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Scherzi horror con Samara, lo psicoterapeuta Barrilà: “Una provocazione da spegnere col silenzio”

L'analista adleriano spiega perchè è sbagliato definirlo un gioco e quanto il clamore rischia di aumentarne la pericolosità come per il Blue Whale. “I nostri ragazzi ci chiedono di alzare le antenne, ma occorre farlo concentrandoci sui compiti affettivi ed educativi”

Tunica bianca e capelli scuri sul volto, in mano un coltello che dovrebbe essere finto. Così le Samara se ne vanno in giro in piena notte spaventando in tantissime città d'Italia. Da Catania a Foggia. Ora il Samara Challenge fa ha fatto il suo esordio anche a Messina e provincia, non si sa quanto costruito ad hoc. Tanto per non farsi mancare nulla.

E’ un gioco per impaurire. Anche se a spaventare, più che la ragazzina indemoniata, sono le reazioni violente e inaspettate che potrebbe scatenare.

Un gioco che nasce traendo ispirazione da The Ring, film del 2003 diretto da Gore Verbinski. Il Samara Challenge consiste infatti nel travestirsi da Samara Morgan, la ragazzina protagonista della pellicola horror, e girare per le vie della città spaventando i passanti. Il tutto ovviamente con tanto di riprese e foto da postare poi sui social nella speranza che diventino virali. 

E qui, forse, il nodo di un fenomeno che cresce proporzionalmente alla visibilità che si riesce ad ottenere. Il male del secolo, a cui tutti noi abbocchiamo.

Lo spiega bene a Messina Today, Domenico Barrilà (nella foto), psicoterapeuta messinese da anni trapiantato a Milano, analista adleriano, scrittore di numerosi saggi e attento studioso degli effetti prodotti sulla psiche dai fenomeni sociali con particolare attenzione ai temi legati all’infanzia e all’adolescenza, a cui abbiamo chiesto un breve commento sul fenomeno.

Samara, una provocazione da spegnere col silenzio

Domenico Barrila?-4“Commentare questi comportamenti significa in qualche misura abboccare all’amo dei giocatori, perché anche stavolta, come molte altre, c’è una richiesta di attenzione di una parte del mondo giovanile, veicolata in maniera provocatoria.

Il Samara Challenge - spiega lo psicoterapeuta -  viene definito un “gioco” dai mezzi di informazione, ma un gioco possiede connotati che dovrebbero portare divertimento, godimento, gioia, quando un gioco degenera diventa qualcosa di diverso, addirittura patologia, come accade, ad esempio nel caso del gioco d’azzardo, un fenomeno rovinoso a cui non si presta la necessaria attenzione. La ludopatia è una minaccia pesantissima alla stabilità delle famiglie e dei sistemi sociali. Questo è un gioco che degenera e che, dunque, cessa di essere un gioco”.

Ma quanto può essere pericoloso metterlo in atto?

“Il Samara Challenge è un caso di gioco che degenera - continua Barrilà - perché può sollecitare reazioni in grado di mettere in pericolo la vita dei giocatori, mi viene in mente la tragica fine del calciatore Luciano Re Cecconi, che nel gennaio del 1977, credendo di fare un “gioco”, con due amici entrò in una gioielleria di Roma, portava il bavero del cappotto alzato, e si mise a gridare “Fermi tutti questa è una rapina”. Il gioielliere lo prese sul serio, estrasse la pistola e lo uccise.

Un gioco deve avere delle regole condivise e accettate dalle parti in causa, il Samara Challenge in questo senso è atto arbitrario perché le regole sono scelte da una sola delle componenti mentre l’altra è inconsapevole, anzi non è neppure edotta del fatto che si tratta di un gioco, quindi parlarne come si si trattasse di un’azione ludica è decisamente improprio”.

Troppo aggressivo dunque per definirlo tale.

“Si, in realtà siamo di fronte ad una forma di comportamento aggressivo, che tende a suscitare nel prossimo stupore o addirittura paura, aprendo le porte ad un ombrello di reazioni che possono mettere in pericolo chi il gioco lo subisce. Fatti salvi questi aspetti, diciamo così, di ordine pubblico, è evidente che dietro questo nuovo fenomeno c’è un desiderio che proviene dal mondo giovanile, che periodicamente ci chiede di alzare le antenne e posare lo sguardo su quella platea di giovani che si sente fuori dai radar del mondo adulto.

Quindi, al netto degli aspetti folcloristici - continua Domenico Barrilà -  ambigui o addirittura pericolosi, di questa provocazione, è necessario domandarsi se non è il caso di smetterla di fare clamore, di guardare il dito, come accadde nel caso del Blue Whale, per concentrarci finalmente sui nostri compiti affettivi ed educativi”.   

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