Alluvioni e infrastrutture, ma l'unica grande opera è la messa in sicurezza del territorio

Frane e inondazioni colpiscono l’intero territorio nazionale da più di 50 anni. Una natura prepotente come la politica che non sa cambiare registro e ristabilire le priorità

Non sappiamo ancora quanti sono i morti e i danni del disastro in Emilia Romagna ma le immagini e i video che arrivano delle città sommerse, i volti disperati e imploranti per la propria vita, lasceranno una traccia indelebile nei nostri pensieri.

Se c’era un modo tragicamente perfetto per raccontare gli effetti devastanti che il cambiamento climatico genera soprattutto in assenza di interventi mirati a mettere in sicurezza le zone a più alto rischio, quei volti lo hanno evocato fino in fondo.

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Loro, gli emiliani, si leccheranno le ferite per anni, così come noi in Sicilia lo facciamo da più di mezzo secolo. Due realtà lontane che condividono, con accenti diversi, insieme al resto del Paese, la pessima qualità della politica. Perché le minacce che incombevano su quei territori, così come su Giampilieri e le sue 37 vittime del 2009 o a Casteldaccia, in provincia di Palermo - nella villetta inondata dopo l'esondazione del fiume Milicia che si è portata via nel 2018 nove persone - ce le ripetono tutti i giorni. Ma non interessa saperlo se poi non si prende atto che prima di calare, su un territorio già così ferito, un manufatto innaturale e potenzialmente omicida, come il ponte sullo Stretto, occorre fermarsi e riflettere. Accettare una simile mutazione genetica a scatola chiusa, presuppone un rapporto di fiducia tra cittadino e politica che richiede almeno un altro secolo per essere edificato, di certo non può essere riposta su chi mette insieme in un tweet i morti per l’alluvione e la sconfitta del Milan.

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L’invito alla temperanza e a non speculare sulla sciagura in Emilia Romagna lanciato da chi si prepara a gettare altre colate di cemento è lodevole se si riferisce al rispetto dovuto alle vittime e ai loro familiari, un po’ meno se mira a sottrarre il governo ad una discussione sulle responsabilità passate, presenti e future.

Questa volta è l’Emilia Romagna, ma la prossima? A chi toccherà? Non cʼè oggi un problema solo di ecosistema cambiati. Cʼè una calamità innaturale, che è quella di politici e burocrati legati da un patto di ipocrisia complice di delitti ambientali. Che non comprendono che l'unica vera grande opera pubblica di cui questo paese ha bisogno è la messa in sicurezza del territorio. Ogni tanto cambiano nome ma sono gli stessi furbi che hanno distratto risorse, miliardi di euro negli anni, convinti che mai nessun albero sarebbe andato in Procura a denunciare lo stato di abbandono.

Se non si vuole fare soccombere questa terra è opportuno che a gestire i fondi stanziati o che verranno stanziati dallʼEuropa intervenga una Authority. Di gente competente, professionisti come geologi, ingegneri e idraulici dellʼambiente e non personaggi che vogliono continuare a fare carne di porco di quel territorio che oggi si ribella.

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