso nei territori e singoli contesti.

Tempo pieno, questo sconosciuto

A segnare una contraddizione in termini di equità, va notato, ad esempio, che in tutte queste 10 province la percentuale di alunni svantaggiati dal punto di vista socioeconomico è nettamente inferiore al 20%, mentre nelle province di Trapani, Catania, Siracusa, Ragusa e  Palermo in Sicilia, oltre a Campobasso e Isernia, dove l’accesso al tempo pieno nella scuola primaria è inferiore al 10%, la percentuale alunni nel quintile più basso raggiunge il 25% circa[12]. Nelle scuole primarie umbre gli alunni che usufruiscono del tempo pieno rappresentano a Chieti il 20,6%, a Perugia il 27,5% e a Terni il 31,5%.

Se a livello nazionale la metà circa delle scuole primarie e secondarie di I grado hanno la palestra, un altro spazio fondamentale per la qualità dell’apprendimento e dello sviluppo psico-fisico, dal rapporto emerge che solo le province del Centro e del Nord eguagliano o superano la percentuale del 50%, con punte oltre al 60% nella primaria e al 70% nella secondaria di primo grado nelle province di Prato, Firenze, Grosseto, Savona, Venezia, Imperia e Livorno. Nella maggior parte delle province della Calabria e della Sicilia, invece, dove più alta è la percentuale di studenti con livello socio-economico basso, la copertura delle palestre nella scuola primaria è tra le più basse del paese (10% circa), mentre si segnala l’eccellenza della Puglia, con la provincia di Barletta-Andria-Trani che si attesta all’81,5%, la concentrazione più alta in Italia di scuole con palestra, seguite dalle province di Abruzzo, Campania e Sardegna coperte da questo servizio in percentuali simili a quelle del nord del paese. Nella provincia di Chieti si registra il 43,9% di scuole primarie dotate di palestra, in quella di Perugia il 20,9% e in quella di Terni il 22,9%.

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