La forma delle idee

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A cura di Carmelo Celona

L’oblio di “Blu”, il dipinto murale della ex Casa del Portuale cancellato dall’indifferenza

Il murales impercepibile, imbrattato, sovrascritto. Senza che nessuno sia intervenuto in sua protezione. Ecco come si è perduta una delle opere più significative della Street Art italiana

Ormai il dipinto di Blu, uno dei più grandi Street Artist del mondo, realizzato sul prospetto della Casa del Portuale di via Alessio Valore è finito definitivamente nell’oblio.

Totalmente impercepibile, imbrattato, sovrascritto. Senza che nessuno sia intervenuto in sua protezione.

Si è perduta una delle opere più significative della Street Art italiana. Una delle poche espressioni artistiche di senso e di denuncia nell’attuare scenario storico che sta consegnando una tradizione culturale ed artistica alla più irreattiva e afasia postmodernità.

Come mai tutta questa indifferenza verso un’opera di così alto valore artistico e culturale?

Forse era troppo scomoda.

Forse perchè “Blu” era andato oltre. Oltre i nostri limiti invalicabili, oltre le nostre possibilità di volerlo capire e soprattutto oltre le nostre possibilità di difenderlo.

Il suo messaggio di liberazione, la sua spinta alla rivolta, la sua esortazione a farci pesce spada ed infilzare lo stagnante status quo è stato troppo per i messinesi, anche per i messinesi rivoluzionari che non hanno avuto la forza e la capacità di spiegare quella lucida iconologia e usarne la sua metafora.

Quando ancora il dipinto era visibile un suo apologeta, durante un intervento pubblico, ebbe a dire: “Il dipinto di Blu è molto esplicito, forse troppo esplicito”.

Si, Blu è stato troppo esplicito con i messinesi, li ha spiazzati tutti. Perché realizzata l’opera non c’era più niente da spiegare, da illustrare, da analizzare, da capire. Quel dipinto impegnava a fare.

Ed ecco che si ripete con “Blu” quello che avvenne con Cammarata: la Cancellazione.

Del cementiere ribelle si è aspettata la morte per seppellire la sua “Casa delle Meraviglie”, Dunque sono iniziate le celebrazioni di rimpianto che celebravano ormai qualcosa che non ha più la stessa portata emotiva di prima, i pochi resti non bastano a percepire la struggente poetica eversiva del “puparo” e l’icasticità della sua forte denuncia sociale.

La città non ha spazio per taluni termini di ribellione, nemmeno e soprattutto, negli ambienti “rivoluzionari”. Lo abbiamo visto chiaramente nel recente passato.

Si preferisce chiedere di salvaguardare i dipinti degli “stentarelli di Blu”, di artisti minori,  di imbarazzanti epigoni, di gente che viene infatuata da critici locali che non avendo la statura di Sgarbi o di Zeri con ieratiche favelle sofistiche celebrano il nulla pur di essere critici di qualcosa.

Adesso ci si sbraccia, giustamente, per proteggere alcuni interessanti murales di via Maregrosso ma nessuno denuncia la perdita di un’opera d’arte che è stata, nella sua breve vita, tra le più significative che negli ultimi 50 anni è apparsa in riva allo Stretto.

Il dipinto di Blu si poteva salvare se solo lo si fosse difeso dal punto di vista ideale e politico, ma questo non è stato fatto.

L’incendio di qualche anno fa non l’ha rovinato, ha semplicemente cremato il suo cadavere. A cancellarlo è stato tutto ciò che si è dipinto attorno, che risulta di una espressività banale,in alcuni casi sconcertante.

Quel dipinto, che riesce a sintetizzare nella forma più diretta e più icastica la condizione sociale di una comunità ridotta ad un gregariato mortificante verso taluni sistemi di potere che gestiscono con categorie feudali le sorti della città, determinando perpetue condizioni di bisogno che trasformano i diritti in favori e i favori  in miracoli, non muore per mano dei destinatari della sua denuncia, bensì per mano di chi quella denuncia avrebbe dovuto intestarsela invece di contaminarla fino a renderla prima d’efficacia e indistinguibile, per poi consegnarla definitivamente all’oblio.

Blu fu troppo esplicito, non servivano altre parole, serviva solo l’azione. Ma in questa terra se parli e basta puoi stare tranquillo, è quando agisci che sei in pericolo. Così tutti sono stati a solo parlare finché il dipinto non è svanito.

Nessuno ha colto ed elaborato l’esortante metafora del pescespada. Nessuno ha declinato, seppur con altra cifra, la lucida denuncia delle condizioni civili e delle dinamiche sociali rappresentate da “Blu”. Il dipinto di “Blu” non ha prodotto un processo culturale di rivolta, non ha scosso le coscienze.

Invece di essere un elemento dirompente in quel contesto urbano così perniciosamente degradato è stato circondato da altri nuovi murales, che lo hanno avvolto di banalità, sopendo la sua spinta emotiva e  rafforzando il degrado. Con la loro sconcertante insensatezza lo hanno risucchiato nello stesso oblio cui loro sono destinate.

La cancellazione di del “Dipinto di Blu”, forse è espressione di una collettività che non vuol vedere la sua immagine disperata di popolo vinto, e dunque preferisce cancellarla. Forse è il significante di un istinto comune che sceglie di restare genuflesso e non vuole essere istigato ad uscire dalla Caverna.

“Cu camina calatu torci a schina, s'è un populu torci a storia.” diceva Ignazio Buttita.

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