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La forma delle idee

Opinioni

La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

Il significato della palma in Sicilia, uso e "abuso" della pianta emblema di potenza ed eleganza

Hanno caratterizzato per secoli le dimore dei baroni e le si può ammirare solenni davanti ai prospetti di pregevoli architetture. Oggi, una moda progettuale senza alcuna struttura di senso, l'ha svuotata di valore simbolico caricandola di un preoccupante senso metaforico. Ecco perchè

Gli attenti osservatori, non necessariamente architetti o addetti ai lavori, sanno che non vi è villa gentilizia senza palme che anticipino i loro prospetti o che affianchino maestose i viali d’ingresso.

Le palme abbelliscono tutto il vasto patrimonio delle ville padronali siciliane. Oggi le possiamo ammirare svettanti davanti alle ville settecentesche di gusto rinascimentale o barocco, o godere, leziose, nella recente generazione di ville novecentesche, quelle che ostentano la grazia della cifra Floreale o Liberty.

Sono il simbolo dei luoghi nobili, quelli dove ha vissuto il vero potere isolano.

Le palme hanno caratterizzato per secoli le dimore dei baroni che hanno dominato la Sicilia come emblema della loro potenza e del loro dominio.

Le si può ammirare solenni davanti ai prospetti principali di pregevoli architetture, come villa Palagonia, Villa Cattolica, villa Valguarnera, etc..

Sono un riferimento simbolico al potere del proprietario, alla sua posizione sociale. Sono il significante dell’aristocrazia.

Questo vezzo si spiega attraverso una secolarizzazione del valore culturale della palma in tutta la cultura mediterranea che diventa simbolico specie in Sicilia.

La palma da sempre è stata un elemento polisemico, classico simbolo di fertilità, di longevità e vittoria. L’aggettivo palmario equivale a glorioso e la gloria, soprattutto di uno sportivo, si sintetizza nel suo Palmares, la raccolta delle sue vittorie.

I popoli dell'Asia Minore usavano le foglie di palma da dattero per rituali funebri come nell’occidente usavano la corona.

Per gli egizi era l’albero della vita. Per il cristianesimo rappresenta la pace.

Nel Corano si legge “Dio fece la palma con il meglio dell’argilla rimasta dalla costruzione di Adamo e la destinò a compagnia di quel primo uomo nel Paradiso…. Il quale sotto di essa, alle limpide acque del vivo ruscello potrà carezzare le vergini dagli occhi casti e neri, che non furono, da uomo o genio giammai toccate”.

Persino la psicanalisi ritiene che la palma sia un archetipo che simboleggia l’inconscio rappresentando la nostra coscienza che sta all’ombra della palma, un’ombra non del tutto piena che fa intravedere ciò che sta nel profondo dell’animo.

Coloro che diffusero il palmizio in Sicilia come elemento prettamente simbolico più che come vegetale indispensabile furono gli arabi.

La palma comparse per prima nei giardini di piacere degli Harem e sempre più caratterizzò i luoghi delle delizie dei musulmani che conquistarono l’isola.

L’arte di coltivare la palma e la conoscenza che la mantiene rigogliosa è tutta araba. Come era arabo il gusto di abbellire le architetture di pregio.

Si diffuse prima nella capitale poi nelle altre grandi città. L’abitudine della palma gentilizia fu ereditata dai Normanni che ne fecero un elemento preminente nei loro sollazzi. Il vegetale caratterizzava la magnificenza dei loro Castelli e Palazzi reali.

Il poeta arabo Abd-al-Rahman-Ibn-al-Abbas così descrive la Favara detto anche Castello di Maredolce : “ Vista soave e spettacolo mirabile. Le tue acque si diramano in nove superbi ramificati rivi, dove i tuoi laghi si incontrano, o splendido luogo dalle due palme, o regale castello che il luogo circonda. E quelle due palme sono quasi due amanti che per porsi al riparo dai nemici si siano eletto là un robusto castello”.

Questi versi fanno intuire come il mondo arabo concepisse la palma come un complemento primario dell’architettura.

Le palme erano sempre due.  La loro leggiadra sommità danzante segnalava a distanza la presenza di dimore lussuose, di ville, palazzi fastosi. Erano un efficace marcatore del paesaggio.

