La forma delle idee

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La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

Camaro e Bisconte ridisegnati dal grande Ridolfi, così Messina ha perso una occasione unica

All'architetto romano fu conferito dall'Iacp l'incarico di progettare il risanamento dei quartieri ultrapopolari realizzati dopo il 1908. Ecco cosa aveva previsto dalla dotazione di verde, agli asili nido, dagli impianti sportivi ai parchi e mercati. Un libro dei sogni rimasto tale. Perché è mancato “il dovere e la gioia di operare al servizio dei cittadini”

“Lo scopo principale del nostro lavoro è dare a voi amministratori il disegno di una moderna costruzione urbana dove le funzioni di vita possono svolgersi nel migliore dei modi. A voi il dovere e la gioia di operare al servizio dei cittadini. Le leggi esistono e gli strumenti per realizzare la vostra opera sono a vostra disposizione, tuttavia non è con le leggi che si fanno gli uomini, ma con la coscienza del vivere civile. Poco valore hanno le leggi scritte se quelle non scritte non sono in fondo al nostro cuore ed in buona posizione nei nostri cervelli”.

Queste sono le parole che Mario Ridolfi rivolge ai politici ternani consegnando loro il Piano Regolatore Generale da lui redatto. Era il 1960.

Uno strumento urbanistico che cambiò il volto della città umbra. Una pianificazione tra le più efficaci d’Italia che riuscirà a legare la città industriale delle acciaierie e dell’inurbazione selvaggia con l’antico tessuto urbano che intanto aveva perduto la sua fisionomia travolto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Un P.R.G. paradigma di nuova concezione che influenzerà tutta l’urbanistica italiana degli anni successivi con l’articolazione di nuovi spazi e nuove forme urbane che dettero vita ad una nuova forma, proiettando la comunità ternana dalla tragedia bellica in un futuro fatto di spazi sereni e di atmosfere armoniche.

Grazie all’urbanistica di Ridolfi Terni divenne città neorealista per antonomasia.

Mario Ridolfi fu uno dei più grandi architetti italiani del ‘900 appartenente a quella schiera di architetti ideologicamente impegnati che dettero forma alla rinascita umanistica dell’Italia del secondo dopo guerra.

Albini, Gardella, Astengo, Quaroni, Valori, Aymonino, Figini e Pollini, Ridolfi, con il loro impegno ideologico, riuscirono a semplificare la loro cifra colta producendo nuove forme che esaltarono la realtà popolare italiana. Furono gli interpreti della versione architettonica del neorealismo italiano, gli autori di un’autentica architettura ideologica che plasticizzò quella visione culturale di marca socialista venuta fuori dalla Resistenza.

 A Ridolfi si deve gran parte della fisionomia dei quartieri popolari italiani realizzati grazie al “Piano d’intervento per la realizzazione di Edilizia Pubblica su tutto il territorio italiano” previsto dalla Legge n° 43 del 28 febbraio 1949, meglio conosciuto come “Piano Fanfani”. Le sue architetture, i suoi stilemi, le sue tipologie edilizie sono l’espressione più ricorrente della edilizia economica e popolare italiana che fu motore della sperata rinascita civile.  La sua architettura, salvo rari casi, si declina nella concezione di nuovi aggregati urbani. Attraverso le sue architetture Ridolfi concepisce un nuovo modo di fare urbanistica giungendo fino al dettaglio architettonico, dando una grande impronta allo sviluppo moderno delle città italiane.

Magistrali esempi della sua opera sono i quartieri popolari dell’INA Casa, realizzati a Tiburtino di Roma, a Terni, a Cerignola, a Napoli e a Treviso: autentici paradigmi dell’urbanistica neorealista italiana.

