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Coronavirus, lockdown totale per la città “palude”: l'ordinanza di De Luca che comincia il conto alla rovescia

E’ ad una svolta l’azzardo del primo cittadino che spiega con l’enfasi che gli è propria l’agonia nella quale Messina è precipitata. Un problema che ora diventa di ordine pubblico

Un sindaco che si dimette in diretta Facebook e mette il dito nella piaga del “sistema Messina”, perché non vuole essere “il becchino della città”. E’ ad una svolta l’azzardo del primo cittadino Cateno De Luca che spiega con l’enfasi che gli è propria l’agonia nella quale Messina è precipitata. Chiama alle loro responsabilità i vertici delle istituzioni ed elenca un cortocircuito operativo nella gestione della pandemia che non può ammettere più nessun rinvio, come è nella logica della politica: Messina è la città a più alto contagio della Sicilia, tremila nuovi positivi in una settimana, più che da zona rossa, passa a off limits. Ma a questa situazione si è arrivati per una gestione fallimentare della Asp diretta dal direttore generale Paolo La Paglia che è sotto gli occhi di tutti. Se è vero che il sindaco ha elencato tutti i tavoli tecnici avviati a partire da ottobre per arrivare alla situazione di oggi, con poco più di quattrocento tamponi al giorno, è vero che c’è qualcosa che non gira. E questa emergenza sta producendo, checchè se ne dica, un numero di morti in crescita e un dato di positività ai tamponi che è schizzato in maniera esponenziale. Ma come si è arrivati a questa situazione?

L’inefficienza della Asl e dei suoi apparati, non è ormai una battaglia del solo sindaco. L’ultima comunicazione sui dati Covid della provincia, poi parzialmente corretta dal capo di gabinetto dell’assessore Ruggero Razza, Croce, mostra come la macchina faccia acqua da tutte le parti. E le accuse di falsificazione delle date e dei dati dei tamponi, supportate dalle denunce presentate alla procura di Messina da De Luca, sono purtroppo non una trovata elettorale del sindaco dimissionario, ma una drammatica verità. Ma quello che più sconcerta nelle dichiarazioni di De Luca, è il ritornello delle sabbie mobili. Non c’è solo la conclamata incapacità della Asl di fare fronte all’emergenza, c’è per De Luca un silenzio colpevole dei deputati e della Regione diretta da Nello Musumeci che ha affidato la gestione della sanità, l’assessorato che ingoia più del 50% delle risorse di tutta la Regione, a un giovane avvocato catanese che strizza l’occhio alla Lega di Salvini e che ha il suo cordone ombelicale a Messina con un legame sotterraneo che De Luca, indica nell’onorevole Francantonio Genovese.

Torna così il tema della palude. Nella quale si stanno muovendo tutte le istituzioni. Da oggi De Luca emanerà una nuova ordinanza nella quale chiude Messina per quindici giorni: lockdown totale. E’ un problema che investe i poteri del Prefetto, del Questore e diventa un problema di ordine pubblico. E’ una competenza quella della responsabilità sanitaria che compete al sindaco. E che nessuno dei poteri del governo ora potrà togliere. Siamo al redde rationem. Ma c’è un elemento di riflessione che si impone nelle denunce di De Luca: dalla stampa, con la quale ha deciso di non parlare, per arrivare ai vertici della Procura di Messina, è vero che i problemi del Covid sono stati sottovalutati e forse gestiti con una logica che non è quella della responsabilità: tutti hanno toccato con mano alcune fallimentari e familistiche gestioni della pandemia, come la balzana idea di una app per i tracciamenti, tutta in salsa siciliana, sulla quale non si è più saputo nulla se non i risolini seguiti a una dettagliata denuncia della trasmissione della Rai, Report.

E’ su questi fronti che Procura della Repubblica, Prefettura e Presidenza della Regione, aldilà degli annunci di maniera, stanno mostrando un lato debole, che autorizza De Luca a parlare di manifeste complicità.

Non può essere il coupè de thetre di un sindaco che apre la sua campagna elettorale per la successione a Nello Musumeci: il problema è grave e va risolto ora e subito. Non sono i toni sboccati che fanno la differenza di De Luca, la sua è anche l’esasperazione di una città ora costretta, aldilà dei suoi santuari e dei suoi sepolcri imbiancati, a dare ragione, malgrado tutto, al sindaco venuto dalle Valle del Nisi.

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