Sabato, 23 Ottobre 2021
La forma delle idee

Opinioni

La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

Quel palazzo di corso Cavour, quando a Messina l'architettura diventa eversiva

Una architettura d'avanguardia che in quel contesto induce a riflettere su come la città necessiti di uscire dal recinto dell’autoreferenzialità. Un’esperienza di rottura che testimonia il coraggio e la necessità di osare

Non è una vera e propria architettura dal linguaggio inedito, Il palazzo ubicato sul Corso Cavour a Messina nel punto dove si apre la piazza del Duomo, ma in una città che per tradizione predilige il manierismo all’avanguardia assume un atteggiamento eversivo.

Si tratta di un’architettura che ha avuto il coraggio di osare, di rompere in modo radicale con l’ambiente urbano in cui si è insediata. Una piccola e significativa rivoluzione semantica.  

Il suo linguaggio quasi decostruttivista porta in città la cifra di un’architettura che guarda all’avanguardia.

L’opera è un’esperienza di rottura, nonostante non abbia caratteri di unicità e di singolarità, e pur non essendo un’idea del tutto vergine. Essa è capace di tradure ed esprimere con efficacia la proposta di un nuovo paradigma dell’architettura cittadina, di un’“idea deformante”.

Per quanto molti non riescono a percepire la qualità del segno, ritenendola ultronea al contesto, siamo certi che in futuro, da una lettura retrospettiva più distaccata scaturirà senz’altro un valore artistico e culturale notevole.

Ciò è accaduto anche in passato. Si pensi alle esperienze razionaliste di Mazzoni e Viola o a quelle neorealiste di Ridolfi, Rovigo, Pantano e dei loro valenti epigoni locali che con le loro opere, a quel tempo d’avanguardia, hanno consegnato a posteri una Messina che non sfigura nel novero delle città razionaliste e nel panorama del neorealismo italiano. Costoro furono architetti che a quel tempo proposero linguaggi nuovi, cifre inedite e estranee al contesto culturale che oggi qualificano la città.

La stazione ferroviaria di Mazzoni è un gioiello dell’architettura messinese, anche se è già visto, anche se è la replica di qualcosa fatto altrove, e forse fatto meglio. Ma quell’opera è una delle architetture che ha proiettato la città fuori dal suo chiuso provincialismo.

Altro esempio che si può citare è il Palazzo della Cassa di Risparmio di via Garibaldi, progettato da Ernesto Basile. All’epoca non fu altro che una riproposizione di segni, semantiche, linguaggi e condizioni ideologiche declinate abbondantemente in altri contesti, ma fu una proposizione avanguardistica e innovativa per una città che si era rifugiata in uno sterile neo-eclettismo manierista che nutriva solo il bisogno consolatorio della rappresentazione di un passato perduto. La cifra progressista del Basile fu allora una novità dirompente, una spinta resiliente che oggi rappresenta una delle architetture più importanti della città ricostruita.

Il palazzo decostruttivista di Corso Cavour irrompe fragoroso nel torpore delle quinte architettoniche, votate ad un banale manierismo citazionista, che definiscono i margini della piazza che è il contesto più centrale e sacrale per la città.

L’afasico neoclassicismo del Palazzo dei Leoni, quello lineare e anonimo del Liceo La Farina, il manierismo ridondante di palazzo Cianciolo, il medievalismo coppedeano di Palazzo Arena, etc., sono annullati da questo inserimento. L’unico elemento di qualità che ancora impone la sua ieratica personalità e attira lo sguardo e l’attenzione, come un vero attore tra le comparse, è il settecentesco Palazzo Calapaj-D’alcontres di via S. Giacomo.

Così oggi le architetture di qualità che caratterizzano i margini della piazza sono due: uno, guarda caso, viene dal “passato vero”; l’altro da un’attualità che guarda avanti. Il resto sono pagine di storia ormai sbiadite e significative solo per il loro valore storico, documentale e fenomenologico.

Se riecheggia la “Casa danzante“

L’articolazione volumetrica e l’ubicazione ad angolo del palazzo messinese riecheggiano la “Casa Danzante” di Praga, uno dei capolavori dell’architettura europea di fine ‘900. Progettata dall’architetto croato Vlado Milunić e da Frank Gehry, in posizione angolare lungo il Moldava, nel quartiere di Nove Mesto della capitale ceca.

L’opera è uno degli esempi più efficaci dell’architettura decostruttivista che vede come riferimenti lo stesso Frank Gehry (con il Guggenheim Museum a Bilbao, Spagna del 1997 e l'Experience Music Project a Seattle, Washington del 2000) e Zaha Hadid (con il Museo della Scienza Phaeno a Wolfsburg, Germania del 2004 e il Riverside Museum a Glasgow del 2005). Ed ancora Daniel Libeskind  (con il London Metropolitan University); Rem Koolhaas (con la Biblioteca di Seattle); Bernard Tschumi (con la Blue Tower di New York), il gruppo Himmelb(l)au (con il Cinema Center di Sdresa); e tanti altri.

Si tratta di un movimento architettonico che propone una nuova e radicale creatività formale i cui significanti rimandano a referenti plurimi e indefinibili. Un linguaggio che tende a disarticolare la sintassi degli schemi ordinari dell’architettura. Il decostruttivismo tenta di destrutturare i fondamentali dell’architettura moderna e i rigidi canoni del razionalismo, negando ogni possibile rapporto, benché evolutivo, con il passato e abbandonando ogni ortodossia stilistica. 

La posizione ideologica del decostruttivismo impone che i segni dell’architettura abbiano una connotazione visionaria che rompa ogni dualismo tra categorie come il bello e il brutto, l’armonia e lo squilibrio, l’equilibrio e la sproporzione, la simmetria e l’asimmetria, il puro e l’impuro, etc..  Un’architettura che ha la sua struttura di senso nella plasticizzazione del decostruttivismo filosofico teorizzato da Jacques Derrida, uno dei protagonisti del “pensiero della differenza”. Un filosofo che molto si è ispirato a Nietzsche ed Heidegger.

La sua espressività si esplicata attraverso l’impiego di nuove tecnologie e nuovi materiali come il vetro strutturale, l’alluminio strutturale o l’acciaio che gli consentono l’adozione di forme che sintetizzano in modo efficacie l’ontologia di un’architettura che si spinge spesso ai limiti delle sue possibilità statiche.

Una visione altra dell'architettura

L’organismo architettonico di Corso Cavour è un segno forte che, in quel contesto, esprime pienamente i termini di una visione “altra” dell’architettura. Una novità estrema come una provocazione che vuole spronare affinchè si creino le condizioni per dare spazio alla libera creatività e ad un cambio di paradigma nella semantica architettonica cittadina.

Esso è la forma di un’idea che ci induce a riflettere su come la città necessiti di uscire dal recinto dell’autoreferenzialità. Un’autoreferenzialità che a ben guardare ha pochi valori universali e molto provincialismo, dando spazio all’inventiva.

Quel segno privo di referenti infrange il tabù locale di un’architettura che deve sempre dialogare con il passato e ci dice che la città ha bisogno di novità, ha bisogno di confrontarsi con il mondo sull’avvenire e non consolarsi placidamente con il suo passato. Un passato che spesso è solo idealizzato.

Quella forma, apparentemente aliena, ci mette davanti all’urgenza di un cambio di orizzonte necessario per acquisire dimensioni estetiche più evolute che avviino nuovi processi culturali avanzati.

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