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Domenico Barrilà: “La mia psicanalisi senza effetti collaterali”

Trent'anni di editoria e non sentirli. Lo psicoterapeuta messinese-milanese si racconta. Tra amore per la scrittura, libri, il ricordo degli amici d'infanzia e nuovi progetti per il mondo del lavoro

Domenico Barrilà

Tra pochi mesi ricorrono i trent’anni dall’uscita del suo primo volume, “Educhiamo i nostri bambini con creatività”, che allora diventò un piccolo best seller, ottenendo anche diverse traduzioni. Messinese, almeno fino ai 18 anni, anche milanese dopo di allora, da quasi 50 anni.

Infanzia nella baraccopoli presso la caserma Zuccarello, adolescenza al Villaggio Minissale, appena meglio.

Dopo l’esordio, una trentina di libri, diversi dei quali si sono fatti conoscere oltre i confini nazionali, migliaia di articoli e tanto altro.

Ricorda uno per uno i compagni dei primi anni, con particolare commozione Corrado, giustiziato dalla mafia insieme al giovane cognato, casualmente presente all’esecuzione.

Oggi, leggo sulla brochure del “Festival Coraggio”, in Friuli, di cui è stato ospite lo scorso ottobre in presenza, insieme a Corrado Augias e ad altri nomi della cultura italiana, Domenico Barrilà è considerato “uno dei massimi psicoterapeuti italiani”.

A tre decenni dal suo esordio nella saggistica, lo incontriamo per una chiacchierata a cuore aperto, a cominciare della scrittura, attività attraverso la quale è riuscito a fare conoscere il proprio pensiero e la propria psicologia, profondi e originali, in Italia e all’estero, concedendosi anche delle proficue incursioni nella letteratura per l’infanzia, la collana “Crescere senza effetti collaterali” può definirsi un classico del genere, e nella narrativa, con il suo romanzo autobiografico “La casa di Henriette”.     

Cosa ricorda dei suoi amici di un tempo?

“Tornano sovente, mentre mi addormento, vedo i loro volti, sento i loro nomi. Molti sono finiti in prigione, diversi morti precocemente, qualcuno è rimasto senza un dente in bocca, perché non si è mai potuto permettere un dentista. La memoria di quelle creature mi fa sembrare banali le tante persone smarrite nelle proprie ossessioni monotematiche, nelle loro imprese ascensionali che in realtà non le fanno mai staccare da terra”.

A novembre, al convegno di Firenze, commemorativo dei cento anni dalla nascita di Gianni Rodari, le sue parole hanno colpito l’uditorio. Coraggiosa l’affermazione sugli scrittori, che “sembrano dei bambini col corpo di adulti”.

“Tempo prima ero stato invitato ad una manifestazione, la sera a cena ero stato collocato in una tavolata di scrittori. Era appena affondato un barcone, proprio quello che ospitava il bambino reso immortale da Makkox, ebbene non siamo riusciti a parlare di nient’altro che dei progetti di scrittura a cui ciascuno era intento. Pensavo a qui signori proprio stamattina, riguardando le foto del piccolo marocchino messo in salvo dal militare spagnolo nelle acque di Ceuta”.

Qualche amico, tra gli scrittori, immagino ce l’abbia.

“Emanuela Bussolati. Mi ricorda Gianni Rodari, prende parte, dice la sua. Molto legata alla Palestina, dove credo abbia incontrato una pletora di bambini. Insieme abbiamo preparato la collana Crescere senza effetti collaterali, di cui sono orgogliosissimo, attraversando insieme dieci anni della nostra vita. Emanuela è un’adulta, complimento che riservo a poche persone.  Donna intelligente, acuta, leale, Ci diciamo sempre che vorremmo lavorare ancora insieme.  Prima di finire entrambi in qualche ricovero per anziani succederà, ne sono certo”.

Dimmi qualcosa degli editori con cui si è cimentato.

“Ve ne sono di due tipi. Grandi, con qualche rischio di anonimato. Piccoli, caldi e artigianali, dove si imparano tante cose”.

Un nome per ciascuno dei versanti.

“Per quelli grandi direi Feltrinelli, anche per le belle amicizie nate con editor e addetta stampa, che sopravvivono anche se quest’ultima è migrata presso un altro editore. Non riesco a lavorare se non si crea un rapporto personale. Per quelli piccoli, ma solo per dimensioni logistiche perché in realtà il suo ingombro culturale è potente, senza dubbio Carthusia, laboratorio di creatività e di talento.  La redazione, ospitata in un appartamento dalle parti del Cenacolo, sembra una galleria d’arte popolata di opere di enorme livello, molte delle quali possiedono una carica civile notevole. In Carthusia si respira una precisa idea dell’uomo e dei suoi diritti, e ciò che pubblica tende a porsi al servizio di tale visione, che è profondamente solidale”.

Per Feltrinelli continua a scrivere, con Carthusia mi pare non succeda da tanto.

“In realtà la missione comune era finita, la collana era giunta a destinazione, e io non sono propriamente un autore per l’infanzia, avevo bisogno di ritrovare un terreno di coltura per la mia saggistica, avevo anche provato a farlo in Carthusia, ritengo “Soli si muore” uno dei miei libri più significativi, ma non è andata come speravamo, il pubblico della casa editrice è focalizzato sull’’infanzia. Mi è spiaciuto, Patrizia Zerbi è una persona generosa e l’esperimento meritava esiti diversi”.

