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La forma delle idee

La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

Le polemiche su Palazzo Magaudda, l’ottimo restauro dello Stile Coppedè restituito tra inni fascisti e falci e martello

Riflessioni sul valore documentale degli scritti fascisti e sull’opportunità o meno di restituirli come elementi significativi della storia del monumento

A Messina è stata rimossa una porzione dei ponteggi allestiti per il restauro dell’involucro architettonico di  Palazzo Magaudda, una delle opere di Gino Coppedè realizzate in riva allo Stretto che hanno germinato l’Eclettismo Messinese,  ubicato a Messina in via Garibaldi ad angolo con via Cesare Battisti.

Questa rimozione svela un pregevole, per quanto parziale, restauro di quell’architettura epidermica realizzata con apparati decorativi in amalgama di cemento che è stata la veste della città risorta. Un restauro che finalmente va contro corrente rispetto agli interventi di recupero ai quali ormai ci eravamo disperatamente rassegnati.

Lo scempio del “Cancellauro” e l’architettura dolciaria

In città da tempo è scoppiata un’epidemia di interventi di restauro dei palazzi di pregio che ha come caratteristica  la totale cancellazione dell’espressività dei decori operata tramite l’applicazione di pesanti film cromatici che hanno reso amorfo ogni decoro e irriconoscibili quegli stilemi caratterizzanti l’architettura della Messina post 1908. Strati di colori improbabili che coprono forme spesso frettolosamente restituite il cui impasto non è indagabile. Ciò non dà molte garanzie sulla durata.

Palazzo Magaudda e architettura fascista, carrellata fotografia

Si tratta di finti restauri e autentici interventi di sepoltura che abbiamo eufemisticamente definito “Cancellauri” (vedi articolo specifico). Uno di questi è stato operato qualche anno fa proprio anche su un’opera di Coppedè, forse la più espressiva. Questa modalità ha inaugurato un nuovo stile architettonico autoctono, concepito solo a Messina, quello dell’Architettura Dolciaria (vedi altro articolo specifico) divenuta ormai epidemico grazie al “bonus 110” (vedi ulteriore articolo specifico). Attività prosaica che in molti casi non ha fatto differenza tra il restauro di architetture di pregio e la manutenzione ordinaria di facciate condominiali, facendo prevalere, ovviamente quest’ultima modalità. 

Sul restauro di Palazzo Magaudda

Quel che appare di questo nuovo restauro risulta essere l’applicazione autentica di come andrebbero, ed andavano, trattati in città tutti gli involucri in amalgama di cemento, le così dette “pietre artificiali” che sono state la caratteristica peculiare del già citato Eclettismo Messinese. Si è trattato di una tecnologia concepita per dare espressività all’architettura progressista, adottata dalle avanguardie moderniste dell’Art Nouveau in Europa e del Liberty in Italia e Sicilia tra la fine del XIX secolo e gli inizi del successivo. A Messina questa nuova tecnologia venne usata, in modo anacronistico, per veicolare linguaggi e stilemi storicisti e reazionari (vedi articolo specifico). Un materiale moderno per un’architettura conservatrice declinato con verbi neoeclettici concepiti in ambienti positivisti genovesi e dato in pasto a Messina ad una borghesia agraria latifondista che si apprestava a conquistare e governare la nuova città peloritana che lo Stato sabaudo gli aveva definitivamente consegnato.

Una nuova tecnica che consentiva di applicare il nuovo materiale, il cemento, negli apparati decorativi delle architetture. Una tecnologia che fece nascere una nuova arte applicata all’architettura quella dei “cementi decorativi” che sostituì gli scalpellini con i cementieri o cementisti.

In città sorsero molte fabbriche di manufatti prefabbricati in cemento che raffinarono la tecnica facendo in modo che questi impasti assumessero un atteggiamento sempre più somigliante alla pietra. Le amalgama usate a Messina rispondevano quasi sempre a dosaggi formulati secondo un protocollo che divenne tipico messinese. Erano impasti variamente formulati con cemento, sabbia fine o finissima lavata di fiume e graniglia della pietra che si voleva simulare, con aggiunta di sostanze o materiali pigmentanti come polvere di marmo e di laterizio.

