La forma delle idee

La forma delle idee

I balconi della Vara come metafora, storie di relax e privilegi nel ferragosto mutilato dal Covid

Tramite i parapetti, nei prospetti cittadini si possono osservare, uno sull’altro, due modi di vivere, che furono nel bene e nel male protagonisti del XX secolo

Quest’anno il ferragosto messinese è stato mutilato del suo momento più catartico, la processione della Vara. L’emergenza sanitaria ha impedito di assistere alla consueta folla che come un fiume in piena riempie la via Garibaldi. Un suggestivo spettacolo al quale alcuni assistevano dall’alto, assiepati sui balconi che si affacciano su detta via, sotto i quali scorre penitente la folla umana. Uno spettacolo che è un archetipo dell’identità messinese.

In questo scenario quei balconi acquistano un significato sociale di grande importanza. Sono la metafora del privilegio e dei privilegiati, di chi a vario titolo conquista una rilevanza sociale, e di chi si compiace di essere ammesso, come ospite, ad assistere a quello spettacolo.

Anche per la forma dei balconi, vale quel principio che vuole che ogni forma generata dall’architettura obbedisce ad uno scopo, ad una funzione, ad un motivo; basta osservare bene e conoscere i luoghi e le loro storie. L’esempio più classico che conferma questa regola assiomatica è quello dei balconi con i parapetti a petto d’oca: quelle ringhiere panciute in origine furono concepite per permettere al sesso femminile di frequentare gli sbalzi esterni. Dal XVI secolo e fino al XIX le donne indossavano gonne voluminose, dette verdugale o guardinfante, la cui ampiezza era costituita da una sottostante rigida intelaiatura fatta di stecche di osso di balena. Una moda che in origine servì per dissimulare le gravidanze e gli eccessi adiposi, conferendo al corpo femminile un’imponenza regale. Imponenza che esigeva luoghi dove essere ostentata, ed il balcone era uno di questi.

Il balcone? Un privilegio aristocratico

Lo stare al balcone ad ammirare la strada ed essere ammirato è sempre stato un privilegio aristocratico. Il balcone consentiva di stare una spanna sopra gli altri a guardare, invece che faticare. Stare al balcone era anche vezzo tipico delle nobildonne.  Molti grandi artisti hanno affrontato il tema (vedi foto).

Il balcone è anche il luogo del relax: “A noialtri napoletani, toglierci questo poco di sfogo fuori al balcone… Io, per esempio, a tutto rinunzierei tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell’oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato.” Questo è l’incipit del monologo sul piacere di stare al balcone che Eduardo fa dire a Pasquale Lojacono in “Questi Fantasmi”.

Il balcone era, un tempo, l’elemento che metteva in comunicazione con l’esterno i palazzi patrizi e le dimore di chi aveva potere sulla comunità. Fu lo sbalzo da cui si arringavano tragicamente le folle. Era, ed è ancor oggi, il luogo dove si riuniscono le autorità cittadine al passaggio del santo, soprattutto in certe realtà dove risulta impalpabile il limite di come, al passaggio del santo, sia il potere ad onorare il sacro e non viceversa. Ovunque nel meridione d’Italia stare sul balcone al passaggio del santo delinea una posizione privilegiata rispetto agli altri processionanti. Una posizione metaforicamente più vicina ai favori del santo. Un atteggiamento che suggestiona in modo efficace le classi subalterne.

La via Garibaldi vetrina dell'eclettismo

La via Garibaldi di Messina è una vetrina, di quello che fu, il discutibile eclettismo messinese. Quella cifra stilistica, che ha marcato l’estetica della città risorta dopo il 1908. Una cifra reazionaria che molto ha condizionato il gusto dei messinesi, e non solo. Questa importante arteria vede quasi tutti i palazzi della ricostruzione essere stati soprelevati a partire dal secondo dopoguerra.  In quel periodo la città ebbe una notevole crescita demografica che indusse la necessità di far spazio al nuovo sviluppo antropico e la soluzione furono le soprelevazioni. Questo fenomeno, registra stratificazioni, a volte improprie, a volte coerenti (poche), che ci narrano tutte le dinamiche civili, sociali ed economiche di cui sono autentica espressione. Ci raccontano di un tessuto sociale che dopo gli anni ’50 subì una grande trasformazione, ci narrano di una nuova classe sociale e politica, meno borghese e più liberale che prese le redini della città.

Grazie al fenomeno delle soprelevazioni, nei prospetti cittadini si possono osservare, uno sull’altro, due modi di vivere, che furono nel bene e nel male protagonisti del XX secolo: la società dei primi decenni del ‘900 radicalmente diversa da quella del secondo dopo guerra.

Queste dinamiche sono ben sintetizzate in un palazzo (uno tra i tanti, preso a caso) che sorge sulla via Garibaldi (vedi foto), che in questo agosto senza Vara ha attirato la nostra attenzione.

