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Rapporto Migrantes, la pandemia frena ma non arresta: “Nuova stagione migratoria, Sicilia in testa”

I cambiamenti legati alla crisi pandemica hanno penalizzato fortemente il Sud e i giovani. La ricerca promossa dall'Università di Messina: “Infranti i sogni di una parte degli immatricolati, quelli appartenenti a famiglie di classe media che desideravano iscriversi in un'università fuori sede”

E’ la Sicilia, con oltre 798 mila iscrizioni, è la regione con la comunità più numerosa di residenti all'estero.

E’ quanto emerge dall’ultimo Rapporto di Migrantes che ha fotografato la situazione regione per regione e che mette in evidenza come l'Europa viva una nuova stagione migratoria caratterizzata da recenti iscrizioni per espatrio e da nascite di cittadini già residenti all'estero.

Nel dettaglio, al 1 gennaio 2021, la comunità strutturale dei connazionali residenti all'estero è costituita da 5.652.080 unità, il 9,5% degli oltre 59,2 milioni di italiani residenti in Italia. Mentre l'Italia ha perso quasi 384 mila residenti sul suo territorio (dato Istat), ne ha guadagnati 166 mila all'estero (dato Aire): un aumento di presenza all'estero del 3% nell'ultimo anno. Degli oltre 5,6 milioni di iscritti, il 45,5% ha tra i 18 e i 49 anni (oltre 2,5 milioni), il 15% è un minore (848 mila circa di cui il 6,8% ha meno di 10 anni) e il 20,3% ha più di 65 anni (oltre 1,1 milione di cui il 10,7%, cioè circa 600 mila, ha più di 75 anni). Celibi o nubili nel 57,3% dei casi e coniugate/i nel 35,9%, il 50,7% è iscritto per espatrio (oltre 2,8 milioni), il 39,9% per nascita all'estero (oltre 2,2 milioni). Poco più di 185 mila sono, invece, le iscrizioni per acquisizione di cittadinanza (3,3%). Il 53,0% è iscritto da meno di 15 anni, il 47,0% da più di 15 anni.

Il Rapporto di Migrantes fotografa la situazione regione per regione: la Sicilia, con oltre 798 mila iscrizioni, è la regione con la comunità più numerosa di residenti all'estero. La seguono, a distanza, la Lombardia (561 mila), la Campania (quasi 531 mila), il Lazio (quasi 489 mila), il Veneto (479 mila) e la Calabria (430 mila). Sono tre le grandi comunità di cittadini italiani iscritti all'Aire: nell'ordine, Argentina (884.187, il 15,6% del totale), Germania (801.082, 14,2%) Svizzera (639.508, 11,3%). Seguono, a distanza, le comunità residenti in Brasile (poco più di 500 mila, 8,9%), Francia (circa 444 mila, 7,9%), Regno Unito (oltre 412 mila, 7,3%) e Stati Uniti (quasi 290 mila, 5,1%).

"È dunque vero - annota il Rapporto - che l'Italia sta vivendo da poco più di un decennio una nuova stagione migratoria, ma le conseguenze di questo percorso sono apparse, in tutta la loro evidenza, nell'ultimo quinquennio aggravando una strada che l'Italia sta pericolosamente percorrendo velocemente e a senso unico, caratterizzata da svuotamento e spopolamento, dove alle partenze non corrispondono i ritorni. Se, peraltro, lasciare l'Italia inesorabilmente sono i giovani nel pieno della loro vitalità personale e creatività professionale, è su questi che si deve concentrare l'attenzione e l'azione".

Da qui il monito della fondazione Cei: "Urgono analisi e politiche finalizzate a un cambiamento di rotta nell'interesse dell'Italia tutta, dei suoi sempre più numerosi anziani che restano e dei suoi territori sempre più abbandonati e deserti. Uno studio e un impegno che devono essere costruiti con consapevolezza e professionalità, non calati dall'alto, ma rispondenti a un sistema di indicatori che consenta di valutare l'impatto che un'idea o una proposta di legge ha sulle diverse generazioni della popolazione soprattutto, nel caso specifico dell'Italia, sui giovani già fortemente impoveriti e colpiti dai divari esistenti all'interno del Paese e nel confronto con le altre realtà europee ed extraeuropee".