Per esigenze di ordine prosaico durante la ricostruzione molte di queste pietre artificiali furono messe in opera in fretta e/o con poca competenza specialistica, quasi sempre senza polvere di marmo che ne migliorava le prestazioni meccaniche, rilevandosi nel tempo effimere. Gran parte di queste sono state facilmente erose dagli agenti atmosferici sbriciolandosi del tutto e scoprendo le ossature in ferro. Il colore lapideo simulato presto ha ceduto il posto all’invadenza del grigiore del cemento che ha annullato quel tentativo patetico di voler fintamente plasticizzare nelle facciate dei nuovi palazzi e dei nuovi monumenti pietre nobili come il tufo, il travertino, il marmo di Carrara, la pietra bianca di Siracusa o quella di Bauso, etc..

Il lettore inesperto potrà facilmente rendersi conto che restituire integro questo materiale è cosa difficile e complessa. Restituire un decoro in amalgama parzialmente rovinato senza rifarlo ex novo e ricoprirlo di colore è esercizio difficilissimo che esige grande competenza, esperienza, capacità applicative e pazienza certosina, oltre che l’impiego di risorse economiche. E’ come restituire integro un pan di spagna che si è sbriciolato o che ha perduto un pezzo, senza che la ripresa si percepisca e soprattutto senza ricoprirlo di strati di crema o di panna.

L’eccellenza apprezzata in questo intervento di restauro è stata operata dalla dottoressa Rosaria Catania Cucchiara, una professionista molto competente ed esperta che è stata l’autrice del primo restauro di questo genere di amalgama eseguito a Messina, quello di Palazzo Lanzafame ubicato sulla via Garibaldi di fronte alla chiesa di S. Caterina  In quella circostanza è stato messo appunto un paradigmatico protocollo esecutivo e delle modalità applicative che hanno restituito l’involucro architettonico e il suo denso apparato decorativo così com’era in origine senza alcuna alterazione. L’edificio restaurato quasi vent’anni fa oggi si presenta intatto senza colature o deperimenti, perfetto come in origine.

Purtroppo a questo primo esempio non ne sono seguiti altri se non nell’ambito degli edifici pubblici e specificatamente in quelli curati dall’architetto Fabio Todesco, vedi Palazzo Mariani ed altri.

La stessa dottoressa Catania ci ha illustrato l’esperta modalità esecutiva applicata nel restauro in parola finalizzata a preservare la matericità di ogni apparato e di ogni sistema decorativo senza disperdere la graniglia che irrobustisce e struttura i medesimi, operando con plurime, lunghe e complesse fasi di pulitura eseguite con impacchi chimici per effettuare la rimozione dolce delle incrostazioni e con punta meccanica per quelle più ostiche. Successivamente l’esperta ha reintegrato le parti mancanti dei fregi e riequilibrato cromaticamente le superfici evitando che queste perdessero l’efficace espressività chiaroscurale. Infine ha applicato una diafana leggera velatura di protezione atta al consolidamento materico e alla restituzione della espressività originale di ogni decoro e di ogni elemento che caratterizza l’estroso involucro architettonico. Il risultato è eccellente.

Il Valore artistico di  Palazzo Magauda e l’attribuzione a Gino Coppedè

La licenza edilizia per la realizzazione di un palazzo per civile abitazione a due elevazioni f.t. più piano cantinato sull’intera area dell’isolato 314 del Piano Borzì fu inoltrata nel 1914 dalle famiglie Magaudda, Lazzaro, Portovenero, Barbera e Carrozza  (da qui l’intitolazione del palazzo al primo intestatario: Palazzo Magaudda).

Il progetto, datato 1914 e redatto, in un sobrio stile neo classico, dell’ingegnere Pietro Interdonato venne approvato dalla Commissione Edilizia Comunale nel 1915, ma l’opera non fu realizzata. Dopo quasi sei anni, nel marzo del 1921, lo stesso progettista (che a Messina aveva realizzato intanto il Palazzo del Banco di Roma, sulla via Garibaldi) presentò un nuovo e definitivo progetto di variante, il cui partito architettonico venne totalmente stravolto. Interdonato giustificò questa radicale variazione stilistica dichiarando nella relazione tecnica, datata 28 febbraio 1921, che i motivi decorativi del progetto originale ormai gli apparivano superati  “…. perché molto discordanti con quelli del vicino isolato 312 sorto nel frattempo su progetto dell’architetto Coppedè……. Ond’e che convinto che ogni professionista debba, pur dando la sua nota personale, armonizzarla fin dove è possibile con quella delle costruzioni prossime, contribuendo così, sia pure modestamente, al decoro cittadino”.  Precisa inoltre che “….le modifiche sono tali da non alterare per nulla le piante”.