In questi giorni su segnalazione del dotto amico Simone Barbaro, mi sono imbattuto negli archivi dell'Accademia Nazionale di San Luca, ove nel fondo Ridolfi-Frankl-Malagricci giace il:

“Piano urbanistico e progetto edilizio per il risanamento dei rioni di Messina Camaro San Paolo, Camaro San Luigi, Casalotto Rurale (ex fondo Vadalà) e Bisconti”, redatto da Mario Ridolfi e Volfango Frankl.

Si tratta di un dettagliato progetto di risanamento di due dei più critici quartieri ultrapopolari messinesi.

Frankl fu un architetto tedesco, fuggito dalla Germania nazista e radicatosi nell’Italia partigiana, tra i più proficui collaboratori di Ridolfi. Progettò con l’architetto romano le famose Tipologie a Torre dei quartieri INA Casa di Napoli e Roma e condivise le realizzazioni urbanistiche della città di Terni e del quartiere INA Casa di Treviso.

Il 9 luglio 1962 lo I.C.A.P. di Messina conferisce a Mario Ridolfi l’incarico di progettare il risanamento dei quartieri ultrapopolari realizzati dopo il 1908 nell’area di Camaro e Bisconte.

Nel gennaio dell’anno successivo i due professionisti producono alla committenza un primo progetto di massima, ed ottenuta, un mese dopo, l’approvazione della committenza procedono con la progettazione che si concluderà con la consegna del progetto definitivo allo IACP nel luglio del 1963 e l’invio dei calcoli al Genio Civile nell’ottobre successivo.

Si noti che l’incarico è successivo all’entrata in vigore della Legge 167 del 18 aprile 1962. La nuova legge istituiva i Piani di Zona di Edilizia Economica e Popolare ed imponeva ai comuni di progettare case popolari in ragione del 40% (minimo) e fino al 70% dell’intero fabbisogno residenziale.

Il progetto Piano di Ridolfi, per il risanamento dei quartieri messinesi si rivela una delle prime autentiche attuazioni della Legge 167, che prevedeva la dotazione di verde, scuole, impianti sportivi, parchi, mercati, parrocchie e chiese nei quartieri popolari.

Cosa prevedeva il Piano di Risanamento di Ridolfi

Il progetto prevedeva la realizzazione di tre aree residenziali immerse nel verde, che formavano tre quartieri ognuno dotato di asilo nido, scuola elementare, piazza, botteghe, mercato, chiesa, parrocchia e campetti sportivi.

- il primo riguardava l’area dell’attuale quartiere ultrapopolare di Bisconte per una superficie di 88.624 mq nella quale era previsto che sorgessero 36 edifici a 5 piani destinati a residenze popolari, per un totale di 720 unità immobiliari, comprese le botteghe e per un totale di 3.776 vani abitabili.

Il quartiere presentava una articolazione urbana che superava l’attuale emarginazione dell’area prevedendo la realizzazione di molti ponti e la copertura di ampi tratti del torrente. Il quartiere si espandeva anche al di là della fiumara nell’area a destra dell’attuale via Polveriera.

- Il secondo riguardava le attuali aree degradate di Camaro S. Luigi e Fondo Vadalà, per una superficie di 57.392 mq nella quale era previsto che sorgessero 26 edifici a 5 piani destinati a residenze popolari, per un totale di 520 unità immobiliari, comprese le botteghe e per un totale di 2.753 vani abitabili.

- Il terzo riguardava l’area baraccata di Camaro S. Paolo per una superficie di 21.685 mq nella quale era previsto che sorgessero 4 edifici a 5 piani destinati a residenze economiche per il ceto medio, per un totale di 80 unità immobiliari, per un totale di 829 vani abitabili.

Tutto per un totale di 1.220 alloggi e 7.358 vani abitabili, nei quali verosimilmente si sarebbero potuti insediare 7.500 abitanti, considerato che il taglio minimo degli appartamenti era superiore a 80 mq.

Si consideri che nel 1960 sono stati censiti sul territorio comunale 7.000 baracche o alloggi impropri e 30.000 persone che vivevano in questi tuguri.

