Riccardo Zampagna, il rigore sparato alla Sud del bomber che voleva fare altro nella vita

Il ternano che in Umbria allena i ragazzini della Scuola Calcio racconta gli anni di un mestiere che non sentiva suo. Il penalty sbagliato al "Celeste" contro il Genoa il ricordo più bello quasi come il cucchiaio a Pelizzoli. "Non mi vedevo in serie A, l'unico a crederci era Pietro Franza"

Riccardo Zampagna nel Messina da Messina Sportiva

Non è vero che i rigori sbagliati fanno male. Ci sono pure quelli che seppur mancati lasciano un segno. Alcuni sono talmente decisivi che aspetti di battere il tuo futuro e non solo la palla dal dischetto. Con Riccardo Zampagna, ternano di 45 anni, e attaccante che voleva fare altro nella vita (lui che da adolescente veniva schierato terzino destro) è un penalty spedito in curva Sud al "Celeste" che non lo copre di fischi ma lo inserisce a pieno titolo tra i più amati dalla tifoseria. Il calcio è anche questo, forse solo questo. E' anima e cuore prima di soldi e contratti quando raggiungi certi livelli. La stagione è la 2002-2003.

"Giocare a calcio? Non se ne parla"

Dieci anni prima Zampagna aveva smesso di giocare. Era in servizio militare e tornato a casa guadagnava bene, anche più di un calciatore di serie D. "Purtroppo segnavo - scherza - ero stato al settore giovanile della Ternana ma avevo smesso con il pallone, non ne volevo sapere perché non mi volevo allenare, troppa fatica".

Un passaggio all'Elettrocarbonium, squadra della provincia di Terni, con base a Narni, dei mesi alla Narnese e i genitori che ogni giorno guidano tra Roma e l'Umbria per farlo giocare al club Spes Montesacro. La madre, Franca Mandoloni, credeva nelle possibilità sportive di Riccardo, quasi vicina a forzarlo. Forse non voleva che entrasse alle Acciaierie come il marito Ettore, che tutti chiamavano Danilo, morto nel 2007 per un cancro che chi lavora in siderurgia sa che ti sta sempre accanto come un fantasma. Zampagna alla Spes è un esterno difensivo, corre in diagonale tenendosi lontano dalla porta. Va all'Amerina in Eccellenza come fuori quota dove può allenarsi una volta a settimana senza impegni ma segna 24 gol in 20 partite. Lo nota il Pontevecchio in D dove avrebbe guadagnato la metà dello stipendio di un tappezziere. "Rinunciai a molti soldi però poteva essere l'occasione vera per diventare un calciatore anche se pensavo di fare altro nella vita". Silvano Mecozzi, dirigente dell'Ancona, lo porta in biancorosso con due anni di contratto per uno stipendio di 50 milioni. Otto mesi dopo strappa l'accordo perché non voleva determinati procuratori che scegliessero per lui e rientrato all'Amerina è Walter Sabatini che lo convince a firmare per la Triestina dove il tecnico Pippo Marchioro aspettava Andrea Silenzi e invece suona alla porta il ternano tutto da scoprire. Lui continuava a dire che non avrebbe voluto giocare a calcio ma stavolta il gioco si fa serio. 

A Cosenza l'incontro con Mutti, è il numero 9

Sabatini ritiene che è pronto per la C1 e nel '99 fa il salto all'Arezzo gestito da Serse Cosmi. Guido Angelozzi capisce che il ragazzo ci sa fare con la palla seppur con movenze non troppo eleganti (lo aveva compreso bene Sabatini qualche anno prima) e convince i Massimino a comprarlo. "Nel gennaio 2000 Gaucci rileva la società, a Catania mi trovo contro i tifosi e non sto bene perché mi schieravano esterno sinistro". Il Catania lo manda in prestito al Brescello dove sfiora la promozione in B; altro prestito al Perugia (lui ternano doc anche se da piccolo amava l'Atalanta per il gemellaggio con gli umbri e sogna di ripetere le giocate dell'argentino Claudio Caniggia) dove gioca l'Intertoto contro lo Standard Liegi "Per un ternano è un problema grosso sbagliare un gol a Perugia)". In quel girovagare in pochi mesi la fortuna è la chiamata del Cosenza dove il mister è Bortolo Mutti. "Mi ha lanciato lui attaccante centrale, il primo gol è contro la Salernitana che per un cosentino è un derby e se fai gol diventi uno di loro". Un anno e mezzo in Sila, undici reti e la B a Siena dove lo vuole Gianni Papadopulo. 