Queste affermazioni lascerebbero pensare che lo “Stile di Coppedè” che in città era diventato già una moda (vedi articolo specifico  - leggi anche qui) abbia talmente influenzato il gusto dell'ingegnere messinese tanto da farlo passare nella schiera dei suoi epigoni, spingendolo ad emulare il funambolico architetto toscano. Ma tale ipotesi non trova riscontro nei fatti, poiché questo palazzo sarà l’unica opera espressa in cifra coppedeana dell’ingegnere Interdonato, il quale successivamente tornerà al suo amato sterile neo-classicismo, progettando e realizzando il Palazzo della Banca Commerciale ubicato sul viale S. Martino, angolo via I Settembre e altre opere minori dove l’influenza del fiorentino non emerge minimamente.

L’ipotesi più verosimile, confermata da ulteriori riscontri esplicitati qui di seguito, si fonda su ragioni di competizione sociale. E’ molto probabile che i committenti, attratti dallo Stile Coppedè e dubbiosi che l’architettura del loro palazzo non potesse ottenere lo stesso successo dei palazzi vicinori (Banco Cerruti is. 312; Palazzo Barbaro is.311; Casa Cerrutti e Caseggiato Cerrutti is. 319 e Palazzo Arena is. 316) abbiano voluto adeguarsi invitando Coppedè a riformulare i prospetti già disegnati da Interdonato. Un esercizio di make-up che Gino compiva di frequente. 

Altro indizio a favore della nostra tesi è che la direzione dei lavori, iniziati nel 1922, venne affidata all’ing. Giuseppe Malandrino, colui a cui l’estroso fiorentino affidò il completamento delle sue opere messinesi quando a partire dal 1918 egli fu totalmente impegnato a Roma nella realizzazione de famoso Quartiere di via Po.  Lo stesso Mallandrino in quegli anni aveva appena ultimata la direzione dei lavori di Palazzo Loteta (1916-1920) progettato da Coppedè su incarico dell’omonimo marchese. Quest’opera è ubicata in via Garibaldi ad angolo con via Gran Priorato, affianco alla Prefettura. Insomma, Mallandrino in quel periodo era divenuto una sorta di vicario dello Stile Coppedè a Messina. Infatti molti elementi decorativi usati per Palazzo Loteta si riscontrano anche in quest’opera.

Altro probante indizio sono le comparazioni stilistiche di alcuni elementi decorativi proposti dall’estroso architetto in alcuni palazzi del Quartiere romano. Sorprendenti analogie si colgono tra le tessiture in laterizio di alcune parti dei prospetti e dei balconi di Palazzo Magaudda, con quelle del “Palazzo degli Ambasciatori” e della Palazzina di via Olona, n. 2, attuale sede dell’ambasciata polacca in Roma.  Si tratta di stilemi inediti del repertorio coppedeano, elaborati per le architetture romane e a Messina solo per Palazzo Magaudda poiché nelle precedenti altre opere messinesi non vi è traccia.

Questa approfondita indagine storico-stilistica ha consentito a chi scrive di attribuire questa architettura, almeno nella struttura semantica, a Gino Coppedè. L’ultima realizzata nel centro cittadino.

Il corto circuito ideologico del dualismo tra contaminazioni fasciste e stratificazioni comuniste

In questi giorni la restituzione seppur parziale dell’involucro attira l’attenzione sulla riproposizione in facciata, di una scritta propagandistica del regime fascista scoperta durante le fasi di pulitura ricoperta in epoca postfascista da uno strato di vernice speciale.

Ciò ha fatto scaturire un dibattito sull’opportunità di riproporre gli slogan fascisti considerandoli un elemento di valore storico documentale o di rimuoverli considerandoli una contaminazione del prospetto originale.

In proposito è bene fare qualche considerazione di metodo prima di giungere a valutazioni che potrebbero avere soltanto legittima matrice ideologica.

Il senso di una riproposizione delle contaminazioni

Premesso che plaudiamo alla metodologia di restauro adottata dalla dottoressa Rosaria Catania e dai progettisti e direttori dei lavori architetto Chiara Stella Vicari e l’ing. Francesco Clemente.

