La forma delle idee

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Cammarata e la casa delle meraviglie, storia di un cementiere ribelle e scomodo ieri come oggi

Si torna a parlare della valorizzazione dell’esperienza espressiva del cavaliere di Maregrosso. Un atto di giustizia sociale per il lascito prezioso fatto da un uomo onesto e civile a una città “distratta”, che agisce solo per opportunità

Per fortuna si riprende a parlare della valorizzazione dell’esperienza espressiva di Giovanni Cammarata.

Si assiste ad un dibattito che contrappone chi asserisce che l’opera del Cavaliere ha grande valore artistico e chi non comprende come questo possa essere vero. Nondimeno si spera che non siano le solite sollecitazioni a valorizzare scomposte e tardive, fatte con atteggiamento partigiano, elitario ed escludente, che evidenziano solo alcuni aspetti, i soliti, i più propagandistici, e ne rimuovano altri, quelli più efficaci e concreti, che potrebbero far ben comprendere anche ai detrattori in buona fede l’importanza che l’esperienza espressiva del Cavaliere ha per la città e per la sua irrisolta qualità civile.

Siamo certi che stavolta si vuole valorizzare davvero Cammarata e non valorizzarsi attraverso Cammarata. Anche perchè non fa bene riportare Cammarata all’interno di propri paradigmi che sono di difficile comprensione per chi dovrebbe capire il vero valore culturale del Cavaliere, comprenderlo, farlo proprio e agire in modo concreto e diretto.

Rimossi questi timori proviamo a capire perché l’opera di Cammarata ha davvero un valore culturale notevole in senso assoluto ed un valore culturale relativo importantissimo per l’ambiente messinese.

“La Casa delle meraviglie” di Cammarata” è la forma della protesta più significativa avversa alla “Fenomenologia della Baracca” che a Messina ancor oggi affligge il corpo sociale, producendo una intollerabile apartheid. Più delle rare proteste per il diritto alla casa, più delle sporadiche lotte per un riequilibrio sociale.

Per ciò “La Casa delle meraviglie” del Cavaliere, considerata dalla critica internazionale, già dal 1997, tra le 100 case fantastiche del mondo, per il suo portato di denuncia avrebbe dovuto accelerare la cancellazione dei quartieri baraccati ed essere la sola ed unica baracca che non si sarebbe dovuta abbattere. Viceversa è accaduto il contrario. Ciò dimostra quanto essa fosse scomoda ed eversiva.

L’esperienza espressiva di Giovanni Cammarata è “fuori” da ogni grammatica stilistica, “oltre” ogni regola, “oltre” ogni schema, “oltre” ogni categoria, persino la più ribelle, la più avanguardista. Si qualifica con elementi e forme espressive totalmente estranee sia al contesto territoriale che a quello sociale ed estetico ma al tempo stesso è universalmente comprensibile. Egli è un “irregolare”. E come tutti gli “irregolari” il suo verbo è immediato, la loro semantica è universale, perché è fuori da qualsiasi ambiente culturale, è “oltre”, è un: outsider.

Gli outsider sono anime oneste che esprimono in modo “scatenato” il loro disagio attraverso mezzi e linguaggi eterogenei. Ma tutti hanno un filo conduttore che non sta nella produzione formale bensì negli stessi atteggiamenti espressivi, nelle stesse categorie di ribellione, scomposte, irreggimentabili, sfuggenti, irraggiungibili, imprevedibili, non valutabili, difficili da analizzare. E’ questa semantica universalmente comprensibile che pone Giovanni Cammarata in una dimensione internazionale.

Vi sono tanti Cammarata nel mondo che declinano lo stesso atteggiamento artistico sgrammaticato ma poetico producendo ognuno linguaggi diversi, Cammarata è uno di loro. Sono una schiera di “artisti senza patente”, che vivono in un universo parallelo, in una realtà estetica ultronea a quella riconosciuta.  I loro lessici sono anarchici ed hanno in comune solo i termini dell’esternazione di una scomposta denunzia.

