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Domenica, 4 Dicembre 2022
Editoriale

Perché è così difficile credere al Ponte sullo Stretto

Considerazioni non tecniche sulla diffidenza che regna intorno alla grande opera. Dalla “minaccia benaltrista” ai cantieri lumaca di Messina e provincia. E quel Salvini trasformato in Masaniello per le infrastrutture del Sud

Il punto non è essere contro o a favore, sostenuti da argomentazioni più o meno contaminate dall’ideologia. No. È una questione di principio o forse di dignità che spinge buona parte dei messinesi in primis, ma anche i siciliani e perché no meridionali in genere, a non credere che il Ponte sullo Stretto si faccia. Alla base c’è senz’altro quel pizzico di “gattopardiana” rassegnazione, ma sarebbe troppo superficiale e ingiusto rimanere fermi sul classico leitmotiv “tutto cambia affinché nulla cambi” per giustificare la riluttanza davanti ai recenti annunci del governo.

Bisogna provare ad andare oltre nel ragionamento, senza addentrarci in considerazioni tecniche che spettano giustamente solo agli esperti. Perché evidentemente non basta neanche una inaspettata quanto perfetta congiuntura astrale, anzi politica, a rendere gli animi meno diffidenti. Strano, visto che è proprio il governo alla fine ad avere tutto in mano. Al netto di spaccature ormai croniche nel centrodestra, sul Ponte c’è assoluta sintonia tra Regione e Governo, c’è un sindaco Basile che lascia fare, ma soprattutto c’è un ministro delle Mobilità Sostenibili mai così entusiasta e determinato (anche a campagna elettorale finita) a costruire l’opera, facendone quasi una questione di principio. E proprio la figura di Matteo Salvini è quella che fa storcere più di tutti il naso, vuoi per le sue origini “nordiste”, vuoi per i suoi continui slogan più o meno credibili. Anche se, in una nazione che va al contrario, l’idea che uno dei più fedeli leghisti e del diktat “prima il nord” si trasformi nel Masaniello per lo sviluppo del Mezzogiorno, possiamo tranquillamente accettarla. Come possiamo accettare la resurrezione, da far impallidire Lazzaro, della Stretto di Messina Spa o il ritorno ciclico dell'eterno dibattito sull'attraversamento stabile con frenate e accelerazioni, conferme e smentite.

Quindi? Forse vale la pena scomodare San Tommaso e la sua celebre filosofia di vita. E allora per credere davvero al Ponte occorre forse vedere le ruspe tra Ganzirri e Cannitello o aspettare che almeno uno dei due piloni da 400 metri venga issato. Oppure, per i diffidenti più incalliti, attendere che il primo veicolo raggiunga l’altra sponda. Nel frattempo c’è sempre la minaccia del benaltrismo che spinge a intonare il solito ritornello “prima fate le strade”. Come se fossimo chiamati a scegliere se avere il Ponte o un’infrastruttura degna di un paese civile. Evidentemente pretendere entrambe le cose non ci viene naturale, e qui torna inevitabilmente in ballo la “gattopardiana rassegnazione” di cui sopra.

Ma non si può neanche condannare chi rimane scettico a prescindere e si spinge anche ad accostamenti improbabili. Chi non si fida del sistema Italia per le grandi opere. I messinesi hanno sotto casa esempi lampanti di cantieri lumaca. Il porto di Tremestieri realizzato al 20%, il viadotto Ritiro come la tela di Penelope o la frana di Letojanni, non invitano certo ad essere ottimisti.

E allora risparmiateci quantomeno altri annunci. Fermate il balletto relativo al numero di campate necessarie a tenere in piedi il Ponte, quello sui posti di lavoro assicurati, sul costo totale e perfino quello sui tempi necessari ad aprire i cantieri e a terminare l’opera. Lavorate in silenzio, arrivate alla conclusione e solo dopo diteci se quel progetto “pronto da anni” può andare bene o è meglio stracciare tutto e chiudere la questione. Definitivamente. Al momento continuiamo a non crederci.

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