Ci piace ricordare a noi stessi che la disciplina della conservazione e del restauro dell’architettura è una pratica complessa che esige conoscenze approfondite e multidisciplinari e che si avvale di tutte le scienze e di tutte le tecniche che possono garantire la salvaguardia dei monumenti e delle architetture di pregio. Una pratica che scaturisce dalla sensibilità universale di architetti, storici ed intellettuali che si riconosce nelle così dette “Carte del Restauro”: documenti di indirizzo che sanciscono il concetto di Conservazione (recupero e manutenzione sistematica per consentire l’utilizzazione e la fruizione delle architetture senza alcuna alterazione) ed il concetto di Restauro (processo che ha lo scopo di conservare e/o mettere in rilievo i valori formali e storici di un monumento o di un’architettura di pregio).

Le varie teorie del restauro architettonico espresse dai grandi teorici che hanno proposto sul tema visioni di natura diversa, ci convincono sempre più che ogni restauro va valutato nella sua fattispecie e molto dipende dal tipo di materiale, dal valore culturale ed artistico dell’opera da restaurare e dallo stato di conservazione in cui essa si trova. Pertanto ogni restauro esige la scelta di una metodologia di intervento che abbia una forte struttura di senso considerato che l’opera d’arte in architettura si fonda su due fattori di senso imprescindibili la forma e la funzione. Ciò implica che prima di procedere alle attività conservative e di valorizzazione l’architetto restauratore definisca l’ontologia dell’intervento poiché il restauro di un’architettura è soprattutto una scelta ideologica. Un esercizio filosofico che conferisce una struttura di senso alla riproposizione del passato.

Nel caso di Palazzo Magaudda il restauro riguarda l’involucro architettonico costituito da una parte originaria integra, distinta e leggibile, definita chiaramente nel suo valore culturale e nei suoi aspetti stilistici, storici ed artistici. A questa si sovrappone una parziale soprelevazione dall’aspetto inequivocabilmente ultroneo. Come ulteriore stratificazione emergono dalla pulitura alcuni slogan propagandistici di marca fascista applicati ai prospetti della parte originale.

Secondo Cesare Brandi nel restauro “.. è l’opera d’arte che condiziona il restauro e non già l’opposto”.  Ciò significa che quel che il restauro deve restituire è l’espressività artistica dell’idea originale, non certo le sue stratificazioni, per quanto testimoni di vicende minori collaterali alla storia dell’opera stessa.

Se i timbri propagandistici del fascismo possono raccontarci una vicenda specifica, quella della propaganda di un regime che faceva apologia del suo dittatore in tutte le realtà italiche, non si tratta comunque di una vicenda unica, seppur negativa, ma di qualcosa di diffuso e forse meglio testimoniato altrove. Si tratta di scritte che si trovano in tutti palazzi esistenti nell’era fascista, in tutte le città d’Italia. Riproporli come elemento che marca l’identità storica di un edificio come quello in questione sarebbe un’ulteriore sottolineatura di una vicenda umana fin troppo narrata nelle architetture senza qualità o senza carattere, che andrebbe a discapito della qualità artistica portata alla luce. Un atteggiamento ripropositivo che confliggerebbe con qualsiasi opera d’arte o di pregio artistico turbando oggi, esattamente come lo fece a suo tempo, il significato estetico e culturale dell’opera stessa.

In merito è necessario chiarire alcuni presupposti: i timbri propagandistici si vogliono portare alla luce per obbedire al principio che tutte le stratificazioni storiche subite da un’architettura debbano emergere in fase di restauro come elementi di testimonianza storica di una delle tantissime azioni fasciste che hanno contaminato moltissime architetture italiane ope legis? O si ripropongono solo per narrare in modo compensativo le tante azioni antifasciste che, caduto il regime, questi slogan hanno obnubilato sotto strati di vernice o d’intonaco?

Se così fosse significherebbe che l’importanza della singolarità espressività e artistica dell’idea originale restituita avesse la stessa valenza culturale e di questi due fatti minori e storicamente diffusi. Il paragone valutativo, ovviamente, nell’uno e nell’altro caso non regge.

