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La forma delle idee

Opinioni

La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

Fenomenologia della baracca, storia di un degrado sociale e civile diventato cronico

Dal terremoto in poi, il centro storico divenne una terra di rapina, causa di quelle asimmetrie di trattamento che oggi dopo oltre un secolo costituiscono il più grave male sociale di cui la città soffre: quello di un popolo he vanta le sue sfortune per un disperato bisogno d’identità

Ci sono luoghi che condizionano la sfera emotiva e definiscono il carattere e l’identità degli uomini.

Luoghi dell’imprinting dove le emozioni che si vivono, specie durante i primi anni di vita, quando la mente è ancora una tabula rasa su cui qualunque emozione vissuta resta scolpita per sempre, modellano la personalità e gli atteggiamenti relazionali.

Queste emozioni se sono positive sviluppano caratteri equilibrati ed armonici, viceversa, se in quei luoghi si vivono malesseri e frustrazioni l’imprinting si può tradurre, inconsapevolmente, in un condizionamento disarmonico della personalità che fa assumere atteggiamenti aggressivi o provoca stati d’animo inquieti e disturbati.

I luoghi dove nasciamo e dove siamo costretti a vivere condizionano le nostre vite, soprattutto se in questi si vivono disagi fisici e condizioni alienanti.

Delinquente o sfortunato

Qualche giorno fa mi trovavo in fila dal fornaio e davanti a me vi era un uomo anziano dall’accento settentrionale che aveva l’aria di essere un turista, uno che si trovava in città per la prima volta.

Quando venne il suo turno fu platealmente scavalcato da giovane uomo spavaldo ed arrogante. Questi lo bloccò per un braccio chiedendogli con garbo a quale titolo stesse praticando quell’evidente prepotenza.

Egli rispose con intimidatoria noncuranza: “perché sono delinquente!... l’hai capito o no!?

L’uomo senza lasciare la presa obiettò che questa giustificazione era inaccettabile.

Quindi il giovane arrogante, per rafforzare la qualifica dichiarata, aggiunse con tono ancor più aggressivo e minaccioso: “Vedi chi io nascia e sugnu di baracchi” (ti informo che sono nato e vivo in un quartiere baraccato).

L’uomo capì subito ed obbiettò: “… allora non sei un delinquente, sei uno sfortunato! …quindi passa. È giusto che almeno io ti riconosca questo piccolo privilegio compensativo”.

Mancato riconoscimento di diritti 

Ecco un piccolo esempio di un imprinting negativo che può deformare la sfera relazionale.

Ovviamente questa storia non ci consente minimamente di generalizzare su tutti coloro che vivono in quei contesti, serve solo per farci comprendere quali effetti può determinare quello svantaggio sociale al quale sono stati sottoposti, da oltre un secolo, moltissimi messinesi.

Chi è costretto a vivere in quei quartieri nella maggioranza dei casi vive in maniera onesta e da probo cittadino portano con sé il fardello doloroso di un mancato riconoscimento di diritti che pesa come un macigno sulle loro vite e su quelle dei loro figli.

Quei pochi, che si comportano come quel ragazzo arrogante del panificio, parafrasando De Andrè, se non so gigli son pur sempre figli vittime di un’Apartheid che si perpetua da oltre cent’anni come una sesquipedale ingiustizia, volutamente irrisolta, utile serbatoio di clientes: la Fenomenologia della baracca.

Marcatori permanenti del degrado urbano e sociale

Le “baracche” sono l’eufemismo con il quale si appellano quei quartieri “ultra popolari”, aggregati convulsi di “casette” carenti di qualsiasi requisito tecnico, igienico, civile e morale, concepiti e realizzati a Messina dopo il 1908. Sono localizzati lontano dal perimetro urbano negli anfratti e nei diverticoli più reconditi del territorio comunale (compluvi, fiumare, strette vallate, etc..), la cui strutturazione urbana e tipologica ha emarginato gran parte dei messinesi sopravvissuti al catastrofico sisma del 1908, scatenando quel degrado civile e sociale ormai tipico e cronico di quei contesti. Contesti che attendono ancora oggi una qualificazione civile e morale prima ancora di una riqualificazione urbana ed edilizia.

Questi insediamenti sono da oltre un secolo i marcatori permanenti del degrado urbano e sociale messinese.

Generati da un colpevole piano di ricostruzione (Il Piano Borzì) sono la forma della negazione di quel diritto alla casa che doverosamente si sarebbe dovuto riconoscere a quei sopravvissuti che con il terremoto persero la loro strutturazione sociale cadendo in una condizione di indigenza.

In quell’occasione quel diritto fu cinicamente venduto sul libero mercato, in un momento in cui i legittimi destinatari non erano nelle condizioni di affrontare la pur che minima competizione economica. Avevano perduto tutto: riferimenti fisici, integrità famigliari e patrimoni. Così i sinistrati, in massa, furono costretti a rinunziare alla casa in città, e molti alla casa in generale. I pochi rimborsi statali, là dove, e quando, vennero elargiti, servirono appena per affrontare la tragica contingenza esistenziale in cui versavano.

Appare chiaro e pacifico, che chi formulò il progetto della nuova città si pose come obiettivo quello di dare redditività massima ai suoli urbani e non quello di fornire alloggi confortevoli ai superstiti e di distribuire in maniera perequata quella ricchezza potenziale tipica dei processi di resilienza collettiva che si attivano in ogni rinascita sociale dopo un disastro.

Il centro storico di Messina fu una terra di rapina causa di quelle asimmetrie di trattamento che oggi dopo oltre un secolo costituiscono il più grave male sociale di cui la città soffre, il cui effetto collaterale si traduce in un diffuso degrado urbano che rappresenta la lucida metafora di quello etico e morale, non certo imputabile a chi in quei quartieri è stato scaraventato.

La convivenza civile distorta

Quel mancato riconoscimento ha distorto la convivenza civile dei messinesi, trasformando i diritti in favori e la giustizia sociale in miracolo.

Tutto ciò ha generato la fenomenologia della baracca. Una fenomenologia contenente tutta la metafora di una città senza identità e senza memoria, che chiama messinesità, ciò che dovrebbe chiamare messineseria, amicizia ciò che dovrebbe chiamare oppressione, partecipazione ciò che dovrebbe chiamare gregariato, e in certi casi si vanta delle sue sfortune per un disperato bisogno d’identità.

I latini sostenevano che: chi vive nelle baracche come si sta nei palazzi non se lo immagina nemmeno nei sogni.

Quel piccolo episodio accaduto nel panificio ci suggerisce che a questi concittadini bisogna, il prima possibile, non solo riconoscergli il diritto alla casa, così come pregevolmente si sta tentando di fare in questi ultimi tempi, riparando ad un ritardo secolare, ma offrir loro anche un riscatto socio culturale in modo da azzerare definitivamente le asimmetrie di trattamento di cui patiscono, concedendo quelle concrete opportunità che colmino in modo strutturale ogni svantaggio e conducano ad una retrospettiva pacificazione sociale.

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