Giovedì, 29 Luglio 2021
La forma delle idee

Opinioni

La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

Arancino o arancina? Fra Palermo e Catania vince l'identità

Nella città etnea di forma conica, a punta. Nel capoluogo è tradizionalmente di forma sferica, a volte ellisoidale. Storia di una disputa insanabile, metafora di due isole culturali che vigono all’interno di una sola isola fisica

Tra Palermo e Catania vi è una disputa insanabile.

Un’aporia che supera l’acerrimo campanilismo o la tradizionale e incomponibile contrapposizione tra tifoserie calcistiche.

Si tratta della denominazione al maschile o al femminile del tradizionale timballo monodose di riso e zafferano, imbottito di sugo di carne alla bolognese con aggiunta di formaggio filante e tocchi di mortadella o prosciutto, rivestito di croccante e dorata panatura, riconosciuto nel mondo come un prodotto tipico della cucina siciliana.

In Sicilia il cibo, insieme alla lingua, è il vero contenitore della sua Storia.

L’Arancino o Arancina è una delle tante specialità gastronomiche isolane che narra, con i suoi elementi e la sua forma, l’essenza più profonda dell’isola, come il cannolo o la cassata. Pietanze che sono l’espressione più autentica di una terra muliebre, delle sue tradizioni e delle sue caratteristiche naturali e culturali.

Sono vivande che sintetizzano un’isola che è stata ed è ancora il baricentro di tutte le culture del Mediterraneo.

A Palermo è tradizionalmente di forma sferica, a volte ellisoidale.

Forma e doratura evocano quell’agrume che abbonda nella pianura (la Conca d’Oro) che circonda Palermo. Era inevitabile che in quel luogo la forma fosse riferita all’elemento principe del vasto contado che avvolge con il suo odore di zagare la città e ne caratterizza l’identità etnica e culturale. Perciò questo piccolo impasto di riso farcito, a Palermo, non poteva non chiamarsi “Arancina”: piccola arancia.

Viceversa a Catania è di forma conica, a punta. Quasi che fosse inevitabile che la sua bontà evocasse quel vulcano che sovrasta la sempre la città e che ne è l’archetipo più forte. 

La sua forma è più ergonomica rispetto a quella panormita e consente una più facile consumazione. Infatti impugnando il cono capovolto è possibile addentarlo senza che si sgretoli e la farcitura di sugo si disperda in frammenti ingestibili come accade con quello sferico.

L’Arancino etneo è da passeggio, l’Arancina panormita è preferibile consumarla al tavolo.

Nulla l’uomo crea dal nulla. Qualsiasi forma e qualsiasi idea, anche la più astratta, è frutto di un processo di elaborazione, più o meno sofisticato, dell’esistente: del mondo che lo circonda, degli oggetti che usa, delle forme che abita e che definiscono l’ambiente in cui vive, dei luoghi dove prova le emozioni più ancestrali e dove si svolge la sua esistenza e si dipanano le sue esperienze.

La creatività dell’uomo è l’elaborazione di un bagaglio di immagini di cose materiali e immateriali che diventano i suoi valori estetici ai quali fissa il ricordo delle emozioni. Un mondo di segni sempre in trasformazione. Ciò vale anche, e soprattutto, per i popoli, i quali condizionati dal contesto e dalla loro storia elaborano una coscienza collettiva che chiamiamo cultura.

Così l’uomo spesso per dar forma alle cose e alle idee fa riferimento alle forme della natura ispirandosi prevalentemente a ciò che lo circonda e a ciò che vive, dando forma all’estetica della sua identità, ai suoi simboli distintivi, ai suoi marchi identitari, vedi: il Po per i padani, la Laguna per i veneziani, la Riviera per i romagnoli, il Vesuvio fumante per i partenopei, etc.

Per i palermitani la Conca d’Oro e il Monte Pellegrino, per i catanesi i Faraglioni d’Acitrezza e l’Etna, ad esempio.

In questi giorni mi sono imbattuto nel profilo social di Francesco Messina, un ingegnere catanese che conosco come un appassionato collezionista di foto e bravo fotografo dilettante di cui spesso ho apprezzato la sua abilità nel cogliere con i sui scatti le sfumature piacevoli della vita.

Egli ha pubblicato una foto, genialmente costruita, che a mio avviso ha la capacità illuminante di chiarire definitivamente i termini della diatriba sopra accennata.

Un’immagine che sbalordisce per la sua efficacia metaforica e si qualifica come la più icastica spiegazione del perché i catanesi declinano al maschile il nome della specialità gastronomica siciliana.

Essa spiega in modo plateale l’origine della sua forma conica, influenzata o ispirata agli elementi più marcati del paesaggio catanese: i Faraglioni di Acitrezza o la vetta dell’Etna.

Chiarisce definitivamente come il referente di quella forma sia uno scoglio affiorante dal mare o un vulcano svettante su una pianura, dunque, filologicamente, non può che essere denominata al maschile.

La foto ci illustra con limpidezza abbagliante che le due differenti declinazioni (maschile e femminile) che tanto hanno impegnano i linguisti, dipendono esclusivamente dalla diversità delle forme, le quali a loro volta dipendono dalla radicale diversità dei contesti in cui esse sono state concepite.

Contesti naturali e paesaggistici, per nulla assimilabili, che hanno generato culture, forma mentis, modi di vivere, totalmente dissimili che a loro volta hanno modellato in modo diverso gli spazi di vita dove catanesi e palermitani trascorrono le loro esistenze.

Siano di fronte a due popoli che applicati nell’elaborazione della stessa tradizione gastronomica, figlia di una stratificazione culturale isolana millenaria, la interpretano ognuno con la propria estetica.

L’Arancino e l’Arancina sono la lucida metafora di due isole culturali che vigono all’interno di una sola isola fisica.

Due modus vivendi che pur condividendo lo stesso sole e lo stesso mare sono diametralmente opposti, fortemente condizionati l’uno dalla pietra lavica che ne ha modellato l’aspro contesto, l’altro inebriato dal profumo delle zagare della distensiva pianura in cui giace.

Due luoghi che hanno generato due forti identità che si disputano, da sempre, l’egemonia culturale dell’isola, ognuna con proprie cifre distintive.

Due estetiche diverse figlie della stessa terra e della stessa storia.

L’accostamento dell’immagine proposta chiarisce definitivamente i termini della disputa in trattazione superando persino le attribuzioni filologiche delle accademie linguistiche, che si sono espresse per una delle due versioni.

La foto chiarisce che si tratta semplicemente di due pietanze diverse, pur avendo stessi ingredienti e lavorazione: la prima concepita da un popolo più pragmatico e la seconda da uno più contemplativo.

Dunque non possono che avere nomi diversi.

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