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Redazione MessinaToday

Da “Io resto a casa” a “Io resto con De Luca”, cronaca di un boomerang istituzionale

Le “pagliacciate” del sindaco sono componente integrante della sua immagine politica: segnalarlo è giusto, ma forse andava fatto in punta di piedi. Ecco perchè

Da “Io resto a casa” a “Io resto con De Luca”: ha avuto un effetto boomerang le segnalazione alle autorità giudiziarie di Cateno De Luca da parte del ministro degli Interni Luciana Lamorgese, per le espressioni ingiuriose utilizzate dal sindaco di Messina contro le istituzioni nel corso delle dirette Tv sull’emergenza Coronavirus.

Non che il ministro degli Interni abbia fatto male a denunciare De Luca: se passasse il principio che, in presenza di una grave emergenza. ogni sindaco si comportasse come il Torquemada Cateno De Luca, l’essenza stessa dello Stato verrebbe meno.

Il ministro avrebbe dovuto sì denunciare Cateno De Luca, ma d’ufficio: atto dovuto. Senza dire nulla alla stampa, alla quale De Luca è molto attento:  prima di lavare la faccia la mattina alimenta il suo profilo facebook e nel pomeriggio controlla il cerone per le sue dirette televisive che hanno ridato fiato all’audience di qualche tv locale.

I messinesi da Cateno De Luca non si aspettano altro: non hanno votato lui, hanno votato contro chi il sistema voleva mettergli contro per contrastare la sua anarchia.

Perchè De Luca, novello Dorian Grey della politica urlata, vive dell’immagine riflessa di se stesso: a chi altri sarebbe mai saltato in testa di mettersi in mutande o di sfilare con una bara per protestare a favore del Ponte sullo Stretto che non c’è?  De Luca voleva mostrare al mondo gli addominali, sono venuti fuori i rotolini della pancetta. Senza i toni forti, l’ex sindaco di Fiumedinisi, con la faccia discola di uno che ha appena lasciato il salone del barbiere per sfumare i capelli alla nuca, non avrebbe motivo di esistere. Quindi fiato alle cornamuse nella sala dell’Ars e nel balcone di casa quando è agli arresti domiciliari e le urla ai microfoni quando lo arrestano, danno senso al sua s-catenata anima di politico al megafono. Qui sta il punto critico della questione: se Cateno De Luca non  avesse urlato sarebbe ancora ai domiciliari.

Solo mesi dopo che era gia diventato sindaco, un altro giudice ha detto che non andava arrestato. Ma questo non ha scandalizzato nessuno: per le istituzioni è normale abusare della carcerazione preventiva e, pochi mesi dopo, vedere sfilare i vertici del Tribunale davanti al sindaco De Luca per discutere della sede del Palazzo di Giustizia, un fallimento lungo appena venti anni con i fondi ministeriali in bilico.

De Luca si è salvato perché ha urlato i suoi diritti. Lo ha fatto nel modo più teatrale, a lui più congeniale, ma le istituzioni gli avevano già scavato la fossa politica, senza capire che è dovuta proprio alla loro insipienza il voto di protesta a Cateno De Luca.

Qui scatta un profilo più delicato per le istituzioni: nel momento in cui più della metà della classe politica si schiera con De Luca, come sta succedendo, la frittata è fatta. L’auspicio del Presidente della Repubblica di tenere i nervi saldi ed evitare le polemiche si è trasformato in un uovo fritto. Davanti alle telecamere Cateno De Luca ha detto: “sono costretto a comportarmi così perché le istituzioni sono lente e nel frattempo la gente muore e davanti alla morte non c’è nulla che possa fermarmi”. E via così ai droni, alle comparsate alla Caronte, e alla caccia alla Renault 4 paglierina.

Spettacolo e avanspettacolo ai tempi del Coronavirus. C’è da dire però che la forma istituzionale spesso non produce gli anticorpi necessari: Luciana Lamorgese è stata il capo di gabinetto di un ministro che di nome faceva Angelino Alfano, ora andato a fare il manager nelle società di Paolo Rotelli, il più grande gruppo privato della sanità nazionale.

Alfano, insieme al suo capo di gabinetto in tanti anni di frequentazioni, non hanno mai capito il ruolo “double face” di un personaggio come Antonello Montante, l’ex presidente di Confindustria Sicilia, delegato nazionale per la legalità. Non lo hanno capito, per stessa ammissione dell’ex Guardasigilli alla commissione regionale antimafia, al punto che il ministro Alfano ha proposto Antonello Montante per la guida dell’Agenzia dei Beni confiscati alla Mafia: nonostante le inascoltate denunce apparse su qualche giornale, sulla inopportunità istituzionale di quella nomine.

Si è costretti a urlare, quando si resta per lungo tempo inascoltati: se De Luca non avesse fatto il sindaco pagliaccio, forse migliaia di persone sarebbero continuate ad entrare in silenzio in Sicilia, nella distrazione generale e rispettosa delle istituzioni. Se qualche giornale coraggioso non avesse documentato i virus dentro lo Stato, oggi avremmo, con le fanfare della bandiere e i gagliardetti, altre derive istituzionali ben più pericolose di un sindaco che soffia la ciaramedda e urla ai tempi del Coronavirus.

Enzo Basso

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