Hotspot di Bisconte, Antonio Mazzeo: “Migranti vere vittime di un progetto fuorilegge”

Da Accorinti a De Luca tutti gli errori sul centro “abusivo”. Storia di una baraccopoli dove è comprovata la violazione degli standard minimi di abitabilità ed accoglienza

Ok, prepariamoci ad assistere all’ennesima sceneggiata ruba-consensi da parte del sindaco di Messina Cateno De Luca. L’annuncio di voler chiudere il lager-hotspot per migranti realizzato all’interno dell’ex complesso militare “Gasparro” di Bisconte giunge fuori tempo massimo e - guarda caso - solo dopo la campagna di terrore (“i migranti-untori di Covid”), orchestrata da altri politici concorrenti nel ruba-consenso popolari. Il primo cittadino aveva nelle proprie mani da ben due anni tutte le carte per far scoppiare il caso hotspot in tutte le sedi istituzionali, comprese forse anche quelle penali-giudiziarie. Appena eletto, Cateno De Luca aveva trovato negli uffici comunali i documenti che evidenziavano presunti “abusi” nelle opere di trasformazione dell’ex caserma in una vera e propria zinco-baraccopoli per implementare le nuove politiche di controllo e detenzione di migranti e richiedenti asilo avviate prima con il ministro Marco Minniti (Pd) e successivamente da Matteo Salvini (Lega). Un costosissimo intervento infrastrutturale che ha ulteriormente peggiorato le condizioni di esistenza all’interno del “centro d’accoglienza”, trasformandolo in un inferno da cui l’unica possibilità di sopravvivere è fuggire.

L’atto che proverebbe l’abusivismo di baracche e tendostrutture all’interno del lager-hotspot è stato redatto dal Dipartimento di Edilizia del Comune il 10 maggio 2017 (due mesi prima cioè dell’avvio dei lavori di ampliamento del centro); reca in calce la firma della direttrice (l’architetta Antonella Cutroneo) ed è indirizzato alla “Tomasino Metalzinco Srl” di Cammarata, Agrigento, la ditta vincitrice dell’appalto (con un ribasso  di circa il 35,3% rispetto al valore a base d’asta di 1.932.000 euro) per la “realizzazione di una struttura temporanea per l’accoglienza dei migranti” all’interno dell’ex infrastruttura militare. “Sulla scorta della documentazione prodotta, risulta che l’intervento, proposto ai sensi dell’art. 7 del D.P.R. n. 380/01 lett. b), contrasta con le prescrizioni urbanistiche ed edilizie del P.R.G. (Piano Regolatore Generale) e del P.P.R. (Piano Paesaggistico Regionale) Bisconte, ricadendo l’area in questione in zona V.p.u. – Verde pubblico e parco urbano”, annota la dirigente Cutroneo, pur dichiarandosi disponibile ad incontrare i responsabili del progetto congiuntamente all’architetto Salvatore Parlato, altro funzionario del Dipartimento di Edilizia del Comune.

A supporto delle gravi considerazioni espresse, la dirigente allegava una relazione a firma del tecnico comunale Ignazio Collura, consegnata al Dipartimento il 9 maggio 2017. “Dall’esame della documentazione trasmessa emerge che l’area interessata dall’intervento occupa una superficie di circa 3.800 mq all’interno della caserma “Gasparro”, e ricade nel P.R.G. e nel P.P.R. attrezzature e servizi pubblici o di uso pubblico, in zona V.p.u Verde pubblico e parco urbano, art. 22”, riporta il geometra Collura. “L’area sarà suddivisa in quattro zone, mediante l’utilizzo di recinzioni metalliche alte metri 2, distinguendosi così una zona destinata agli addetti del cento e promiscui; una zona alloggi; una zona mensa; un’area tecnologica. Sono previste opere che riguardano: la sistemazione interna dell’area compresa la recinzione e la rimozione di un albero del quale si prevede il trapianto in un’altra area da determinare; lo spostamento del cancello d’ingresso; la collocazione di prefabbricati per ospitare i migranti costituiti da 22 moduli abitativi; la collocazione di prefabbricati per servizi (polizia, infermeria, vigilanza portineria, spogliatoi, docce, w.c….) a singola e doppia elevazione; una tendo-struttura da adibire a mensa”.