A Messina, la telefonata di Pavarese e la fiducia a occhi chiusi di Franza 

"Ti abbiamo preso all'ultimo minuto": lo squillo a Zampagna è del dirigente del Fc Messina Gigi Pavarese che a tempo scaduto lo acquista per l'attacco champagne di Francesco Oddo che sa tanto di zemanlandia: gol e spettacolo in casa e fuori fino a quando la retrocessione sta per materializzare la C1 e arriverà Maciste Bolchi a chiudere la stagione. "Non ricordo contro ma sbagliai un rigore al Celeste, sai cosa fanno i tifosi? Mi dedicano un coro, mi galvanizzano, succede di raro una cosa del genere ed è qualcosa che non dimenticherò mai".  Zampagna non ricorda che il Messina battè il Genoa 2-1 ribaltando lo svantaggio e che lui realizza un primo rigore a metà primo tempo sotto la Nord per atterramento di Amauri. Nel secondo altro rigore assegnato da Nucini (è la giacchetta nera delle dichiarazioni choc al processo Moggi) sempre per fallo sul compagno brasiliano. Dagli undici metri Zampagna di destro spedisce sulla Sud il pallone ma i tifosi sono con lui, lo incitano. Una prodezza del capitano, Sergio Campolo, regala la vittoria al Messina. Lui lascia l'anno di fidanzamento con i tifosi messinesi e realizza il suo sogno: giocare alla Ternana, la "sua" squadra, quella dove al Liberati andava in curva da ultras. Se a Messina ne segna 17 di reti a pochi passi da casa fa di più: 21. A fine stagione per poche migliaia di euro nella busta dei Franza c'è qualcosa in più rispetto ai soldi dei comproprietari e Zampagna riscende in Sicilia ma per disputare la serie A che è un'altra cosa. "Sento ma davvero che non sono capace di giocare in massima serie, volevo restare in B a Terni, Pietro Franza invece era convintissimo, mi disse che avevo la sua fiducia e che avrei fatto bene anche nel campionato italiano più importante, io sarei rimasto a casa in tutti i modi...". 

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Il cucchiaio alla Roma di Totti e la consacrazione nella squadra del cuore  
 

In quel campionato 2004-2005 l'unico a credere nelle possibilità di Zampagna era solo Franza. Fino al 19 settembre. Perché Zampagna con una delle specialità di Francesco Totti supera il metro e novantasette di Ivan Pelizzoli per il 4-3 finale con un pallonetto che più da San Filippo è da San Paolo in Brasile. "Fu un film, si è aperto un mondo per me e la squadra, il bene dei tifosi del Messina nei miei confronti fu esagerato, certo che ci vogliono i coglioni a segnare gol del genere". Per non parlare del 2-1 a San Siro al Milan di Maldini che arrivò secondo dietro la Juventus, Calciopoli revocò quel titolo ai bianconeri. Il Messina sfiorò pure la qualificazione in Europa con tecnico, guarda caso, Mutti che quell'anno aveva azzeccato il ruolo di tutti i giocatori. L'anno dopo, però, non è più tempo di pallonetti, le cose sullo Stretto non vanno bene. Mutti esonerato e Zampagna che dopo l'inizio rifiuta Psg, Fulham e Monaco per giocare con la squadra del cuore: l'Atalanta. Campionato vinto e ritorno in fretta in A per altre prodezze, in particolare le rovesciate copiate sulla neve a papà Danilo. Zampagna avrà tempo di girare ancora nel mappapondo del calcio tra Vicenza, Sassuolo e Carrarese prima del ritiro nel 2011 al Liberati con la partita d'addio. I ragazzini della Scuola Calcio lo aspettano per allenarsi, lui che da adolescente di calcio e fatica non ne voleva proprio sapere. Strano come l'esultanza dopo un rigore mancato. 

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