Ampio spazio è dedicato anche ai rientri e ai cambiamenti legati alla crisi pandemica che sembra aver penalizzato fortemente il Sud e i giovani.

“Se i rientri pre-Covid-19 hanno visto il Nord, e la Lombardia in primis, come territorio maggiormente considerato durante l'emergenza sanitaria, è il Sud che ha accolto la maggior parte dei giovani di ritorno", - si legge nel rapporto. Il protagonismo del Meridione, per gli autori del rapporto, è la risultante di due elementi: "Innanzitutto, è l'effetto di un ritorno dovuto non a opportunità di lavoro ma a questioni emergenziali e, in secondo luogo, è la conseguenza dell'introduzione di un'agevolazione potenziata che passa dal 70% al 90% nel caso in cui la residenza viene trasferita dall'estero in un territorio del Sud Italia. Altro dato messo in luce dagli studi di Gruppo Controesodo è relativo al fatto che la pandemia ha incentivato il rientro dei lavoratori autonomi, dei ricercatori e dei soggetti privi di un'occupazione. La quota di chi, invece, si trova all'estero come lavoratore dipendente è diminuita fortemente".

Una ricerca promossa dal Laboratorio di Ricerca Sociale del Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell'Università di Messina con la collaborazione di Sapienza Università di Roma registra che la pandemia ha infranto i sogni solo di una parte degli immatricolati, quelli appartenenti a famiglie di classe media che desideravano iscriversi in un'università fuori sede. L'incertezza e il timore dovuti al Covid-19 hanno fatto propendere le famiglie a ridurre le distanze e i costi dello studio universitario, complice le possibilità che si sono aperte grazie allo studio a distanza, ma hanno allo stesso tempo esacerbato le differenze di genere - le studentesse sono state molto più penalizzate -, e quelle geografiche - il Sud risulta sempre più danneggiato rispetto al Centro-Nord per l'offerta formativa e le opportunità - e di classe.

Del resto, gli stessi dati più recenti di AlmaLaurea registrano che il confronto tra provincia di conseguimento del diploma e provincia della laurea mette in evidenza che le migrazioni per ragioni di studio hanno una direzione molto chiara, quasi sempre dal Mezzogiorno al Centro-Nord. Ben il 26,6% dei laureati meridionali decide di studiare in un'altra ripartizione geografica (quota in lieve crescita negli ultimi anni, era il 24,8% nel 2015). Tra i laureati del Centro il valore è pari all'11,3% e tra quelli del Nord è solo del 2,9%. Tra l'altro, tenendo in considerazione il contesto familiare di provenienza dei laureati, si evidenzia che tali flussi portano a un aumento, al Nord, della quota di laureati provenienti da famiglie con un solido background socioeconomico e culturale, a depauperamento della ripartizione meridionale. "Si tratta, dunque, di una doppia perdita per le aree meridionali - . Le ragioni alla base di queste tendenze riguardano soprattutto le caratteristiche dei territori: nelle regioni del Centro-Nord si osserva una maggior domanda di lavoro, un più solido sistema del diritto allo studio e un maggior numero di sedi universitarie. Il fenomeno è ancor più preoccupante se si considera che si tratta di laureati in grado di rappresentare un valore aggiunto importante per i sistemi locali in cui sceglieranno di stabilirsi".

Tra l'altro le indagini AlmaLaurea mostrano che la migrazione per motivi di studio spesso si tramuta in una migrazione per motivi di lavoro, poiché dopo la conclusione degli studi i flussi di ritorno verso le aree di origine risultano piuttosto limitati.

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