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Sabato, 22 Giugno 2024
La forma delle idee

La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

C'è un giallo al Gran Caposanto, il romanzo di Renda che diventa guida necroturistica

Il cimitero monumentale di Messina, con le sue architetture, protagonista di "Giallo Zinco". Viaggio nel cimitero tra i più artistici e monumentali d’Italia e le cappelle gentilizie metafora delle dinamiche sociali

Le architetture sono dei volumi modellati al cui interno si svolgono attività umane. Luoghi artificiali concepiti affinché al loro interno si possano svolgere confortevoli funzioni vitali per l’uomo.

Vi è un solo caso in cui questa regola viene derogata: le cappelle funerarie, architetture al cui interno non vi scorre la vita ma vi ristagna la morte.

Si tratta di vere e proprie architetture che contengono le salme di una famiglia o di un gruppo di sociale. Esse non richiedono funzioni antropologiche o spazi antropometrici, sono architetture libere senza vincoli di funzione.

I tesori del Gran Camposanto

Gli unici limiti sono quello statico e quello idraulico. Stare in piedi e smaltire l’acqua per garantire una lunga durata. Non necessitano di molte bucature che garantiscano la luce e l’aria, né di spazi ergonomici per la comodità di chi li occupa.

I loro involucri non essendo contenitori di vita sono liberi da ogni funzionalità prospettica, i loro linguaggi esprimono quasi sempre semantiche metafisiche, astratte, surreali, allusive di imperscrutabili mondi e significati, pur mantenendo spesso i canoni stilistici delle architetture dei vivi, servendosi degli stilemi del gusto corrente o di quello dei committenti loro futuri ospiti.

La loro struttura di senso sta nelle forme più o meno solenni e nella celebrazione l’esistenza trascorsa di chi vi giace. Per ciò queste architetture esprimono un valore simbolico emotivo. Un valore che serve più ai vivi che ai morti. La loro forma metaforizza le inutili ambiziose competizioni sociali dei viventi.

Celebrano la morte facendola diventare una questione paradossalmente materialista.

Tutti i Cimiteri sono affollati di queste architetture, quasi tutti hanno ampie aree riservate alle cappelle gentilizie che costituiscono delle vere e proprie piccole città ideali dove ogni architettura esprime un linguaggio compiuto e non subisce superfetazioni, stratificazioni o contaminazioni. Esse così nascono e così restano, non hanno sopravvenute esigenze esistenziali. Al massimo si espandono in ipogeo.  Sono, in piccolo, stranamente, un modello di perfezione urbana il cui edificato esprime un notevole valore artistico e monumentale.

Il Gran Camposanto metafora delle dinamiche sociali

Un illustre esempio è il Gran Camposanto di Messina, tra più artistici e monumentali d’Italia, quasi alla stregua di sepolcreti famosi come il Cimitero Monumentale di Staglieno a Genova o quello del Verano di Roma.

A Messina il cimitero realizzato nel 1872 fu riordinato dopo il terremoto del 1908 e gran parte delle sue e di gusto della nuova Messina. Nel giardino consacrato al pianto di via S. Cosimo si trova una specie di modello della città risorta dove trionfano gli stessi linguaggi architettonici. I committenti dei nuovi palazzi ordinarono agli architetti passatisti e reazionari che intervennero nella ricostruzione anche i progetti per le loro cappelle funerarie, e queste, per ovvi motivi, sono state realizzate prima e meglio dei palazzi, assumendo il ruolo di autentici prototipi del nuovo linguaggio neo-eclettico del nuovo centro storico.

Vi sono opere funerarie progettate da Giuseppe Mallandrino e da Vincenzo Vinci, due dei più illustri epigoni di Gino Coppedè, e da tanti altri architetti che realizzarono molti palazzi in città. Alcune di queste opere sono di notevole interesse artistico. In alcuni prevale la cifra coppedeana e in taluni è possibile cogliere verbi che evocano il gigantismo Giulio Ulisse Arata o l’onirismo di Gaetano Moretti.

"Giallo Zinco" dell'architetto Renda

Zinco-2Un’interessate descrizione di questo luogo e delle sue suggestive architetture la si può coglie, ben narrata, in un recente romanzo, “Giallo Zinco”, scritto da Donatella Renda. Un’opera ambientata nella città di Messina ove la storia si svolge in buona parte nel Cimitero Monumentale, le cui architetture vengono indagate in modo attento e puntuale come potrebbe fare un appassionato architetto quale è l’autrice.

Un romanzo la cui tonalità della narrazione è molto piacevole per quanto osservi molti degli schemi ortodossi della narrativa giallistica: l’introduzione dell’idea del delitto in una vita normale distante dal mondo del crimine; lo scenario di molteplici ipotesi che via via vengo eliminate fino a giungere alla verità; una vicenda esistenziale e sentimentale parallela e la descrizione suggestiva delle caratteristiche paesaggistiche e culturali del luogo ove si sviluppa la vicenda.

Quello che invece è fuori dagli schemi è l’assenza di una investigazione tecnica, di un’indagine istituzionale, e un’immagine generale molto introspettiva poiché l’io narrante coincide con i pensieri del protagonista. Un’espediente narrativo poco frequente nella letteratura gialla italiana che ricorda molto lo stravagante biologo panormita Lorenzo la Marca di Santo Piazzese nel Famoso “i delitti di via Medina Sidonia”. La Marca, come il protagonista di “Giallo Zinco”, si accorge, suo malgrado, che ciò che sembrerebbe un suicidio è di fatto un pianificato omicidio. Intestardito dai suoi dilettanteschi sospetti coinvolge un suo amico poliziotto che all’inizio resta incredulo alle sue tesi iniziali.

