La forma delle idee

Opinioni

La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

San Piero Patti, la città araba tra voglia di recupero e distanziamento sociale

Un quartiere fantasma racconta la storia più bella dell'architettura araba in Sicilia. Un esempio prezioso di urbanistica messo in definitivo pericolo dalla postmodernità globlocal. Ecco perchè

L’Arabite di San Piero Patti è un piccolo aggregato urbano che dà l’idea di quello che furono le città arabe in Sicilia e in tutto il Mediterraneo.

La trama si presenta integra e nonostante le stratificazioni in alzato la massa architettonica riferisce pienamente l’atteggiamento originale: un piccolo prezioso esempio di urbanistica araba, un frammento di quella Sicilia musulmana che è una delle più forti cifre distintive della cultura siciliana.

Guardando il borgo, dalla Strada Provinciale 139, che da San Piero Patti conduce a Racccuja, si può ammirare un aggregato urbano compatto che copre tutto il versante meridionale della rocca ove sorgeva il Castello (oggi restaurato e destinato a centro culturale) che verso nord domina tutto il percorso del fiume Timeto fino alla foce di Mongiove.

Questa massa architettonica ha il significante arabo ancora intatto, non c’è bisogno di analisi d’archeologia urbana, basta una semplice lettura delle forme e del tessuto per avere chiara l’origine del toponimo: Arabite. 

Povere case affastellate che sembra vogliano montare le une sulle spalle delle altre. Un ergersi fitto di parallelepipedi taciturni dall’atteggiamento metafisico che sono la forma di un silenzio storico espresso in modo inebetito dalle orbite vuote di centinaia di finestre. Una convulsione di case mute che sembrano una moderna necropoli, lucida metafora di quella morte sociale che ha svuotato quegli involucri di una vita che ormai è altrove. Vite che per la fame, indotta da una riforma agraria cinicamente fasulla, hanno abbandonato quell’intimità sociale per andare a vivere aliene nelle metropoli industriali d’Europa o del Nord Italia e prima ancora oltre oceano. 

Nei labirintici vicoli vuoti si trovano ancora tracce di antiche pavimentazioni in acciottolato dove la toponomastica con amara icasticità, ci racconta il perché di quelle perdite demografiche da emigrazione irreversibile: vicolo America. 

Quell’abitato fatto sorgere opportunamente a mezzogiorno, sempre soleggiato, un tempo aveva ai suoi piedi un ruscellante corso d’acqua che solcava la stretta valle ubertosa e stava nascosto allo sguardo di eventuali invasori provenienti dalla costa, protetto dal presidio militare sovrastante che si ergeva in cima alla rocca sul cui versante sud il borgo si arrampica. La rocca sin da epoca ellenico-romana era chiamata Petra. In essa sorgeva una piccola colonia greca che faceva riferimento alla vicina Tindari. Quando l’isola venne latinizzata il suo nome fu trasformato in Sanctus Petrus, S. Pietro, in seguito indicata come Sanctipetri supra Pactas (San Pietro sopra Patti). Da qui il nome del Comune di San Piero Patti.

La città araba

L’Arabite, quartiere fantasma di San Piero Patti, è un esempio prezioso di urbanistica araba. Conserva intatta quella concezione spaziale radicalmente opposta a quella della polis ellenica, dell’urbe romana e della città occidentale in genere. Questo nucleo antichissimo urbano in origine era suddiviso in tre settori: in alto il quartiere militare con il castello di guardia; sul versante sud della rocca il quartiere residenziale con il suo disegno concentrico attraversato da una strada sinuosa che un tempo univa i due ingressi alla città; un terzo ambito ad est verosimilmente destinato delle attività produttive e artigianali la cui vocazione ancora si mantiene.

Le differenze tra la forma della città araba e quella delle città occidentali coincidono con la forma mentis delle due civiltà, radicalmente opposte. La polis è l’urbe non potevano prescindere da una griglia di base la cui regolarità geometrica era ritenuta indispensabile per la loro funzionalità. La forma della città araba, viceversa, poneva come imprescindibile il rispetto del fattore geomorfologico evitando di alterare l’orografia dei luoghi dove si insediava senza piegare la natura alle esigenze di un disegno astratto preventivamente concepito.

