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Martedì, 18 Giugno 2024
La forma delle idee

La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

La lingua siciliana senza tempo futuro, viaggio nel dialetto di un popolo a cui è negato anche il domani

Millenni di "gregariato" hanno fatto perdere nell'isola anche la possibilità di pensare comunicare l’idea del domani. Questo limite semantico è il senso più tragico della metafora siciliana di cui parava Leonardo Sciascia. Ecco perchè

I siciliani imparano la lingua italiana sui banchi di scuola, essa nella maggioranza delle famiglie isolane è la seconda lingua, la lingua di rappresentanza, poiché nell’intimità domestica parlano la lingua siciliana.

A scuola imparano che nella lingua italiana per descrivere o indicare un’azione si fa uso dei verbi. I verbi sono delle parole a cui si attribuisce un significato specifico, il significato dell’azione. Queste parole sono composte da due parti: la radice e la desinenza. In astratto (all’infinito) rappresentano un’azione.

Applicando a queste parole un complesso sistema di regole un siciliano può comunicare esattamente il verificarsi di un’azione, specificando chi la compie, come la compie e quando la compie. Per indicare il soggetto che agisce si può avvalere dei pronomi (io, tu, voi, essi, etc.), per indicare il modo con il quale viene eseguita l’azione userà i modi (indicativo, condizionale, congiuntivo, imperativo, gerundio, etc.), per indicare quando l’azione è stata compiuta userà i tempi (presente, passato e futuro). I tempi indicano la posizione temporale in cui l’azione si compie.

Se deve narrare un fatto già accaduto userà il tempo passato (prossimo, remoto, trapassato remoto). Se deve descrivere un’azione in corso userà il presente. Se invece deve rappresentare un intento, un’azione che si compirà, un programma di azioni, userà il futuro (semplice o anteriore).

Il tempo futuro è il tempo con il quale egli può pensare oltre l’immediato. E’ il tempo con il quale il quale può comunicare o esprimere intenti, con il quale può progettare.

Dunque se costui progetta di andare a Milano, per comunicare questa sua decisione, questa intenzione, in lingua italiana dirà: “io andrò a Milano”. Usando il verbo andare coniugato al futuro semplice, andrò.

Se lo stesso intento lo volesse esprimere in lingua siciliana, non può che dire: “iu vaiu a Milano” perché in lingua siciliana il verbo andare è coniugato al presente, come quando dice: “ora vaiu a Milano”. Così drammaticamente si accorge, che la sua vera lingua non coniuga il futuro.

La lingua siciliana non consente a chi la usa di comunicare l’idea del domani, di comunicare un progetto.

La lingua nella quale la maggioranza dei siciliani, non solo parla, ma soprattutto pensa, non coniuga il futuro. Quella lingua che spesso da alcuni di noi viene faticosamente italianizzata.

Pensano in siciliano non solo quei siciliani culturalmente poco attrezzati ma spesso anche i siciliani che parlano un italiano forbito, coloro che scrivono in italiano, coloro che con la lingua italiana trasmettono idee e pensieri. Anche questi pensano in siciliano, in lingua siciliana. Cioè pensano in una lingua con la quale è impossibile rappresentare l’avvenire.

Dunque i siciliani pensano in una lingua che non permette di comunicare l’idea del divenire, con la quale non si può esprimere una volontà.

Un popolo la cui lingua non coniuga il futuro è un popolo che non è abituato a pensare, a progettare, quindi non è abituato ad agire autonomamente. Questo limite semantico è il senso più tragico della metafora siciliana di cui parava Leonardo Sciascia.

Ignazio Buttitta diceva: “Un populu diventa poveru e servu quando ci arrubanu a lingua, è persu pi sempri”.

Quale futuro può avere un popolo la cui lingua non coniuga il futuro?

I siciliani sono stati da sempre un popolo dominato da autorità apparentemente esogene, poiché il vero potere sui siciliani è stato sempre esercitato dall’aristocrazia, dai gattopardi che l’ho ha ufficialmente devoluto alla corona di turno, mantenendo per sé, nell’ombra, il vero potere e i privilegi, facendo solo i propri interessi, senza doversi assumere mai la responsabilità delle scelte. Persino lo Statuto Autonomista non ha cambiato mai le cose.

Tutto ciò è stato possibile grazie a millenni di esercizio di gregariato in cui il popolo siciliano è stato costretto. Un giogo sociale che gli ha fatto perdere persino l’uso di coniugare il futuro, rendendolo sempre fedele a chi comanda e dispone della sua volontà.

Forse per questo i siciliani non hanno nessuno spirito di cooperazione, sono un popolo disgregato, soggiogato da un feudalesimo mai finito. Oppresso per secoli dalla baronia e dal suo Mero et misto Imperio. Ogni siciliano, da sempre, è costretto a vivere la propria esistenza in una condizione di estrema solitudine sociale che gli fa perdere ogni reattività civile. Giuliana Saladino diceva che: “Nella solitudine siciliana ciascuno giuoca la sua partita contro il resto del mondo. Questa categoria di pensiero e il miglior guardiano di qualsiasi ribellione o riscatto civile.

Non è raro, dalle nostre parti sentire esclamare: Cu mi duna a mangiari u chiamu papà”. Solo un popolo prostrato può assumere nelle sue tradizioni un moto di dire così servile con il quale manifesta la sua assoluta disponibilità a barattare i sentimenti più profondi e gli ideali più alti per un tozzo di pane.

Come può essere libero chi non ha l’idea del domani? chi non dispone di un progetto, di una volontà? Come può essere libero chi demanda da sempre ad altri il proprio futuro? Come può essere libero colui che non è fabbro del proprio destino? Sempre il poeta Buttitta: “Cu cammina calatu torce la schiena s’ è un popolu torci a storia”.

A causa di questa distorsione i siciliani da sempre sono stati, e lo sono ancora, inquilini della propria storia. Affittuari in casa propria.

Diventeranno padroni solo quando riusciranno, liberamente a progettare la ricostruzione della propria residenza, dove vivere civilmente e democraticamente, coniugando, il futuro.

Certo questa libertà sperata non gliela darà l’Autonomia Differenziata che si sta prospettando ope legis, la quale inasprirà le differenze e le arretratezze peggio dello Statuto Speciale. Un ulteriore regalo ai gattopardi di sempre che rischia di censurare per sempre ogni idea di futuro.

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La lingua siciliana senza tempo futuro, viaggio nel dialetto di un popolo a cui è negato anche il domani

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