Diversamente ne deriva che se tra cinquant’anni operando il restauro del palazzo dell’INPS, quello progettato dall’architetto Gino Peresutti, venissero fuori i famosi epigrammi funerari, succedanei dei più dolorosi colpi di spranga, con i quali duellavano i giovani fascisti e comunisti, la cui memoria è ancora viva in quelli della mia generazione, in quell’epoca di forte sensibilità ideologica e d’impegno civile, che furono gli anni 70 del secolo scorso, ove i prospetti dei palazzi erano l’unica piattaforma social con la quale comunicare in assenza di facebook e altre attuali diavolerie mediatiche e digitali, queste dovrebbero essere riproposte. O ancora sarebbe plausibile eseguendo il restauro di quel famoso palazzo di via XXIV che appena costruito venne platealmente imbrattato con la scritta: “Oddio.. un muro nuovo!”, riproporre quella famosa e geniale frase sicuramente più ammiccante di “Credere obbedire e Combattere”. Questo per fare un po' di storia dell’imbrattamento creativo e ideologico dei monumenti messinesi.

L'idea della bellezza

Secondo John RuskinL’idea della bellezza è oggetto di percezione morale e non di percezione intellettuale e l’arte è tanto grande quando suscita nella mente dello spettatore il maggior numero di grandi idee”. Una scritta stampata su un’architettura inneggiante ad un dittatore certamente non ispira grandi idee. L’architettura certamente è documento che testimonia il passato ed il restauro deve restituire quel passato, la parte significativa del passato. I libri di storia narrano i fatti essenziali e il senso escatologico degli accadimenti, non ci sottopongono tutte le pagine dei giornali dell’epoca. Così il restauro deve restituire la Storia non la cronaca.

Sempre Ruskin sosteneva che sono due i prodotti dell’uomo che hanno grande forza evocativa capaci di vincere qualsiasi perdita di memoria: la Poesia e l’Architettura.  La seconda contiene la prima. Dunque è necessario nel recupero di un’architettura restituire la sua dimensione poetica.

Nel caso del restauro di Palazzo Magaudda nelle sue stratificazioni, obiettivamente, non vi è nulla di poetico, né negli slogan di regime né nella sua drastica soprelevazione, fatto prosaico finalizzato a ricavare il salone di rappresentanza di un partito politico. Un restauro che restituisce le superfetazioni descritte considerandole organiche alla dimensione storica e artistica del monumento non permette di leggere e comprendere il vero valore semiotico e culturale che quel palazzo ha rivestito nella vicenda nevralgica della ricostruzione della città nella quale è stato protagonista.

Il restauro è un intervento su un prodotto dell’attività umana al quale la coscienza collettiva riconosce il valore morale di un’opera d’arte.

Nel caso in specie bisogna intendersi su quale sia l’opera d’arte che si sta restaurando. E’ opera d’arte l’involucro architettonico progettato da Coppedè? Sono opera d’arte gli slogan del funesto regime fascista? E’ opera d’arte l’improbabile sopraelevazione che per dirla con Ennio Flaiano è la lucida metafora della bruttezza dell’utile che mortifica la bello, del cattivo che oltraggia il buono? … delle tre una!

Alcune riflessioni sul senso della restituzione degli slogan fascisti

Forse si dovrebbe cercare con questo restauro di evidenziare il più possibile la differenza tra la sopraelevazione e l’originale, annullando quel patetico tentativo di coerenza formale tra l’orrenda superfetazione e il lessico coppediano.

Appare chiaro che quest’opera d’arte (l’involucro originale), per quanto il suo anacronismo stilistico possa essere discutibile, è stata insultata due volte. Prima con la sovrascrittura di frasi incongrue di una irrifiutabile propaganda che ha agito durante il tempo di un regime e dopo con una squilibrata sovrapposizione disarmonica ed incoerente operata dalla Federazione Provinciale del Partito Comunista che volle caratterizzarla scolpendo il suo simbolo nel prospetto del nuovo piano.

La potenzialità artistica dell’opera in questione, così come l’abbiamo individuata e descritta in precedenza, non sta certo negli slogan fascisti nè nell’incongrua soprelevazione comunista. Rimuovendoli non si commetterebbe alcun falso storico e meno che mai artistico, né si cancellerebbe alcuna traccia del passaggio del tempo sull’opera medesima.

Estrarre una pallottola o togliere una scheggia incarnata su un organismo umano, senza lasciare cicatrici non è certo la rimozione di un pezzo d’identità di quell’individuo e nemmeno la cancellazione del ricordo della tragedia di una guerra. Gli italiani il dramma del secondo conflitto mondiale lo portano dentro ancora oggi e non lo dimenticano se non si ripropone una scritta che inneggia al Fascismo. Ciò non significa che si corre il rischio di dimenticare quella triste pagina di storia piena di drammi personali e collettivi che hanno segnato l’animo di generazioni.