La loro identità artistica è spontanea, priva di processi evolutivi o di maturazione. Essi non crescono per progressione esperenziale, bensì raggiungono la loro dimensione espressiva tutto d’un tratto, all’improvviso, e cominciano e finiscono con l’evento epifanico. La loro cifra stilistica si forma su una folgorazione, quasi sempre esito di un dramma o di un malessere esistenziale. In molti casi (ed è il caso di Cammarata) si tratta della risposta ad un’ingiustizia, ad una asimmetria di trattamento, ad una condizione di estremo disagio. Tutti gli outsider hanno una costante che non è d’ordine formale bensì di ordine psicologico: vivono un’epifania artistica attivata da un trauma, un evento esistenziale che scatena un bisogno di ribellione praticato in forma artistica.

Cammarata con il suo giardino anarchico delle meraviglie improbabili, tra gli “outsider artist” è uno dei più scomodi. I termini estetici della sua denunzia, sono teneramente incisivi, poeticamente plateali, politicamente scomodi, emotivamente pungenti. La sua espressività anarcoide detta al contesto sociale ed urbano il bisogno di una identità civile consapevole. La sua cifra formale è quella di una bellezza altra, di un’estetica alternativa, radicalmente critica. E’ la cifra di una ribellione portata fino alle estreme conseguenze. Questa è l’opera di Cammarata e questo è il suo valore culturale. Questo dovrebbero sapere di lui tutti mi messinesi.

Il suo linguaggio non è dadaista, va oltre il surreale, non è metafisico, non è concettuale.  Non è propriamente popolare né naif, non è totalmente spontaneo, né del tutto precario né solido, Non è pienamente visionario né del tutto irriducibile. E’ una categoria che non c’è.  E’ qualcosa di indefinibile.  Le appropriate e suggestive definizioni di: “babelico”; “irregolare”; “artista senza patente”; “muratore dell’immaginario”; “cementiere ribelle”; risultano comunque delle definizioni alle quali sfugge sempre, ad ognuno, qualche aspetto della sua espressività. E tutte a pensarci bene sono un tentativo, per quanto informale, di qualificazione. Anche se si tratta di una qualificazione all’interno di un “non schema” o di una “non categoria”, ma sempre di qualificazione si tratta. Forse la vera ontologia estetica di Cammarata è tautologicamente Cammarata. Non c’è una definizione: Cammarata è Cammarata! Punto.

Quanto sopra fa comprendere come un nuovo processo di valorizzazione dell’esperienza espressiva del Cavaliere non può prescindere da un’autentica comprensione del significato metaforico culturale della sua opera.

E’ bene far capire alla città, e non solo ad una parte di essa, quanto il cavaliere sia stato oppositore vero ed intransigente della cultura clientelare della politica messinese, e al tempo stesso vittima diretta dell’incuria civile e culturale del luogo degradato in cui fu costretto a vivere: Maregrosso.  Maregrosso è la metafora più lucida del senso negativo più profondo della città. Cosi lo descriveva: "E' una via frequentata da persone equivoche, drogati, dove si facevano duelli, uccidevano le persone. Se ti chiedono “dove abiti?” “a Maregrosso” “Dio ci guardi" .

Per questo forse è giunto il momento che tutti, e in particolare i promotori e i destinatari della richiesta di valorizzazione, comprendano bene cosa bisogna celebrare dell’esperienza espressiva di Cammarata. Non un interesse di pochi eletti, ma qualcosa che se spiegata bene è un prezioso dono per tutti i messinesi. Accogliendo definitivamente il lascito prezioso fatto da un uomo onesto e civile a una città “distratta”, che agisce solo per opportunità si compie un atto di giustizia sociale. Non all’uomo Cammarata ma a ciò che egli ha rappresentato.

Si sono realmente spiegati e compresi i termini della sua dimensione eversiva rispetto alle buone abitudini di una città vischiosa che l’ho ha sempre mortificato?

Durante la recente stagione politica, dove il potere che il cavaliere avversava si è vestito, per un giro, di rivoluzionaria sembianza, si è svolto un esemplare e concreto processo di valorizzazione della sua opera, avviato con buoni intenti, ma poi, non stranamente, ma come consuetudine, non è stato portato a termine.

