Lunedì, 20 Settembre 2021
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Redazione MessinaToday

Recovery, una scorpacciata di miliardi ma prima di gioire andiamoci software

Le risorse dovrebbero servire a far fronte al dramma economico che la pandemia ha provocato. Ma i rischi di uno spettacolo già visto sono dietro l'angolo. Per esempio su green deal e digital transiction...

Il Recovery plan, anzi il Pnrr è fatto: l’Europa, come già l’uomo della nota pubblicità alimentare, ha detto si. I cori dei supporters più o meno interessati, che già pregustano il bottino, si accompagnano al saltellante giubilo di politici fino a ieri in totale rotta di collisione fra loro oltre che con gli stessi organismi europei.

Tutti appaiono ebbri di gioia come scolaretti delle elementare per le dieci A portate a casa nei compitini assegnati dalla maestra Ursula al governo Draghi: una ventina di miliardi da subito. Peccato quella unica B sui costi ma, ci spiegano, tutti l’hanno avuta, che diamine! Missione compiuta, dunque: i burocrati europei investiti del salvifico destino del continente, ancora reduci dalle catastrofi che li hanno visti protagonisti in tempi di pandemia, dalla governatrice Lagarde (che ha dimostrato da subito non solo la sua inadeguatezza, ma una totale indifferenza alla tempesta pandemica in arrivo nonostante, strano a dirsi, si tratti di una donna), alla presidente della commissione von der Leyen: supervisore del disastro sui contratti per i vaccini, al maleducato, maschio, presidente del Consiglio europeo Charles Michel.

Tutti di nuovo in cattedra a dispensare voti e giudizi, a sanzionare virtù e meriti, ad attestare la serietà di intere nazioni dall’alto delle loro fenomenali riuscite. Le risorse dovrebbero servire a far fronte al dramma economico che la pandemia ha provocato e continuerà a produrre ancora e, si dice, a sanare i mali di lunga durata tipici del nostro Paese, dai divari territoriali, all’incapacità di crescere come le principali nazioni, investendo in infrastrutture stradali e ferroviarie, persino nella mobilità ciclabile, senza dimenticare, nuove emergenze come quelle legate al genere. Ma il grosso di tutto il piano -se leggo bene- sta in alcune rapide sentenze, naturalmente in inglese, a partire da quel 37 per cento di misure per il Green Deal.

Per chi ancora si ostina a fare dell’italiano non solo la propria lingua, ma anche lo strumento principale di comprensione della realtà, si tratta di provvedimenti, come il bonus del 110 per cento per gli edifici in cui molti faticano a districarsi, salvo affidare il loro credito fiscale alle sapienti e capienti mani di grosse imprese o banche che, a giudicare dai maligni sussurri di chi ha già provato, sembrerebbero chiedere il 10% in cambio del loro munifico appoggio alla causa ambientale, assieme ad altre misure tese a incentivare l’energia solare ed eolica, anche qui senza capire cosa possa significare l’impatto di centinai di pale eoliche e di pannelli solari a coprire non si sa quanti ettari di territorio nazionale.

La transizione digitale -pardon- Digital transiction, è il secondo dogma salvifico su cui si gioca il destino del nostro paese: digitalizzazione della PA, bonus fiscale per i privati che la fanno, banda larga dappertutto, aule digitali e scuola connessa, medicina digitale e quant’altro solleciti l’immaginazione. Naturalmente per rendere più “semplice” il rapporto con il cittadino: atto di fede tutto da dimostrare come sa chiunque non abbia imprecato ogni volta che ha affrontato una nuova piattaforma per accedere a servizi pubblici, ma anche semplicemente al conto corrente o per consultare il proprio gestore telefonico con gli assistenti di intelligenza artificiale.

Certo -per carità- tutta roba utile, indispensabile; ma, al di là dei programmi e dei proclami, è tempo di chiedersi come questi miracoli diverranno realtà. Per esempio, chi avrà il controllo dei pacchetti di software necessari, chi gestirà le piattaforme, chi ne disegnerà le architetture; quali visioni del mondo e scenari economico-sociali, perché anche di questo si tratta, prefigureranno se a controllare tutto saranno le solite grandi big tech e altri soggetti poco noti come le CND da cui passa il traffico della rete, come quella Fastly il cui malfunzionamento ha bloccato l’accesso a moltissimi siti lo scorso 8 giugno. A questi soggetti andrà quel 25 per cento dei 248 miliardi totali delle risorse italiane; imprese, per giunta, che di italiano non hanno niente, fuori da qualsiasi controllo nazionale e che non pagano quasi niente al nostro erario: il rischio, come si vede, è che tutto si possa risolvere in una semplice partita di giro, certo più complessa e meno cruda, ma che ricorda i finanziamenti della troika alla Grecia di qualche anno addietro, dirottati subito nelle tasche di banche francesi e tedesche.  

Ecco perché l’enfasi sui tecnici, ministeriali e privati, che dovrebbero garantire tutto, mi pare non solo sospetta ma carica di interessata ideologia, soprattutto quando si fa appello a manager provenienti proprio da quel milieu di grandi multinazionali (che hanno contribuito ad arricchire), dato che il fine, adesso, non dovrebbe essere il profitto ma il bene comune; termine sempre più desueto nel vocabolario economico-scientista imperante. Del resto in presenza di una desolante incapacità della stragrande maggioranza della politica nostrana almeno di una minima comprensione dei termini del gioco, gli esiti del processo sembrano già scritti, malgrado Draghi, in assenza di altre figure con un ammontare morale e reputazionale che li metta in grado di confrontarsi alla pari con i colossi che arriveranno a spartirsi la torta, certo non proprio interessati a quel bene comune cui accennavo prima.

Il rischio, come nel passato, ma in scala esponenzialmente superiore, è un’enorme scorpacciata di miliardi, cui non saranno estranei fiumi di tangenti che scopriremo solo fra qualche lustro: uno spettacolo già visto da cui non ci salveranno i tecnici o l’intelligenza artificiale che potrebbe lasciare un debito schiacciante, la quota maggioritaria del Pnrr, alle future generazioni. 

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