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Mercoledì, 1 Febbraio 2023
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L'inferno di Dante 2.0, chi ci andrebbe secondo l'indimenticabile Felice Irrera

Nella piccola biblioteca russa di via S. Marta, il ricordo del latinista a un anno dalla morte. Una penna acuminata che non si faceva scrupolo di trafiggere vizi e false virtù della nostra sgangherata comunità. Com’è accaduto nelle pagine della sua ultima fatica poetica, pubblicata postuma

Qualche giorno fa, un gruppo di amici si è riunito per ricordare Felice Irrera. E’ successo a dieci anni esatti – ma la scelta non appare affatto casuale – dalla fondazione di una “cricca” d’ingegni che hanno fatto del pensiero critico la loro ragione di vita. Perché al beneficio del dubbio, sempre e comunque, essi ritengono sia subordinato ogni possibile progresso civile.

Felice, per età e autorevolezza, era stato nominato “Gran Maestro” della comarca, i cui membri a lui si riferivano per accogliere consigli e suggerimenti sul da farsi ogni qual volta le circostanze lo richiedessero. Avevano addirittura fondato una testata – mai registrata e pertanto non iscritta ad alcuna anagrafe giornalistica – ove, di tanto in tanto, far defluire le dirompenti acque di scolo del loro malcontento quotidiano. Malcontento che Felice, di suo, soleva anche incanalare nei graffianti epigrammi che postava sui social prendendo di mira, preferibilmente, quel fenomeno da baraccone che, da quasi trent’anni a questa parte, è il berlusconismo e i suoi derivati.

Questa la “cricca” dell’ultimo decennio, tra le luci e le ombre di una frequentazione non assidua a causa delle differenti strade professionali intraprese dai “criccanti” – Daniele Macris, Guglielmo Bambino, Gerardo Rizzo, Giuseppe Iannello e chi scrive – ma che puntualmente si ritrovava unita nelle occasioni di rito. Occasioni culturali, certo, una tra tutte la “chiamata alle armi” di Felice quando convocò tutti per partecipare alla stesura del futuro “Viaggiatori a Messina” – un volume monumentale che disegna la città vista dall’occhio dei suoi molteplici visitatori nei secoli. Ma anche – e non poteva esser diversamente, vista la comune attitudine al buon cibo con correlata generosa libagione – di natura, mi sia consentito, “cotturale” . La consacrazione della “cricca”, tanto per capirci, avvenne a Sciglio – collinare e idilliaca frazione di Roccalumera – al cospetto di Sua Maestà il Pescestocco a Ghiotta ed era inconcepibile, dico inconcepibile, che durante i mesi estivi non si facesse almeno una tappa a Rodia onde  gustarne i famosi “pitoni”.

Questo era la “cricca”, questo era Felice Irrera. Con lui e per lui poté continuare, anche oltre la sua chiusura, l’avventura intellettuale iniziata nella redazione del settimanale “Centonove”, ove chi scrive lo aveva conosciuto insieme a Gerardo, Giuseppe e Guglielmo. Un’avventura d’idee che scorrevano, in flusso a volte lento, altre tumultuoso, a margine di una realtà cittadina anchilosata da meschini giochi di potere, da “cappe” e “cappelli” di varia natura, e dove la libera informazione annaspava perché è certo sempre più comodo adattarsi a quello che passa il convento piuttosto che digiunare. Sicché coloro il cui DNA era incapace di quest’adattamento non potevano che accontentarsi delle utopie dei tanti Don Chisciotte che popolano la terra.

Felice, nella sua veste di curatore delle pagine culturali di “Centonove”, era un sontuoso Don Chisciotte il quale alla lancia dell’eroe di Cervantes aveva sostituito la penna, una penna acuminata che non si faceva scrupolo di trafiggere vizi e false virtù (guarda caso, spesso coincidenti) della nostra sgangherata comunità e facendo, se era il caso, nomi e cognomi. Com’è accaduto nelle pagine della sua ultima fatica poetica, quella “Commedia” composta mutuando le terzine dantesche ove, su noti personaggi locali e internazionali, Irrera scaglia il suo anatema eterno destinandoli ai vari “gironi” infernali.

Ma, nella sede della piccola biblioteca russa di via S. Marta, ha trovato anche spazio un uomo che apre il suo cuore a Dio. Sì, avete sentito bene. Il pensatore illuminista, il lucido ragionatore, lo storico scettico e disincantato Felice Irrera, sul finire della sua esistenza terrena ha composto una lunga poesia (preghiera?) resa oggi pubblica dalla moglie Liliana. Un inno di grazie al Dio della Grazia, un canto d’amore all’Amore. Che Felice titola “Al Creatore”.

Sterzando da par suo e per l’ultima volta, proprio alla fine del percorso, in direzione “ostinata e contraria”.

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