Se durante le fasi di restauro di un monumento come la fontana di Trevi si scoprisse che alcune sue parti in bella vista furono imbrattate da slogan propagandistici un tempo tollerati per compiacenza politica, oggi queste contaminazioni andrebbero rimosse?  Se la risposta più ragionevole e sensata è si allora andrebbero rimossi anche gli slogan fascisti intercettati durante il restauro di Palazzo Magaudda. Non per il loro contenuto ideologico antidemocratico ma per una questione di merito estetico e culturale. Diversamente può nascere il sospetto che si voglia fare apologia di Fascismo, il che oggi costituirebbe reato. 

La soprelevazione e la falce il martello una vistosa eterogenesi dei fini politici

L’architettura è fatta da una modellazione di forme non certo da scritture. Essa plasticizza idee non si caratterizza per le sue scritte ma per la forza simbolica delle sue forme.

L’evento storico che quegli slogan evocano è ampiamente documentato, la sua riproposizione non ha senso storico nella fattispecie quindi non presenta nessuna valenza documentale. Viceversa la falce e il martello scolpiti nella soprelevazione hanno senso documentale perché sono l’unico segno che testimonia uno scempio commesso da dirigenti di un partito progressista che per molti decenni è stato egemone nei processi culturali ed ha orientato la sensibilità artistica della Repubblica Italiana dal neorealismo fino alle post avanguardie.

Quel segno denuncia come un partito progressista che tanto ha inciso sulla formazione culturale del paese in ambito locale si sia comportato alla stessa stregua di un dittatore insensibile che specula e mortifica la bellezza e l’arte. In questo caso la Federazione Comunista della Provincia di Messina ha lasciato il suo marchio in modo violento, firmando uno degli scempi formali più deteriori della città.

Quel segno forse è bene che resti, visto che non si sovrappone sull’originale, visto che è la firma di chi l’ha commesso.

Il restauro della forma e il valore delle stratificazioni

Il restauro è anche un’attività di conservazione e valorizzazione di quelle attività dell’uomo in cui il valore artistico è riconosciuto della coscienza collettiva. Restituendo un’architettura al suo significante originale si aprono i riflettori su un determinato contesto storico poiché ogni opera d’arte è la rappresentazione di un’idea, l’idealizzazione di un pensiero, di una categoria di pensiero, di un modus vivendi di una certa epoca.

Nel restauro architettonico la stratificazione ha valore filologico e dignità documentale solo quando questa interviene nel corso della storia dell’opera per migliorarne la funzionalità. Solo in questa circostanza si può dire che una stratificazione ha valenza storica e documentale, viceversa si tratta di un’alterazione formale tout cort che non deriva da nessuna necessità di revisione funzionale ma è solo un’impropria contaminazione che storicamente non testimonia nulla.

Uno dei due fattori che costituiscono l’architettura è la funzione (l’altra è la forma), questa con il tempo può necessitare di essere attualizzata affinchè il manufatto non divenga obsoleto e possa continuare ad assolvere il suo compito di contenitore di vita evitando di trasformarsi in un mero oggetto di contemplazione. E’ l’attualizzazione funzionale che tiene in vita l’architettura e ne racconta la storia.

Cosa diversa è la stratificazione formale, la quale se interviene contaminando l’espressività dell’opera senza una ragione funzionale quasi sempre determina solo perdite espressive che alterano la narrazione e possono rendere illeggibile o privare di senso formale e storico l’intera opera. Dunque il restauro ha come obbiettivo primario quello di rendere leggibile la forma originale evitando che eventuali contaminazioni impediscano il raggiungimento di questo primario obiettivo di senso.

In merito Camillo Boito sosteneva: “… il monumento è un libro che io intendo leggere senza aggiunte o rimaneggiamenti. Voglio sentirmi ben sicuro che tutto ciò che vi è scritto sia uscito dalla penna e dallo stile del suo autore.  Così come caccerei in galera il falsificatore di vecchie medaglie, così vi manderei il falsificatore di un vecchio edificio”.

