Venerdì, 24 Settembre 2021
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Coronavirus, la verità di Zambon: “Diecimila morti che si sarebbero potute evitare”

A Barcellona Pozzo di Gotto l'ex funzionario Oms che ha raccontato ai magistrati lombardi i lati oscuri della pandemia. In un libro storie di poteri forti e di una strage annunciata

La storia di questi ultimi mesi dev’essere ancora scritta. Molti, anzi troppi gli aspetti rimasti oscuri, e che pertanto hanno necessità d’esser chiariti, soprattutto nel rispetto dei diritti di chi ha pagato un tributo di sangue alla pandemia. Su alcuni di questi aspetti, l’organo giudiziario già indaga. E’ il caso del “mancato” piano pandemico denunciato da un medico veneziano, Francesco Zambon, funzionario dell’Organizzazione Mondiale della Sanità il quale, in un rapporto del maggio 2020, segnalava inquietanti criticità nella messa in atto delle misure di contrasto all’epidemia da SARS-Cov2. Nonostante i tentativi dei suoi diretti superiori (tra cui Ranieri Guerra, direttore vicario O.M.S.) di frenare la divulgazione dell’informativa, il rapporto viene pubblicato per essere subito dopo, e d’autorità, ritirato. La vicenda finisce sotto la lente di Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione di Rai Tre “Report”, con conseguente apertura di un’inchiesta guidata dalla procura di Bergamo.

Il resto è storia nota. Zambon va a deporre davanti ai magistrati lombardi a dispetto del veto dell’O.M.S. decisa, a riguardo, di far valere l’istituto dell’immunità internazionale. Trascorso qualche tempo, il funzionario rassegna le sue dimissioni dall’Organizzazione rinunciando così a un lauto stipendio oltre che un ancor più lauto trattamento pensionistico. 

A un anno esatto dagli eventi fin qui narrati, Francesco Zambon ci racconta la “sua” verità nel libro “Il pesce piccolo” edito da Feltrinelli e messo in commercio a distanza di dodici mesi precisi dal ritiro del rapporto da parte dell’O.M.S. Una verità scomoda, che fa tremare i vertici della Sanità mondiale e pone in seria discussione l’operato del nostro Ministero della Salute nel corso della prima gestione della pandemia.

Il volume è approdato anche dalle nostre parti, e precisamente a Barcellona Pozzo di Gotto ove, il 10 luglio, Zambon è stato ospitato dal Comune tirrenico nei bei locali del Parco Maggiore La Rosa per parlare della sua vicenda davanti a un folto e interessato uditorio. Rispondendo alle domande di Carmen Trovato ma anche, a più riprese, interagendo con il pubblico, Zambon si è dichiarato da subito “sorpreso” per la mancata reazione politica – e, bisogna dirlo, anche di “certa” stampa – a quello che è ormai diventato un caso internazionale. Passando poi a sciorinare dati scioccanti – come, per esempio, la stima delle “oltre 10.000 morti che si sarebbero potute evitare” se l’Italia, per tempo, avesse aggiornato il suo piano pandemico fermo al 2006.

E sì che campanelli d’allarme ce n’erano già stati – dall’epidemia da SARS-Cov1 del 2003 alla MERS del 2015 – tali da far evitare il progressivo smantellamento delle unità di malattie infettive e di terapia intensiva su tutto il territorio nazionale. All’epoca peraltro – ci riferiamo all’ultimo scorcio del primo decennio dell’attuale secolo – responsabile dei servizi di prevenzione del Ministero della Salute era proprio quel Ranieri Guerra che fin dall’inizio remò contro la pubblicazione del rapporto di Francesco Zambon, sprezzantemente etichettato come “somarello di Venezia”.

Storie di poteri forti, che vanno ben al di là dei confini nazionali ma, comunque, non possono coprire eventuali responsabilità a carico del Ministero della Salute, oggi infatti sotto indagine da parte della procura di Bergamo. La quale, a detta dello stesso Zambon, nell’accertamento delle prospettate ipotesi di reato oggi “procede come un treno”.

Per l’intera comunità civile, il treno della speranza.

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