8 minuti e 46 secondi in ginocchio per George Floyd

La questione razziale, sopita ma mai estinta, si coniuga oggi con una crisi sociale che in America potrebbe determinare una miscela esplosiva

La lotta per l’emancipazione delle persone di colore nel mondo occidentale ha radici ormai lontane e può vantare nomi illustri, ma anche personaggi cui il caso ha affidato un ruolo e che hanno contribuito, quasi loro malgrado, a fare la Storia. Che dire di ciò che avvenne il 1 dicembre 1955 quando la signora Rosa Parks di Montgomery, Alabama, si rifiutò di cedere il posto da lei occupato, su un autobus extraurbano, ad un uomo bianco. Rosa Parks venne arrestata ed accusata di aver violato una delle ordinanze sulla segregazione della città allora vigenti. In risposta a quell’evento, Martin Luther King, allora ancora sconosciuto, organizzò un boicottaggio pacifico delle autolinee di Montgomery per protestare contro la segregazione razziale.

Un “movimento”, quello antirazziale, che nel tempo è cresciuto, ha ottenuto grandi risultati in varie parti del mondo ed è anche diventato terreno di crescita di personalità straordinarie che nel mondo della cultura, dell’arte, della musica, della politica ha dato un forte impulso alla lotta contro il razzismo, ma anche allo sviluppo di una civiltà democratica, utile per un mondo migliore. In questi varchi che hanno aperto coloro che hanno lottato e si sono sacrificati, citiamo Nelson Mandela e Martin Luther King per tutti, tante cose sono cambiate sul piano normativo e tanti uomini di colore si sono inseriti nelle più alte cariche degli stati e delle pubbliche amministrazioni. Tuttavia ora si celebrano i funerali di George Floyd, che pare non sia il solo morto nero per mano della violenza della polizia americana, a riprova che il razzismo c’è ancora. E molti cronisti hanno sottolineato che nelle imponenti manifestazioni di protesta che si sono susseguite per chiedere giustizia per l’assassinio di Floyd c’erano molti giovani e soprattutto molti bianchi. In effetti, cammin facendo, la protesta si è arricchita di temi forti, paralleli all’antirazzismo che riguardano anche la lotta alla povertà e alle disuguaglianze. Perché soprattutto in America, il Paese più opulento della terra, una dose di coca costa meno di un panino e quella rete di protezione sociale, che hanno costruito le democrazie europee, non esiste.

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Si potrebbe dire che la questione razziale, sopita ma mai estinta, si coniuga oggi con una crisi sociale che in America potrebbe determinare una miscela esplosiva che, con una terminologia demodé, si potrebbe definire lotta di classe. In tal senso si potrebbe dire, per fare un esempio, che per un uomo di colore americano ricco e che ha fatto carriera non esiste né la questione razziale né quella sociale, mentre un cittadino americano bianco povero, tranne il colore della pelle, ha per intero tutti gli stessi problemi dei colored. Quindi il problema di bianchi e neri poveri è il loro rapporto con una società fondata su profonde diseguaglianze sociali determinate dalla logica del profitto. Ma è inimmaginabile negli USA parlare di lotta di classe, è una cosa che non si può né dire, nè pensare, perché il Dna degli americani, repubblicani o democratici che siano, è profondamente anticomunista. Però, la chiamino come vogliono, la vicenda Covid e l’omicidio Floyd hanno messo in movimento delle enormi masse popolari che non accettano più di sopportare le disuguaglianze sociali in cui sono costrette a vivere e non hanno fiducia nel futuro e nelle classi dirigenti. Forse ci saranno dei cambiamenti che si materializzeranno nella campagna per le presidenziali americane che è già in corso.

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