Chi scrive non è un feticista della riproposizione radicale dell’idea originale soprattutto quando quest’esercizio impedisce la fruizione e la funzionalità dell’architettura restituita, ma nel caso di una restituzione della sola componente formale che non condiziona la funzione dell’organismo restaurato la restituzione dell’espressività dei linguaggi e degli stilemi originali ritiene sia l’unica pratica possibile per consentire all’architettura di essere la forma autentica di una storia, senza contaminazioni.

Nel caso in specie non si interviene sugli aspetti funzionali dell’organismo architettonico ma solo ed esclusivamente sugli involucri e sui loro apparati decorativi. Involucri che hanno una loro marcata specificità linguistica nel contesto cittadino e sono espressione significativa di un determinato periodo storico. Una specificità linguistica che rappresenta la nuova identità peloritana formatasi dopo la tabula rasa del 1908.

E’ questa specificità che va restituita ad una chiara lettura storico critica senza imbastardirla con elementi che con essa non hanno alcun rapporto, ma sono solo comunissimi slogan fascisti o esaltazioni plastiche dell’ideale comunista scolpiti su una incongrua superfetazione realizzata con sfacciata speculativa insensibilità.

Questi due elementi espressi in un contesto reazionario ancora marcatamente baronale e pregno di privilegi non esprimono nessun valore culturale. Il primo con la sua primaria radice socialista e il secondo, con il suo ideale egalitario e perequativo della ricchezza e delle opportunità, non hanno mai trovato spazio nè hanno minimamente inciso sul fedudalesimo latifondista ancora irrisolto che alberga in riva allo Stretto dal quale si sono fatti pienamente assorbire.

Palazzo Magaudda dal punto di vista semiotico è il significante, la rappresentazione di un privilegio aristocratico ostentato che perdura e che nessuna istanza contraria ha mai potuto e voluto scalfire. Questo è quanto dovrebbe emergere dal restauro come valore storico e documentale, affinchè il restauro abbia valore culturale e pedagogico, poiché il mero valore artistico di questa architettura resta relativo (Non è certo un’opera che si è distinta nella storia universale dell’architettura). Il resto sono solo contaminazioni, croste che vanno rimosse poiché non arricchiscono la restituzione di ulteriori significati storici. Lasciarle significa voler alleggerire il significante di una vicenda storica fatta di asimmetrie di trattamento sociale e di ciniche predazioni ai danni di una popolazione martoriata quale fu quella della ricostruzione della nuova Messina annacquandolo con storie minime di Fascismo e Comunismo che come direbbe qualcuno non ci azzeccano proprio nulla.

Cosa si dovrebbe fare

L’ideale sarebbe rimuoverle entrambe. Purtroppo demolire la soprelevazione è impossibile, sarebbe una violazione di un diritto ormai acquisito, ma la si può escludere dalla percezione cercando di marcare ancor più il suo carattere alieno.

Le scritte fasciste viceversa sono facili da rimuovere e andrebbero eliminate poichè infettano fortemente l’espressività originale delle facciate sulle quali giacciono. Esse sono prive di qualsiasi senso culturale, ideologico e soprattutto estetico, e non generano nemmeno l’utilità di un salone di rappresentanza. Lasciarle solo perchè nella soprelevazione vi è scolpita la falce e il martello sarebbe un’anacronistica compensazione ideologica. Quasi una compiacenza gratuita attualmente filo governativa che neanche i destinatari di tale deferenza gradirebbero.

Che strana città Messina! Manda in malora un’opera di grande valore artistico, culturale e sociale come il murales di Blu sulla Casa del Portuale che rappresentava la più chiara denuncia della condizione sociale dei messinesi e ripropone come elemento culturale e di testimonianza storica delle banali e patetiche timbrature murali inneggianti a Mussolini con perniciosa retorica fascista.

Da questa vicenda forse è il caso di prendere spunto dagli aspetti positivi e virtuosi (la qualità e l’efficacia del restauro finora operato), facendo in modo di stimolare le autorità, gli ordini professionali e le accademie affinchè si attivi un processo serio di valorizzazione del centro storico e del suo valore culturale e identitario che porti ad una carta del restauro di quel che resta e ad altri dispositivi (come un tempo, nel  2012, Comune e Soprintendenza avevano tentato di fare) che evitino ulteriori scempi e ulteriori perdite certamente più gravi di questo sterile ed insensato dibattito sul dualismo ideologico, da farsa guarreschiana, di cui si e fatta interprete nel tempo, involontariamente, e a suo discapito, questa architettura. Le competenze ci sono e le professionalità non mancano.

* architetto

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