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Niente sesso, siamo inglesi! Produzione  Sceluq 2.02017

Niente sesso, siamo inglesi! Produzione Sceluq 2.02017

“Il teatro non può ridursi allo streaming”, la direttrice Sceluq 2.0 scrive alle autorità per smuovere le coscienze

Sabrina Sciabà diventa la voce di chi dice basta ad un attività relegata al mondo virtuale: "Si parla di tutto ma non della ripresa delle attività artistiche in sicurezza". La rabbia di un comparto abbandonato a se stesso in una lettera rivolta a istituzioni e opinione pubblica

Una piccola realtà teatrale che come compagnia è attiva nel territorio da oltre un decennio ma che con l’attività formativa stava prendendo piede negli ultimi due. Stiamo parlando di Sceluq 2.0  che rompe il silenzio, in questi tempi bui in cui il teatro e tutte le attività legate al mondo dello spettacolo sono paralizzate, diventando la voce di intere categorie che oggi sono stanche di essere state tagliate fuori da qualsiasi disposizione governativa. Una missiva, quella della direttrice artistica dell’associazione culturale Sabrina Sciabà, che diventa il grido di dolore  di chi dice basta ad un teatro e non solo relegato allo streaming che non può e non deve morire in un silenzio assordante come quello dell’indifferenza.

La lettera è rivolta alle istituzioni ma anche all’opinione pubblica per smuovere le coscienze su un problema di cui si parla poco: “ Il teatro non può ridursi allo streaming- dichiara Sabrina Sciabà- perché tra le tanti disposizioni non si parla mai di spettacoli dal vivo  e di formazione dell’arte?  Bisogna portare avanti l’idea di riaprire e trovare una soluzione in sicurezza”.

L’attività formativa dell’associazione è ferma da ottobre  dopo una timida riapertura avvenuta  dopo l’estate e gli spettacoli dal vivo al momento restano solo un lontano e triste ricordo, destino che accomuna le altre associazioni che operano nell'arte: “Non è possibile pensare solo alla riapertura delle scuole e non alla riapertura delle attività formative dell’arte. Teniamo i nostri laboratori in un ampio spazio, lavoriamo per piccoli gruppi e possiamo garantire le distanze di sicurezza , perché il nostre settore deve rimanere bloccato?” 

Sabrina Sciabà si scaglia contro chi pensa che l’unica soluzione sia affidarsi a piattaforme online: “Non può essere la soluzione perché il teatro ha  bisogno deli attori ma si alimenta con gli spettatori, con lo streaming il regista decide cosa farti vedere con il teatro no. Il teatro è fatto di emozioni, le stesse emozioni che si possono trasmettere anche rispettando le norme di sicurezza”.

Riportiamo la missiva che  diventa un grido di aiuto di un mondo, quello dello spettacolo, che non vuole restare a guardare: “Non si può perdere la bellezza dell’arte-conclude- non possiamo togliere agli uomini la possibilità di crescere intellettualmente, attraverso il teatro, la musica e la danza".

Riportiamo di seguito la missiva da Sabrina Sciabà:


“Può il teatro esistere senza attori?... Può il teatro esistere senza spettatori? Nelle risposte, ovviamente negative, a questi quesiti è racchiusa la logica del cosiddetto “teatro povero” del maestro Grotowski, visionario pedagogista e regista del XX secolo. Oggi, con i teatri chiusi, sembrerebbe che questo connubio tra attore e spettatore, perpetrato per via telematica, possa costituire un surrogato risolutivo e alternativo, dimenticando che l’essenza del teatro, ogni sua dimensione artistica (danza, prosa e musica), materializza una simbiosi personale e reale tra gli artisti e il loro pubblico. Come direttore artistico del laboratorio teatrale sperimentale Sceluq 2.0, che prende vita dall’esperienza di oltre un decennio dell’omonima associazione culturale, ho avallato in questi mesi di grave emergenza pandemica, l’iniziativa di lavorare a distanza, a titolo gratuito, con gli allievi, ponendoci come obiettivo òa realizzazione di brevi video, al fine di mantenere vivo lo spirito di gruppo e la tensione emotiva e creativa. Da questo lavoro è scaturito il messaggio di Anatolij Vasiliev sulla necessità del teatro, uno stralcio del celeberrimo monologo di Ficarra e Picone sulla “fierezza” di essere siciliani ), e, in ultimo, lo studio sul personaggio dall’osservazione di un’immagine, interpretato sulla base del metodo Stanislavskij e rielaborato, mediante alcune tecniche sperimentali perseguite dal nostro actor coach. Il lavoro va avanti ma si percepisce in generale una sconsolata rassegnazione a queste nuove formae di performance che sono e rimangono un surrogato. Mi voglio augurare che il teatro, in tutte le sue forme, non anneghi nel qualunquismo dell’arrangiarsi perché “il momento è quello che è”, piuttosto sarebbe opportuno concentrarsi concretamente per far sì che si sviluppino soluzioni nell’immediato che restituiscano allo spettacolo dal vivo la dignità che merita. Voglio concludere il mio messaggio con una riflessione di Marco Baliani: “Quando assisto ad uno spettacolo teatrale in streaming, io vedo quello che operatori registi e montatori hanno deciso di farmi vedere, non posso mica dislocare lo sguardo altrove nello spazio scenico… senza odori, senza fremiti, senza corpi accanto al mio che mi trasmettano emozioni e sensazioni, senza possibilità di decidere da cosa voglio essere attratto…E noi da cosa decidiamo di voler essere attratti?”
 

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