Si tratta di un palazzo realizzato dopo gli anni venti del XX secolo caratterizzato da una cifra convenzionalmente eclettica espressa con un sobrio esercizio di stile.

L’involucro esprime una composizione simmetrica, ripartita da paraste di ordine maggiore che dividono il prospetto principale in tre campi al cui interno vi è un’ordinata scansione di pieni e vuoti. L’apparato decorativo è blando ed interpreta persino qualche verbo modernista, declinato in modo lieve, quasi impercettibile. Le finestre sono incorniciate e i balconi, di modeste dimensioni, sono sorretti da mensoloni a voluta. Ci fermiamo qui senza perderci in minuziose e scolastiche descrizioni contemplative, non vale la pena. Quel che conta è che siamo di fronte ad un linguaggio coerente, un’architettonica dignitosa, seppur provinciale. Un’architettura che nel panorama cittadino si era ritagliata il suo modesto sfoggio, prima che una soprelevazione, totalmente ultronea, ne annientasse ogni espressività.

La nuova stratificazione non presenta alcuna coerenza con la parte sottostante, se non nella prosecuzione delle paraste. Ogni suo elemento è votato al pragmatismo più prosaico. Si notano imbotti che insultano violentemente le leziose cornici sottostanti e tapparelle che mortificano feralmente le gentili e discrete persiane dei piani inferiori. L’unica cifra che si intravede è quella dell’”essenziale a basso costo”.

Quel che più colpisce è il brutale taglio orizzontale del balcone. Ampio, grande, lungo per tutta la larghezza del prospetto, che gira l’angolo avvolgendo tutto il perimetro visibile dell’edificio. Un elemento eccessivo che a primo impatto appare ingiustificato. Un tratto orizzontale che esclude in modo radicale la parte sottostante e lo fa in modo drammaticamente netto ed invasivo. Qualcosa simile ad un vasto e brutto cappello che copre il bel volto di chi lo indossa.

Guardandolo viene da pensare: ma che se ne fanno di tutto questo aggetto così profondo e lungo, quasi come un camminamento di guardia dove può starci un plotone di sentinelle?

Ma quella apparente insensatezza ha una giustificazione, in architettura nessun elemento è dettato semplicemente dal caso. Tutto ha una ragione epistemologica, anche l’elemento più banale è espressione di un motivo, di un’esigenza, di una dinamica prosaica. L’architettura racconta, non solo la bellezza, ma anche la banalità del brutto.

Anche se ad una prima osservazione, l’eccessivo e deturpante sbalzo, fornisce una mancata percezione di senso. Questa grave deformazione il senso c’è l’ha. Il senso sta in una precisa funzione, intuibile solo se si conosce cosa accade nella strada sottostante ogni ferragosto.

Il balcone della Vara

Tutto quel grande balcone, che corre lungo il perimetro, serve per uno scopo preciso! Ha una specifica funzione predeterminata. Una funzione alla quale chi lo ha realizzato o commissionato dava molta importanza.

Quel balcone, così ampio, è stato realizzato per godere della processione della Vara accogliendo più ospiti possibili. Non c’è alta spiegazione plausibile. Quella forma rappresenta l’idea di voler stare in alto in un’occasione in cui tutta la comunità si raccoglie. In quel momento il proprietario o i proprietari di quel balconi, dominano la processione, e quindi la folla. Un beneficio esclusivo che offrono, od offrivano, anche ai loro selezionati ospiti.

Così quello sbalzo è il luogo comune in cui si aggrega chi domina, o dominava, o ha tentato di dominare la comunità. E’ Il luogo dove per un momento si ostenta una posizione sociale senza dubbio maggiorente.

Quello, come tanti altri, è il balcone della Vara! La sua forma così incongrua è uno status symbol.

Non è il balcone del godimento, dell’affaccio, è il balcone dell’ostentazione di un privilegio.

Il balcone del relax di Lojacono può essere misurato, quello della Vara deve essere capiente: la sua dimensione è direttamente proporzionata all’importanza sociale di chi lo detiene.

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Oggi quel balcone, così importante per la nostra cultura, appare inutilmente grande. Ha una capacita evidentemente sprecata in tempi in cui bisogna stare distanti e non ci si può più nemmeno accalcarsi su un poggiolo ad ammirare il tripudio della folla.

La forma delle idee

L’architettura è un’idea che prende forma. È una storia che si plasticizza. Le città sono fatte di architetture, di palazzi, di monumenti, di spazi modellati dall’architettura. Le città sono la forma della Storia. “Quando visitiamo una città lo sguardo percorre le vie come pagine scritte” I. Calvino. Se la scrittura racconta il pensiero dell’uomo la città narra come egli vive o ha vissuto

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