La forma delle idee

Opinioni

La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

I palazzi della Messina post terremoto, il lusso che nasce dalle macerie

Dopo il tragico cataclisma, una borghesia agraria proveniente dall’entroterra, si sostituì alla struttura sociale precedente. I superstiti si abituarono a vedere, nei stessi luoghi dove prima abitavano, elegantissimi palazzetti della nuova classe egemone che si vestiva di un abito suggestivo funzionale al suo radicamento ai vertici della società peloritana

Quando si poteva girare oziosamente per il centro storico della città di Messina capitava che il nostro sguardo venisse attratto dai eccentrici palazzetti signorili sorti dopo il 1908, restando stupidi dai loro lussuosissimi apparati decorativi.

Si tratta di quell’architettura epidermica che fu la cifra più distintiva dell’Eclettismo messinese marca coppedeana. Elementi che seppur sbiaditi dal tempo e dall’insulto degli uomini, danno una chiara chiave lettura di quali furono le dinamiche sociali in quel drammatico frangente.

Il lusso è la manifestazione della ricchezza che vuole impressionare chi è rimasto povero, è l’importanza che si da all’esteriorità che spesso rivela una carente elevazione culturale, è il trionfo dell’apparenza sulla sostanza, la necessità di avere il dominio sui propri simili. Più il popolo è tenuto nel bisogno più l’autorità si mostra paludata di lusso.

Questi atteggiamenti sono propri anche dell’architettura e definiscono l’estetica delle città rappresentandone i rapporti sociali la cui simmetria è inversamente proporzionata alla diffusione del lusso.

Uno degli esempi più rilevanti della categoria del lusso applicata alle città si riscontra nella veste formale di molte architetture della Messina risorta dopo il sisma del 1908.

Dopo il tragico cataclisma una borghesia agraria esogena, proveniente dall’entroterra, si sostituì alla struttura sociale precedente, radicandosi nel nuovo tessuto urbano con un modello sociale dalle forti radici feudali.

Dalle macerie dell’immane catastrofe, naturale e antropica, sorse un nuovo organismo urbano caratterizzato da inopportuni lussuosi palazzetti signorili, a due levazioni f.t., costituiti da redditizie botteghe al piano terra e da ampi e fastosi appartamenti al piano superiore, la cui diffusione, si affermò sull’esigenza impellente di ricostruire la città con tipologie edilizie e cifre architettoniche essenziali, in modo da rispondere all’urgente necessità di dare la casa a tutti i sinistrati.

I palazzi della nuova Messina ostentarono con enfasi gigli fiorentini, stemmi medicei, marzocchi, bifore di Palazzo Pitti, leoni di San Marco, simboli araldici, balaustre ghirlandate, inferriate fiammeggianti, etc.. Gli interni, quasi sempre anticipati da ampi e fastosi androni con capiscala ferini, tutti decorati a fresco. Gli interni degli appartamenti rivestiti con carta di Francia e finissime maioliche, arredati da raffinate vetrate e da mobili d’alta ebanisteria fiorentina. Una continua allusione a modelli sociali feudalistici esibiti con caratteri di “lusso”. Un lusso esposto con teatrali scenografie che presto si trasformerà in “status simbol“.

I superstiti, videro sorgere negli stessi luoghi ove prima abitavano, dove prima del sisma c’erano le loro case e dove trascorrevano la loro vita, elegantissimi palazzetti e perniciosamente si abituarono ad ammirarli, stupefatti, con il naso in su, durante le loro passeggiate domenicali, quando, dai periferici quartieri ultrapopolari in cui erano stati relegati, scendevano per la rituale passeggiata al centro.

Così la nuova classe egemone si vestiva di un abito suggestivo funzionale al suo radicamento ai vertici della società peloritana.

Questi segni ci spiegano chiaramente come la città passò da una cultura aperta mediterranea ad una cultura chiusa e provinciale. Le allora inedite espressioni apotropaiche che oggi ammiriamo negli apparati decorativi dei palazzi del centro storico, sono il segno di una cultura fondata sulla superstizione e sulla credenza popolare tipica di talune popolazioni contadine dell’entro terra isolano.

Il lusso seduce chi vive di stenti facendogli nutrire invidiose aspettative. E’ l’uso sbagliato di materiali costosi che non migliora nessuna funzione. A cosa servono i rubinetti d’oro se da essi esce acqua inquinata? Non è meglio spendere i soldi per fare depuratori e servirsi di normali rubinetti? Dopo il 1908 a Messina i rubinetti d’oro furono i palazzetti signorili e i mancati depuratori le baracche.  

Speriamo che in futuro, il lusso non serva più a suggestionare e che non sia più oggetto d’ammirazione. Anche da questo dipende una compiuta crescita civile e culturale.

Per fortuna nel secondo dopo guerra sia aprì in città la pagina illustre della stagione razionalista. La pialla neorealista concepì involucri architettonici con superfici nette schiette, oneste, pulite, poeticamente semplici (vedi i palazzi di Piazza Castronovo).

I puristi, non tutti, hanno fatto di questa semplicità, la bellezza di una complessità risolta, e la plasticizzazione di principi e ideali egalitari. L’architettura trovò la sua bellezza nell’equilibrio di tutti i suoi elementi e nell’armonia dei suoi volumi. Giancarlo De Carlo, uno dei più grandi architetti italiani contemporanei, sosteneva che: “l’eccesso di decorazione è la lebbra dell’architettura”.

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