Assolutamente negativa la valutazione complessiva del progetto. “Si rileva che la documentazione non risulta adeguatamente supportata da un grafico progettuale dettagliato”, spiegava il tecnico del Dipartimento di Edilizia. “Si rileva una incompatibilità del tipo di intervento con la zona di ricadenza del P.R.G., che comunque prevede il mantenimento delle alberature. Resta da valutare se il tipo di insediamento rispetta, oltre ai requisiti igienico-sanitari regolamentari, gli standard relativi al rapporto mq/utente, tale da garantire la vivibilità e la permanenza di persone”.

Ed è proprio sul tema “vivibilità” del centro migranti di Bisconte che la relazione tecnica del Comune esprimeva le sue riserve maggiori. “I moduli previsti in progetto sono collocati in linea ed accostati uno all’altro, posti lungo il perimetro dell’area di sedime, adiacenti al muro di confine alto circa 4/5 metri e a distanza di circa metri 1; tale collocazione oltre a non essere regolamentare, non permette l’areazione dei locali”, spiegava Collura. “I moduli abitativi sono composti da un monoblocco delle dimensioni di metri 5x6 da 12 posti letto, sprovvisti di idonee aperture per la ventilazione e l’illuminazione naturale...”.

Opere dunque in contrasto con le normative urbanistiche e del tutto invivibili per ogni essere umano. Abbiamo posto, inutilmente, per anni, alcune domande: Chi e che in modo ha poi autorizzato l’avvio dei lavori? Come mai l’allora sindaco Renato Accorinti e l’assessore competente ingegnere Sergio De Cola non impedirono la realizzazione della nuova baraccopoli rilevando l’eventuale abusivismo e la comprovata violazione degli standard minimi di abitabilità ed accoglienza? Perché la politica dell’intera amministrazione del tempo si è caratterizzata per l’assoluta indisponibilità ad ascoltare le denunce degli operatori antirazzisti sull’insostenibilità e le incompatibilità del progetto di ampliamento del centro-lager di Bisconte? Perché solo oggi Cateno De Luca riapre la querelle dell’“abusivismo”, quando la sua amministrazione non è stata in grado di effettuare alcun intervento di verifica e/o controllo delle reali condizioni di vita all’interno del centro per migranti?

Un’ispezione nel novembre 2017 da parte di un’equipe di Borderline Sicilia aveva ampiamente descritto gli effetti dei nuovi lavori di ampliamento sulla vivibilità e l’agibilità dei migranti all’interno del Centro di Bisconte. “L’inefficienza dei lavori risulta ancora più evidente ascoltando i racconti di molti ospiti del CAS: a causa di forti allagamenti degli spazi in seguito alle recenti piogge, molti di loro sono stati costretti a dormire su brandine collocate all’interno di grandi tendoni”, scriveva l’organizzazione non governativa. “La precarietà organizzativa della struttura è facilmente percepibile sin dal primo impatto visivo esterno: gli spazi sociali sono nulli, i migranti sono obbligati a stendere i panni sulla rete divisoria, alcuni dei bagni sono chimici; l’acqua calda è disponibile solo in pochi momenti della giornata. Inoltre i vestiti e le calzature vengono distribuiti solamente al momento dell’ingresso e rimangono i medesimi per l’intero arco dell’accoglienza”.

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“Gli ospiti dell’ex caserma sono, dunque, costretti a sopravvivere quotidianamente in un limbo di attesa senza data di fine che ha il risultato, se non l’obiettivo, di incentivare la maggior parte degli ospiti a scappare da quest’apatia allontanandosi dal centro, complicando sempre di più il percorso del riconoscimento della protezione e il conseguente percorso di inclusione”, concludeva l’organizzazione non governativa. “Siamo di fronte ad un circolo che si autoalimenta e che non fa altro che produrre da un lato irregolarità e dall’altro odio, xenofobia e pregiudizio. Specchio di questa realtà sono le diversificate proteste portate avanti sia dai dei residenti del Rione Bisconte sia dai migranti, che in numerose occasioni hanno provato a far sentire il proprio malcontento”. Tre anni dopo, quel report di Borderline Sicilia è un macigno contro l’assoluta ignavia xenofoba dell’intera classe dirigente peloritana.   

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