La forma delle idee

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La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

Edicole votive, il “miracolo” della Madonna delle lacrime di San Licandro tra razionalismo e spiritualità

C'è della logica nella mistica urbana all'angolo di via Bolivia. Tutto sull'opera di un muratore devoto o di un architetto che ci consegnano un piccolo gioiello di architettura purista

Nell’angolo in cui finiscono due stradine secondarie del quartiere di San Licandro Basso, via Perù e via Bolivia, sotto l’alto muro di contenimento della circonvallazione, quando questa attraverso la discesa di via Equador giunge in via Brasile, si trova un ossimorico atto di devozione razionalista.

Un’edicola votiva la cui architettura esprime una forte contraddizione tra forma e la funzione. Gli stilemi adottati per questo spazio urbano di culto sono, tutti, il significante del più puro materialismo. Ogni verbo di questa piccola narrazione architettonica declina un razionalismo autentico la cui radicalità stilistica crea un corto circuito tra l’estetica del relativismo e il senso della spiritualità.

Si tratta di un piccolo altarino sul quale campeggia, incassata nel muro di controripa della soprastante circonvallazione, l’icona di una Madonna delle Lacrime. La struttura devozionale è protetta da una copertura che determina una piccola loggia funzionale alla preghiera sicura dei devoti. Lo spazio descritto, addossato al muro, è aperto solo sul davanti. Ai lati è chiuso da due vetrate colorate dal disegno rigidamente geometrico. L’accesso è protetto da un parapetto e un cancello, entrambi dal singolare disegno razionalista.

Lo sfondo interno è rivestito da un pannello a mosaico dalla gradevole trama labirintica fatto di tesserine in gres ceramico di colore giallo pallido striate da segmenti azzurri, come quelle del prospetto del Jolly Hotel per intenderci. Un rivestimento parietale molto diffuso negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso.  La copertura orizzontale, poggia su quattro pilastri rastremati al piede ed è caratterizzata da una straordinaria mantovana, quasi plissettata, di notevole bellezza stilistica, la cui cifra riecheggia illustri architetture. 

Un fenomeno di origine pagana

Edicole votive, icone, altarini, impiantati su spazi pubblici popolano da sempre molti ambienti urbani delle città del Mediterraneo e del Sud Italia. Un fenomeno di origine pagana. I greci furono i primi a costruire altari votivi nelle strade delle polis per il culto degli dei. Si tratta spesso dell’occupazione spontanea di spazi pubblici a destinazione laica che vengono vocati al sacro senza nessuna predisposizione urbanistica, senza nessun progetto, quasi sempre “abusivi” rispetto a dottrine religiose e a regole di città.

Nelle strette stradine dei centri storici attirano la nostra attenzione e con la loro esuberanza chiassosa invadendo molte prospettive urbane. Si tratta di manufatti variamente articolati destinati al culto di strada che esprimono linguaggi anarcoidi, spontanei, quasi sempre in cifra outsider, fuori da ogni regola estetica, dai caratteri naif, spesso surreali.  

Sono l’espressione di istintività artistico-religiose di quartiere, di piccole comunità o di singoli individui. Si distinguono per le loro babeliche polisemie mistiche e rappresentano un bisogno sregolato dell’esercizio di una spiritualità autonoma, fuori da schemi rituali, prassi liturgiche, spazi canonici. Elementi di forte misticismo da condividere in forma rionale, spesso condominiale, che traducono la ricerca di un contatto diretto e autonomo con il trascendente, senza mediazioni sacerdotali.

Valore artistico e culturale

Il linguaggio della singolare loggia votiva posta in fondo a via Bolivia è caratterizzato da una cifra architettonica di notevole valore artistico e culturale declinato in modo sorprendente. Una semantica che è il significante di un processo intellettuale che ha caratterizzato l’avanguardia progressista e razionalista europea della prima metà del XX secolo. La mantovana di copertura a pieghe con bordi segmentati è uno stilema di una bellezza struggente che trova le sue radici nei modelli di quell’Architettura Cubista che fu l’elemento plastico che simboleggiò la rivoluzione praghese del 1916 e portò alla Repubblica Socialista Indipendente della Cecoslovacchia, anticipando e influenzando la rivoluzione russa dell’ottobre dell’anno successivo. Fu un linguaggio radicalmente nuovo che dette forma all’idea della “Quarta Dimensione” uscita fuori dalla Teoria della Relatività di Einstein. Una cifra architettonica che ha veicolato in tutta Europa una nuova concezione di società socialista del tutto laica, l’esatto contrario della spiritualità. Una forma che interpretava apologeticamente la scienza e il relativismo.

Questo lessico in Italia fu assorbito da Mario Ridolfi, uno dei più grandi architetti del razionalismo e del neo realismo italiano, che l’adottò nell’elaborazione della sua cifra stilistica dell’edilizia economica e popolare, con la quale contaminò, nel secondo dopo guerra, molte realtà urbane d’Italia. Tra queste Messina, con il capolavoro dell’Isolato 276 di via Tommaso Cannizzaro di cui abbiamo già discusso (https://www.messinatoday.it/blog/la-forma-delle-idee/isolato-276-architettura-mario-ridolfi.html). Un’opera che ha influenzato fortemente la stagione razionalista messinese. Da essa hanno preso molto elementi distintivi della città come Piazza Castronovo, il Lido di Mortelle, alcuni padiglioni della Fiera, etc., e architetti come Pantano e Rovigo. Quella mantovana fa della loggia votiva di San Licandro un’autentica opera d’arte. Richiama in modo lampante quella dell’is. 276 di Ridolfi, declinandola in modo più enfatico e creativo. L’intero manufatto presenta molte assonanze linguistiche con le maggiori opere razionaliste realizzate in riva allo Stretto, nel cui novero merita, senza dubbio, di essere inserita. Secondo l’iscrizione riportata sotto l’altare la sua realizzazione risale al 1 ottobre 1955.

Quando il materialismo contiene il divino

Probabilmente è opera di un muratore devoto specializzatosi nei cantieri del razionalismo peloritano o di un mistico architetto neorealista o sarà figlia di qualche altra storia minore che ci consegna involontariamente un piccolo cammeo di architettura purista nonostante l’anacronismo funzionale.

Essa rappresenta un significativo esempio di come le forme dell’architettura spesso vengono assorbite dal contesto culturale che le adotta e a volte perdono la struttura di senso iniziale.   Ciò accade quando l’essenza di uno stile architettonico si trasforma nell’effimero di una moda. Così questa piccola architettura, con la sua chiarezza geometrica, con il suo rigore razionale contrasta apertamente con la funzione votiva del manufatto.

Disorienta la nostra ricerca di senso ma al tempo stesso affascina. Quella forma della ragione facendosi involucro del sacro appare poetica. Assume la grazia di un commovente ossimoro in cui il relativismo ospita la spiritualità, il materialismo contiene il divino. E’ la lucida ragione che dialoga con il soprannaturale. L’idillio impensabile tra suggestione e chiarezza. Un atteggiamento che contraddice la verità lapidaria del “O si pensa o si crede” di Schopenhauer.

Questo nascosto gioiellino d’architettura, propone teneramente, la inconciliabile simbiosi di categorie radicalmente opposte come: il misticismo e il relativismo. Configura l’idea del trascendente concepita con la forma della logica. Un raro caso in cui, a dirla con Shakespeare: c’è della logica nella mistica urbana delle architetture votive.

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