La collana “Crescere senza effetti collaterali” accompagna da anni decine di migliaia di bambini, italiani e non solo, compresi i miei figli, la sua attualità sembra inossidabile.

“Amo molto quella collana. Ogni albo, una trentina di pagine, è costato due anni di lavoro, al loro interno sono confluite le sensibilità dei due autori, ma anche quelle, preziose, presenti nel team carthusino. Lavorando a quelle trame mi sono ripreso una parte della mia infanzia”.

Il suo contributo alla letteratura per l’infanzia, dunque, si ferma con quella strana trascrizione del Coraggio. “La capacità di tollerare l’insuccesso”.

“Lo pensavo anche io fino a qualche tempo fa, poi è scattato qualcosa. In questi giorni è iniziata la stesura finale di un albo illustrato, che forse aprirà una nuova collana. Ci lavoro da quasi tre anni, con diverse interferenze visto che nello stesso periodo sono usciti tre saggi e un romanzo”.

Questa è una notizia. Può dirci l’argomento?

“Mi spiace, non posso”.

Ha accennato al romanzo, La casa di Henriette. C’ero alla presentazione a Messina, una serata commovente. Nessuno si aspettava un’opera di narrativa da lei.

“Mi sono misurato con il mondo degli editor di narrativa, niente a che vedere con quelli della saggistica, più discreti, anche perché si trovano di fronte degli esperti nelle loro materie.  I saggistici, invece, sono invasivi perché l’ambito è più opinabile.  Tutti trovavano notevole la storia ma mi chiedevano di abbandonare lo stile saggistico. La scrittura, però, è come il dialetto, non puoi cambiarla a comando. Dopo l’uscita è apparsa una bellissima recensione su una testata specializzata, che individuava proprio nella scrittura il punto di forza del romanzo. Tutto sommato, però, a me è andata bene, il romanzo continua a farsi onore, inoltre sono stato avvantaggiato da una circostanza. Avendo pubblicato molto non avevo l’ansia del neofita che vuole pubblicare a ogni costo, quindi mi è stato facile tenere duro, ma mi chiedo quanto pesa lo zampino degli editor nella narrativa di oggi, in parole povere chi scrive davvero i romanzi”.

Al di la della trama, davvero incredibile, mi chiedo perché un saggista affermato fa un salto nella narrativa, soprattutto con un’opera così intima, come La Casa di Henriette?

“Proprio per la storia personale, parte integrante della mia formazione professionale, desideravo parlare a modo mio del retrobottega, accorciare le distanze tra la psicoanalisi e le persone comuni, mostrare che dietro non ci sono magie, cilindri e nemmeno conigli, spesso c’è una complicità tra il bisogno di arcano delle persone e la necessità di qualcuno di mostrarsi come una figura iniziatica. Due finalismi complementari non sono necessariamente due finalismi corretti. Stare nella vita delle persone, interpretarla senza aggiungere o togliere nulla, mostrando più mondo affinché possano scegliere con maggiore consapevolezza. Questo è il mio lavoro, il resto meglio lasciarlo ai maghi veri che, ti garantisco, sono tanti e se la passano bene”.

Sappiamo che è molto attivo nei rapporti con le aziende.

“Solo con quelle che fanno sul serio, con diverse si è creato un legame solido. I processi di umanizzazione del lavoro sono la nuova frontiera dei diritti, la strada per dare sollievo alla persona e forse salvarla. Scegliere un dirigente con il solo criterio del profitto fa crollare, letteralmente, i ponti, spezza e ammala vite. Occorre formare chi comanda nei luoghi di lavoro, perché possono fare prevenzione al malessere del Pianeta, diventando protagonisti per una nuova ecologia umana, esistenziale. Non si tratta di fare stare bene la persona per produrre di più e meglio, ma di farle stare bene in quanto fine di tutti gli sforzi. Una persona che sta meglio restituisce di conseguenza. Niente Taylorismo semmai compassione competente”.

Il suo rapporto con le nuove tecnologie. “I Superconnessi” è stato un passo avanti nella comprensione dell’intreccio persona-digitale. Malgrado quest’opera, non è particolarmente tenero coi social network, eppure lo scorso anno ci siamo imbattuti in sei video meravigliosi che aveva realizzato il policlinico Agostino Gemelli, si parlava di Covid ma i contenuti sono una sintesi potente della sua psicologia. Per la cronaca, quei video avevano ottenuto diversi milioni di visualizzazioni.

“Il mio lavoro è, come si dice, “incarnato”, deve fare i conti con i fenomeni attuali e incrociarli in modo critico, i social falsano il piano della comunicazione e dunque deformano i dati della realtà, creando graduatorie finte e ingannevoli. Molti sono stati abili a sfruttare l’opportunità prendendosi vantaggi sospetti nella considerazione dei cittadini. Anche nel mio lavoro, purtroppo. Di recente, rispondendo a un’intervista sul tema, per un magazine di Repubblica, avevo definito i social  ”un ritocchino permanente della nostra vita”.    Quanto ai video prodotti per il policlinico Gemelli, il modo in cui sarebbero stati divulgati lo decideva il committente. Tuttavia, siamo di fronte a un tentativo di uso pro sociale di questi canali, vi sono contenuti che non cercano vantaggio ma valore comunitario. Non c’è alternativa”.

E nel futuro? Progetti, nell’editoria e in altri spazi?

“Quelli non mancano, ma ultimamente mi addormento troppo spesso sulla poltrona. Comunque il mondo del lavoro mi suscita molto interesse, se le persona stanno bene al lavoro, il mondo può cambiare davvero”.

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