Il progetto dunque avrebbe risolto quasi il 25% (1/4) dell’urgente fabbisogno e la città avrebbe potuto vantare uno degli esempi più dotti dell’urbanistica e dell’architettura neorealista.

Nel novembre 1963 Volfango Frankl usa gli elaborati redatti nello studio preliminare del rione Camaro come tesi per la sua laurea italiana conseguita a Venezia. Il relatore fu Franco Albini, il maestro di Renzo Piano.

L’ennesima grande occasione perduta

Questa storia è la scoperta dell’ennesima grande occasione perduta, a discapito dei cittadini più svantaggiati. Non si può evitare di pensare che al posto dell’irrisolto e impresentabile degrado dei quartieri di Camaro e Bisconte, oggi ci sarebbe stato uno dei quartieri di Edilizia Economica e Popolare progettato da uno dei più grandi architetti italiani del XX secolo, il maggiore tra i neorealisti, la firma più prestigiosa del Piano Fanfani. Colui che ha segnato il linguaggio dell’architettura delle classi lavoratrici dell’Italia del secondo dopo guerra, contribuendo alla rinascita fisica e morale di una nazione ridotta a brandelli dopo il 1943.

Osservando il progetto di Ridolfi e Frankl per Camaro-Bisconte tornano alla mente quei quartieri neorealisti, realizzati in molte parti d’Italia, dalle atmosfere armoniche che con le loro forme schiette propongono la bellezza della semplicità e con la purezza della loro espressività veicolano l’idea dell’onestà e della giustizia.

Un’urbanistica che ha dato forma ad una nuova idea di socialità condivisa, di pace sociale che sarebbe stata per Messina di alto valore pedagogico.

Oggi a Bisconte, come a Camaro, vige invece un opprimente e secolare degrado fisico e civile che trasuda ingiustizia da ogni anfratto.

Chi nasce e vive in questi quartieri patisce secolari asimmetrie di trattamento sociale.

Bisconte è quello che, tra i 16 villaggi ultrapopolari realizzati dopo il terremoto del 1908 per alloggiare momentaneamente il sottoproletariato emerso dalle macerie della gestione cinica del dopo terremoto, esprime di più i termini di una tragica emarginazione civile.

Il villaggio realizzato nel 1937, costituito in origine da 289 alloggi, occupa un diverticolo del territorio messinese, chiuso tra il torrente Cataratti e l’alto promontorio dove sorge Castel Gonzaga. Un luogo isolato, raggiungibile solo attraverso un ponticello, dove vivono migliaia di cittadini in una promiscuità incivile dalla quale è difficile riscattarsi.

In quel caos confinato di casette, alcune ad un solo vano pluriuso, successivamente superfetate perché insufficienti e incompatibili con le necessità antropiche, la giustizia sociale ancora tarda ad arrivare e l’onestà fatica tra stenti e degrado questuando diritti ad impietosi amministratori che hanno costruito sulla carne viva di indeboliti cittadini imperi elettorali istituendo la kafkiana “fenomenologia della baracca”.

A Bisconte, qualche anno fa, ho conosciuto bimbi che non avevano mai visto il mare.

Costretti a vivere in tuguri insalubri e a giocare lungo strade sporche e polverose dove l’assenza di presidi sociali, ancor oggi, li rende preda di ogni devianza.

Non avevano mai visto il mare perché era difficile varcare da soli quell’unico ponticello che li avrebbe condotti alla “città civile” dove ci sono spazi di svago e di diritto ai quali, da oltre un secolo, loro non sono ammessi.  E i genitori e politici avevano “ben altro a cui pensare”.

Questi ultimi intenti ad eludere le leggi scritte perché nei loro cuori non hanno le leggi morali a cui faceva riferimento Mario Ridolfi nel consegnare nelle loro mani il destino dei suoi progetti per una società civile.

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