Un giornalista curioso a spasso per la città

In genere nella narrativa “gialla”, da Gadda con Cicco Ingravallo a Camilleri con Salvo Montalbano, passando per Scermanenco con Duca Lamberti, Macchiavelli con Sarti Antonioo con Benedetto Santovito, Manzini con Rocco Schiavone; Lucarelli con Grazia Nigro o i siciliani come Gianmauro Costa con Angela Mazzola e Cristina Casser Scalia con Vanina Guarrasi, l’indagine è sempre tecnica ed è condotta da addetti ai lavori.

Lo stesso vale per i grandi stranieri da Artur Conan Doyle con Sherlock Holmes ad Egard Wallace con J.G. Reedar, da Georges Simenon con Maigret fino Vasquez Montalban con Pepe Carvalho e Alicia Giménez Bartlett   con Pedra Delicado, tutti investigatori di professione.

Nel nostro romanzo il protagonista è un giornalista di un settimanale di inchieste e denunzie che tanto somiglia al glorioso Centonove di cui si sente l’inspiegabile mancanza.

Altra piacevole singolarità narrativa è l’abile interpretazione autentica dell’animo di un protagonista uomo da parte dell’autrice, alla quale si aggiunge un rapporto con la figura femminile, quasi coprotagonista, indagato con sorprendente consapevolezza bilaterale.

Le descrizioni del panorama dello Stretto sono molto suggestive anche se non messe puntualmente a fuoco, quasi che la scrittrice volesse consegnarci solo la loro dimensione mitologica. Rappresentazione che fa correre l’immaginazione agli scenari descritti da Stefano D’Arrigo in Horcinus Orca nell’epica lotta tra ‘Ndria Cambria e la Fera e alle atmosfere dello Scill’è Cariddi dipinte da Giuseppe Migneco.

Il racconto ha come scenario tutta la riviera nord della città, la cui descrizione fornisce l’idea di una litoranea più come doveva essere rispetto a quella che invece è: placida, vivibile, a dimensione umana.

Focus sul Cimitero

Insomma gli ingredienti del giallo italiano contemporaneo ci sono tutti: la morale, incarnata  da un  professore filosofo;  la tecnica sviluppata da un medico legale della polizia; la storia d’amore, un idillio che si rafforza nell’esperienza investigativa amatoriale condotta dai due amanti; qualche cenno alle tipicità gastronomiche; l’animalismo, con un complice il rapporto etologico tra il protagonista e i suoi animali, con i quali divide l’esistenza domestica; l’ambientalismo, con la descrizione puntala dell’ambiente naturale di Capo Peloro e la critica alla nefasta idea di realizzare il Ponte sullo Stretto.

Insomma c’è Dionisio e c’è Apollo, e ci sono anche Tanatos ed Eros.

Il romanzo più che essere un giallo è una versione singolare e agile di letteratura gotica. Molto si svolge all’interno del Gran Camposanto di Messina, con becchini, imbalsamatori di corpi, operatori di pompe funebri, etc. 

Le descrizioni minuziose, delle cappelle gentilizie con la solennità dei loro linguaggi, la narrazione del Famedio e delle sue sculture che celebrano i personaggi illustri della città, e della sua cifra neoclassica, il racconto del sempre improbabile Cenobio, costruzione suggestiva in stile neogotico, il Cimitero degli inglesi, quello a campo aperto, etc., svelano tutta la competenza architettonica ed artistica dell’autrice.

Un romanzo che diviene una sorta di empatica guida necroturistica del Cimitero Monumentale di Messina. Esso più che essere un giallo è un noir con sfumature gotiche ambientato in un archetipo della bellezza paesaggistica siciliana: lo Stretto di Messina, luogo del mito per eccellenza.

La giustizia e la pietas

Altra notevole singolarità narrativa, che discosta di molto questo romanzo dai suoi innumerevoli similari, è la morale: la verità emerge ma non viene giudicata.

La Giustizia degli uomini non si compie perché sopraggiunge la pietas.

A volte vi sono delitti istigati da casuali macchinazioni del destino o da ingiustizie pregresse per i quali il doveroso castigo sta nel tormento del reo, anch’egli vittima di una tragedia più grande di lui. La pena è quel tormento enorme che nulla e niente può placare.

Diversamente dalle altre opere letterarie dii questo genere non si afferma il “Dura lex, sed lex”, basta l’atrocità del destino, la Legge, in questo caso, è inutile.

La giustizia degli uomini per una volta non si compie poiché ritenuta un ulteriore peso ad un tragico epilogo esistenziale dove il buon senso suggerisce che è giusto che la questione finisca lì.

La tragedia non prevede giustizia. È tragica è basta! Colpisce uniformemente vittime e carnefici e non c’è da aggiungere altro.

La metafora di questo racconto ci spiega che l’affermazione della giustizia degli uomini non ha senso quando quella del destino si è già abbattuta implacabile sulle vite dei protagonisti e dei colpevoli. Ci ricorda che ci sono condizioni in cui l’etica giuridica è troppo banale davanti ai tragici e insolubili tormenti degli uomini colpiti dal dramma.

In certi frangenti il trionfo della Giustizia non deve necessariamente coincide il trionfo della Legge. La grande saggezza di uno dei personaggi del romanzo consiglia, a colui ha raggiunto la verità e manifesta intenzioni di denuncia, con lapidario e amaro dolore: “lassa stari!”

Non sempre la Legge compie giustizia, a volte aggrava inutilmente la tragedia.

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