Mercoledì, 20 Ottobre 2021
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Redazione MessinaToday

A 200 anni dalla nascita di Engels democrazia sempre più malata, ora è il Covid che detta l’Agenda ai governi

E' in atto una drammatica accelerazione ad un processo di revisione di elementi fondamentali della vita delle istituzioni, della politica e dell’economia. Una mutazione resa ancora più drammatica dalla pandemia, con le masse che non si muovono più dietro un ideale rivoluzionario, ma dietro una convenienza, uno sconto fiscale, un bonus

La pandemia Covid ha prodotto una drammatica accelerazione ad un processo di revisione di elementi fondamentali di sistema, regolatori della vita delle istituzioni, della politica e dell’economia. Rispetto a questa mutazione, peraltro necessaria, si erano già ravvisati diversi segnali di un cambiamento che, con un po’ di retorica, si potrebbe definire epocale. Tuttavia come tale non era percepito, sembrava che fosse in atto un lento procedimento riformista, non era una certamente percepito come una rivoluzione. Del resto, volendo dare una lettura veloce del tessuto sociale del mondo occidentale, nel tempo in cui si celebrano i 200 anni della nascita di Engels (28.11.1820), sembra che i cittadini sono stati trasformati da cittadini in consumatori e le masse non si muovono più dietro un ideale rivoluzionario, ma dietro una convenienza, uno sconto fiscale, un bonus, da ottenere pacificamente, cliccando un like stando seduti sul divano o magari in cambio di un voto.

La pandemia invece, sul piano della tempistica, è rivoluzionaria, rapida, mette in discussione ogni cosa, la scienza, lo stile di vita, la capacità di governo, la valutazione tra essenziale e superfluo, la visione del lavoro e dell’organizzazione sociale. Si avverte che alla fine di questa situazione nulla sarà più come prima, ma non è detto che ci si stia avviando verso un mondo migliore. Passano infatti in secondo piano i ragionamenti che erano maturati già prima che esplodesse la pandemia sulla necessità di intervenire per curare la cosiddetta Democrazia Malata. Adesso, di un tema come questo non se ne parla affatto, infatti più che i valori essenziali della Democrazia, sembrano per certi versi più pregnanti certi diritti costituzionali limitati alle prerogative del singolo o di un territorio, come mai prima d’ora era avvenuto in 74 di storia dell’Italia repubblicana. Le misure emergenziali messe in atto dal Governo hanno di fatto limitato il diritto al lavoro, la libertà personale, le libertà di circolazione, di soggiorno e di riunione. Tali diritti, che potrebbero essere intaccati, a seconda dei casi, solo per legge o per atto dell’Autorità Giudiziaria, sono stati invece compressi con meri atti amministrativi e, per ciò stesso, sottratti all’esame del Presidente della Repubblica e del Parlamento, forse nel dichiarato intento di tutelare un altro diritto costituzionale, quello alla salute, definito nell’art. 32 della Magna Carta.

Ci sarà un tempo, superata anche la fase 2, per riprendere il tema della “Democrazia Malata”, che tocca anche altri aspetti della vita del Paese, la politica soprattutto, che si nascondeva spesso dietro le sortite tecnico giuridiche di costituzionalisti abilitati a entrare nel circolo mediatico ed a parlare a nome di tutti. In questa fase, in cui tutto sembra congelato, i nostri politici ed i loro politologi di riferimento sono stati sostituiti da virologi e tecnici della Protezione Civile. Ma si sta lavorando, o anche pensando, ad una nuova legge elettorale? Prima o poi si dovrà votare ed è chiaro, che se non verrà cambiata la Legge Elettorale, ci ritroveremo, ancora una volta, con un Parlamento di “nominati”, anche se con meno rappresentanti. Quando finirà il Covid, la politica dovrebbe riappropriarsi del suo ruolo ed assumersi le responsabilità che le competono. A tal proposito però i segnali provenienti dal Parlamento non lasciano ben sperare: i capigruppo, di tutti i partiti, pare abbiano trovato l’accordo su una questione molto ambigua: il rifinanziamento del fondo di cui alla legge 23 dicembre 2014, cosiddetto “Fondo per le esigenze del Parlamento”, un fondo istituito con la finalità di costituire una sorta di riserva per finanziare tutte quelle leggine di interesse dei singoli parlamentari che non trovano le dovute coperture nei vari capitoli di spesa del bilancio, in pratica utile all’occorrenza solo per probabili sostegni a campagne elettorali.

E a coloro che hanno condotto la battaglia per il taglio del numero dei parlamentari, all’insegna soprattutto della riduzione dei costi e che oggi, con un ignobile escamotage, aumentano le spese per un numero minore di deputati, bisognerebbe chiarire che questo è un gioco delle tre carte. Ma non è solo la politica che deve fare un tagliando, anche il Sindacato deve fare, urgentemente, i conti con la realtà. Il mondo del lavoro è cambiato, quantitativamente e qualitativamente, la novecentesca classe operaia forse non esiste più, tuttavia la esigenza di riesumare e rilanciare la “lotta di classe” si materializza quando di volta in volta si  evidenziano temi di grande attualità sociale come la crescita esponenziale della disoccupazione, la irrisolta disuguaglianza Nord-Sud o la squilibrata distribuzione della ricchezza e, quest’ultimo è un  argomento più volte trattato anche da papa Francesco, ripetuto fino a pochi giorni fa nell’incontro internazionale con i giovani economisti. Pensiamo ad Amazon, per fare un esempio, un player di dimensione planetaria che anche nel nostro Paese scarica con pesantezza gli effetti della sua incontenibile potenza, macinando utili eccezionali, distruggendo posti di lavoro nelle attività tradizionali, schiavizzando i suoi dipendenti ed eludendo il fisco.

Questo pone un quesito speculare rispetto a quello della crisi del mondo del lavoro, ma di ben più difficile soluzione, perché su questo piano, se oggi si avverte il forte pericolo determinato dal gigantismo economico dei colossi pubblici e privati multinazionali, non si riesce ad immaginare un percorso efficace che porti ad una dimensione più equilibrata l’attività di certi colossi che rischiano di diventare dei mostri, pronti a divorare non solo gli ambiti dell’economia, ma anche quelli della comunicazione e della politica, mandando in soffitta definitivamente quel principio di egalitè tanto caro ai francesi.

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