Per questo la città araba era priva di disegno urbano, esso era dettato dal luogo e dalle regole della natura che man mano, senza traumi, aggrega gli edifici senza creare dissesti.

Guardando i tessuti delle città arabe, quello che oggi ci appare caos è semplicemente il rispetto della geometria della natura. L’urbanistica araba non regolarizzava i luoghi ma ne riproponeva le sinuosità. La città araba, talvolta difficile da leggere, non era affatto "anarchica", era semplicemente inconfrontabile con la concezione dello spazio urbano occidentale: le città sono la forma dei valori delle civiltà che le producono.

Le strutture urbane arabe irregolari erano aggregati compatti ad alta densità antropica, con scarsi elementi architettonici di spicco, non organizzati attorno a luoghi pubblici, bensì a luoghi intimi, quasi privati, frequentati da gruppi di famiglie, spazi quasi tribali. Il flessuoso spazio urbano arabo non aveva gerarchie ed era quasi sempre suddiviso in settori: quartieri specializzati dove si svolgevano specifiche funzioni, artigianali, commerciali, amministrative, militari.

L’assenza di uno spazio di relazione collettivo si giustifica con la sovrapposizione assoluta tra lo spazio di relazione laico e quello spirituale. Nella città araba lo spazio del potere temporale e lo spazio del potere spirituale coincidevano. Lo spazio civico di relazione corrispondeva con la Moschea, che assumeva funzione religiosa, didattica e sociale. Nelle grandi città vi era la Madrasa (la scuola) e tutte le città avevano la Hammām (le terme: i bagni per le abluzioni). Per garantire quest’ultima funzione le città erano tutte dotate di un sistema di distribuzione idrica che serviva fontane e lavatoi pubblici ed ogni utenza (tutte le case della Palermo araba avevano acqua corrente, come oggi le nostre).

I tracciati viari erano quelli che ricamano il disegno della città. Irregolari, spezzettati, tortuosi, talvolta in diagonale o curvilinei, a volte ad albero, spesso senza sbocco. Dedali apparentemente confusi, frutto di un rifiuto dell’urbanesimo che comunque aveva una precisa gerarchia viaria codificata:

- le “Shari’”, strade principali che attraversano l’abitato mettendo in comunicazione le porte della città.

- le “Adarves”, strade secondarie che suddividevano gli abitati in settori o quartieri. In Sicilia erano chiamati “Darby”;

- le “Aziqqa’”, un intrico di stretti vicoli, veri e propri corridoi, spesso coperti. Stradelle di penetrazione che raggiungono i cortili e i piccoli spazi pubblici;

- i “Bahah”, corti o bagli, spazi pubblici chiusi, ciechi, funzionali a pochi nuclei famigliari.

Le misure delle strade erano ergonomiche al transito con animali da basto (cammelli, asini, muli). Il traffico non si svolgeva quasi mai con i carri poiché il rispetto dell’orografia li rendeva incompatibili con strade in forte salita, spesso a gradoni.

Le tipologie edilizie erano poche: edifici religiosi, edifici commerciali, terme, strutture difensive e case di abitazione.  Le case erano tutte cellule unifamiliari di dimensioni ridotte, quasi sempre ad un solo piano, con giardino e orto interno. All’esterno non esprimevano particolare architettura. Erano edifici aperti verso l'interno e chiusi all’esterno da semplici muri. Esse costituivano l'elemento generatore del tessuto urbano.

Il sistema di difesa, nei piccoli centri era di natura policertica: le mura della città erano costituite dal corpo stesso del costruito: i muri esterni degli ultimi edifici, quasi sempre ad andamento circolare, fungevano da baluardo. Solo le città reali avevano grandi mura e si distinguevano dalle città borghesi, commerciali ed artigianali, per i loro apparati di difesa: il castello, gli accampamenti militari, le torri, etc.. In esse si imponeva una grande moschea e svettava il minareto.

Tutto questo garantiva una forte simbiosi sociale.