Questa consuetudine fu assorbita tout court dal feudalesimo imposto con la latinizzazione dell’isola. Le due palme davanti alla dimora divennero presto simbolo del potere baronale segnalando tutte quelle architetture che erano il centro di comando dei nuovi vasti latifondi.

L’eleganza e il portato simbolico della palma condizionarono il gusto dei siciliani divenendo significante indiscusso di bellezza:

Picciotta bedda cu la trizza biunna,

Auta e pumpusa comu bedda parma,

Siti galanti comu ‘na palumma,

E quannu chi vi vju mi mori l’arma;

e di potere: alta, svettante con forma che non ha limiti e cresce sempre più in alto fino a voler toccare il cielo.

Secondo Salvatore Cusa, un letterato panormita che nel XIX secolo scrisse “La palma nella poesia, nella scienza e nella storia siciliana”, la palma è la perfezione vegetale per eccellenza: “Ella è fra le piante ciò che è il cerchio tra le figure, la figura perfetta. Il più perfetto degli esseri, che più si accostano a quei, che oltre alla vita, sono d’anima dotati”.

Il perché della consuetudine del numero di due palme davanti alle ville gentilizie si spiega con il principio botanico secondo il quale essa vegeta se vive in coppia, maschio e femmina.

Principio metaforizzato romanticamente dallo stesso Cusa con la seguente descrizione: “Fresca e rigogliosa vegeta se il compagno le è vicino; un’arcana forza allora li attrae e metteli in comunicazione. Che se l’oggetto amato ne tieni discosto, quella si fa languida e triste, i suoi fiori restan pallidi e smorti, sicchè i suoi gemiti giungono a scuoter le fibre del maschio; il quale, non potendo da presso, fisso com’è ed immobile al suolo, raccomanda ai venti, perché portino a lei il suo bacio d’amore”.

Oggi la palma ha assunto un ruolo preminente nel paesaggio urbano imperando nei viali cittadini, nei lungo mare e nei punti panoramici delle città, come un epidemico anacronismo retaggio di quel patetico colonialismo italiano iniziato in Africa sul finire del ‘800 e conclusosi tragicamente con la seconda guerra mondiale.

Svetta in luoghi urbani dove non c’è mai stata, dove spesso non serve e dove non significa più alcuna nobilitate.

Questo abuso esotico, in molti casi poco funzionale, dal significante coloniale è favorito dal facile adattamento millenario alle nostre latitudini. Una moda progettuale senza alcuna struttura di senso che svuota il valore simbolico della palma caricandolo, però, di un preoccupante senso metaforico: l’avanzare della Linea della Palma. Una colonizzazione di malcostumi nostrani, per usare un eufemismo, esportati ormai da tempo sempre più ovunque, divenuti caratteristiche peculiari di governi e governanti e cifra distintiva di quella classe dirigente che pilota questo paese.

Questa epidemia di palme messe ovunque dà forma alla lucida e profetica metafora che Leonardo Sciascia fece esprimere ad uno dei personaggi nel “Il Giorno della Civetta”, la prima opera letteraria che illustrò con chiarezza estrema il fenomeno mafioso.  Il modenese capitano di polizia Bellodi, primo eroe antimafia della letteratura italiana, così si esprimeva: “Forse tutta l'Italia sta diventando Sicilia... A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno... La linea della palma... Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato... E sale come l'ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l'Italia, ed è già oltre Roma”.

Ad ulteriore chiarimento Sciascia soleva dire: “Anche la linea della mafia sale e si dirige verso l'Italia del nord. Tra un po' di anni la vedremo trionfare in posti che oggi sembrano al riparo da qualsiasi rischio. E anche al nord la mafia avrà gli stessi connotati che oggi ha in Sicilia. Qui da noi il mafioso si è mimetizzato dentro i gangli del potere. Una volta in Sicilia c'erano due Stati, adesso non ci sono più. Quello della mafia è entrato dentro l'altro. Un sistema dentro il sistema”.

Dal tempo di Sciascia la linea della Palma è avanzata inesorabile, forse peggio di come lui aveva previsto, ormai ha attecchito anche dove non avrebbe potuto e dovuto, e tutto è diventato Sicilia. La parte negativa della Sicilia, quella buona registra perdite continue e presto scomparirà.

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