Nessuno nel dibattito di questi giorni ha ricordato che gli uffici comunali hanno operato un processo di valorizzazione notevole dell’opera di Cammarata, che qui velocemente sintetizziamo:

1. tutta l’opera di Cammarata è stata segnalata alla Soprintendenza che ne ha dichiarato ufficialmente l’interesse culturale;

2. è stata formulata un’ipotesi di realizzare un parco urbano dove reinstallare le opere di Cammarata, una sorta di Parco Gueel a Mare grosso, per intenderci;

3. è stata fatta richiesta ufficiale per l’intitolazione a Giovanni Cammarata del tratto di via Maregrosso antistante le vestigia della “Casa delle Meraviglie”, richiesta che più volte è stata valutata positivamente dalla commissione toponomastica comunale e che ancora giace inspiegabilmente inevasa;

4. la “Casa delle Meraviglie” è stata riconosciuta come monumento cittadino, con tanto di cartello esplicativo;

5. al Cavaliere è stato dedicato un riconoscimento internazionale. Esperti e critici del settore sono giunti da ogni parte del mondo per partecipare ad un “Convegno Internazionale sull’Outsider Art e su Cammarata”  svolto a Messina al Palacultura, di cui vi sono gli atti;

6. due delle sue più grandi opere, gli elefanti al galoppo, sono state disseppellite, restaurate ed esposte alla GAMM, in un processo faticoso denominato: “Gli Elefanti di Cammarata dall’oblio alla GAAM”, rendendo giustizia ad un uomo/artista che voleva che le sue opere fossero “un onore per la città”, esponendole insieme ai maggiori nella pinacoteca cittadina;  

7. è stato redatto un progetto per una “Casa Museo Cammarata” che più volte ha concorso in bandi e per poco ha rischiato di essere finanziato;

Ed è grazie alla dichiarazione di opera d’interesse culturale e al processo di valorizzazione sopra illustrato che oggi le vestigia della Casa delle Meraviglie, miracolosamente scampate, nel 2002, alle ruspe del Ipermercato (perché realizzate abusivamente su suolo pubblico), sono state salvate dalla definitiva cancellazione prevista dal progetto originale dell’ampliamento della via don Basco in fase di realizzazione.

Senza questo processo di valorizzazione non sarebbero bastati i meritevoli argomenti appassionati degli studiosi e dei cittadini sensibili ad ottenere una variante del progetto di via Don Blasco.

Una variante di cui nessuno sottolinea i meriti ed il coraggio di chi ha operato una riduzione del lume della strada forzando la funzionalità della strada per salvare l’opera del Cavaliere di un’arteria stradale da tempo aspettata e strategica per la risoluzione del traffico cittadino.

Questo si è fatto, e questo piace sottolineare. Alla fine dei lavori, grazie alla variante le vestigia della “Casa delle Meraviglie”, in questi anni pulita e tenuta in buon ordine dal Comune, anche con i recenti cantieri di servizio, sarà elegantemente recintata, illuminata come si deve ad un monumento  e fruibile dall’esterno (fino a quando non si restaurerà e musealizzerà il sito) grazie alla realizzazione di un ampio marciapiede che consentirà di ammirare da fuori ciò che resta dell’opera del cementiere ribelle.

Questa storia, narrata puntualmente in una pubblicazione, impegna chi deve continuare ad un agire concreto e non con il solito, come direbbe Camilleri, Pruvulazzu.

Insomma, c’è ne per una valorizzazione di alto livello, che superi misere ricette dall’orizzonte corto.

Cui prodest?... perché per una volta non proviamo a volare, come ha fatto Cammarata, pur rinchiuso in una fatale baracca?

“L’ho costruita io con le mie mani, quei muri li ho fatti io….. Potevo avere una casa, me la potevano destinare… Se le vendevano le case popolari e gli le toglievano a chi ne aveva bisogno. Io avevo bisogno, ero giovane e avevo i figli , se mi davano la casa avrei vissuto  più degnamente. …. La mia casa l’hanno data agli altri.”

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Cammarata era fortemente consapevole di essere, come tanti messinesi, vittima di un’ingiustizia sociale. Ecco perche la sua opera è la forma di una ribellione che va spiegata.

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