Il recupero dell’Arabite e il  distanzamento sociale

Oggi l’Arabite è l’esempio di una simbiosi sociale perduta, superata dalla modernità e messa in definitivo pericolo dalla postmodernità globlocal. Un tempo fu lo spazio della solidarietà, oggi merce rara. Per secoli è rimasta a vivere quella forte intimità cittadina, concepita dagli arabi nel IX secolo, dentro quei vicoli stretti dove si confondevano gli odori e rumori, anche quelli dei gesti più intimi. Un dedalo di relazioni umane solidali. Un luogo dove lo spazio urbano era spazio famigliare, dove non vi erano disagi sociali da solitudine e isolamento. Dove i bimbi non avevano bisogno di baby sitter e gli anziani di badanti, era la comunità che si prendeva cura di loro. 

Da tempo questo luogo dell’intimità comunitaria aspetta muto e vuoto di essere riabilitato. Aspetta di poter offrire le sue prerogative ad una umanità solidale di ritorno che finalmente cominci ad apprezzare i valori perduti della quiete, della riflessione, della proprietà del tempo, dei rapporti di vicinato, dell’armonia sociale.

Alla luce di questa svolta epocale che stiamo vivendo in questi giorni, dove una paradossale globalizzazione impone l’isolamento sociale, quale potrà essere la nuova civiltà che potrebbe abitare questo borgo arabo?

In questo tragico scenario l’Arabite sembra essere luogo antitetico al distanziamento sociale.

Eppure, con un’opportuna strategia di riuso, potrebbe essere lo spazio giusto dove ricostruire quel ritorno alla coesione sociale che secondo gli esperti potrebbe essere il rimedio agli effetti alienanti della globalizzazione, senza bisogno di puntare, come tutti, all’effimero obbiettivo del turismo. Potrebbe essere il luogo idoneo dove poter ricostruire nuovi stili di vita fondati sulla solidarietà, sulla cooperazione di vicinato, sulla interazione indispensabile delle persone, su quei valori antichi secondo i quali nessuno deve restare solo. Potrebbe essere il luogo dove riabilitare il senso della giustizia e quello dell’equità.

Oggi questa chimera sarà più possibile? O ancora una volta il “nuovo progresso” lascerà questo scrigno prezioso ai margini?

Da domani come si potrà far rivivere un aggregato urbano concepito per la relazione? Con quali standard urbanistici andrebbe concepito? Quanto dovrebbero stare lontani gli abitanti l’uno dall’altro? Potranno scambiarsi il sale tra vicini senza commettere reato penale o essere severamente sanzionati? Magari a seguito di denuncia foto documentata del vicino delatore sempre munito di ogni genere di conforto per non aver bisogno degli altri, per non farsi contagiare durante lo scambio di un barattolino di zucchero?

Per i vicoli si potranno stendere i panni sui fili posti da finestra a finestra? i bimbi si potranno rincorrersi chiassosi, senza mascherina? Sarà permesso alle massaie di ciarlare alla fontana pubblica? I vecchi potranno stare seduti sugli usci a intrattenere i passanti? E gli uomini negli spiazzi potranno discorrere del futuro?

Nulla di tutto questo! tutti dentro casa, davanti ad un monitor, seduti comodi alla console, e se serve il sale lo si acquista su Amazon, pagando con carta di credito, e le banche lucreranno anche sullo scambio oblativo del prezzemolo e del sale.  

Eppure luoghi come l’Arabite potrebbero essere gli spazi dove realizzare un modello di vita a scala umana eversivo rispetto al nuovo ordine sociale e spaziale che si prospetta all’orizzonte.

Basta solo che la ragione si svegli dal coma e guardi avanti con gli occhi dei propri bisogni e delle proprie emozioni, vincendo la paura.

In questa “distanziata” notte di Natale l’Arabite è illuminata che sembra viva, viva come una Betlemme da presepe.  Un’immagine luogo comune della nascita di qualcosa, di qualcosa di nuovo e di rivoluzionario.

Vederla così accesa sembra l’augurio di un ritorno alla vita per tutti.

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