La forma delle idee

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La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

Il Sacrario di Cristo Re come Palazzo Zanca, figlio di professionisti allineati e “copioni”

Il progetto affidato a Giovanni Battista Milani insensibile al valore del luogo e alla bellezza singolare del paesaggio che ripropose un simbolo altrui, teso a sottolineare il banale nesso tra Torino e Messina: Filippo Juvarra

Il Sacrario di Cristo Re, ha uno stretto legame con Palazzo Zanca-

Erano quattro i membri della Commissione del Concorso Nazionale per la ricostruzione del Palazzo Municipale della città di Messina bandito nel 1910, che assegnarono la vittoria al monumentale progetto  di Gugliemo Calderini denominato ossimoricamente “Semplicità”: Pio Piacentini, padre del più celebre Marcello; Anselmo Ciappi, ingegnere, deputato, docente universitario, padre della legge che nel 1922 istituì gli ordini degli architetti e ingegneri; Crescentino Caselli, accademico, allievo di Alessandro Antonelli e Giovanni Battista Milani.

Quest’ultimo, personalità decisamente allineata al dettato dell’Accademia di Brera e del suo direttore Camillo Boito. Figura minore nel panorama degli architetti del tempo, fu docente presso la Regia Scuola di ingegneria e la Scuola di architettura di Roma. Fu accademico di San Luca, insegnò all'Accademia Raffaello di Urbino e in quella delle Belle Arti di Perugia. Fu anche membro del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

Il sacrario di Cristo Re e l'architetto “citazionista”

Apparteneva a quella schiera di architetti che avevano il compito di diffondere lo stile architettonico del nuovo Stato Unitario. A loro venivano affidate le progettazioni degli edifici pubblici e di rappresentanza con il mandato di omologare i vari regionalismi attraverso linguaggi manieristi che offrivano la suggestione di radici storiche unitarie mai esistite. Il loro verbo, prevalentemente neo-classico, suggestionava per il fasto degli stilemi e forniva l’idea di passati blasoni comuni. Un’architettura prevalentemente solenne ma misurata, senza slanci innovativi, tranne in rari casi.

Nasce nella capitale nel 1876 e ivi muore nel 1940. Nella Roma di Nathan costruisce scuole e dimore per la comunità ebraica, chiese e conventi per i frati cappuccini e case economiche per il Comune. Le sue opere più significative nella città eterna sono: Villino Nicolini, Villino Campos, Villa Coen, l’Edificio della Facoltà di Ingegneria dell’Università la Sapienza. Fuori dalla capitale, su mandato governativo, realizza la Banca d’Italia di Cosenza, l’Ospedale Psichiatrico di Rieti e il Sacrario di Cristo Re a Messina.

Autore di manuali di architettura classica il suo stile fu misuratamente citazionista. Le uniche opere che si allontanarono della regola boitiana furono: il Lido di Ostia e la Stazione di Margellina, architetture in cui riprese l’estro di Guglielmo Calderini, di cui fu allievo e con il quale collaborò alla realizzazione del Palazzo di Giustizia di Roma (il palazzaccio), occupandosi degli arredi.

In riva allo Stretto, dopo la rocambolesca e oscura vicenda del Concorso per il Palazzo Municipale, gli viene affidato il progetto di un monumento da ergersi in uno dei luoghi più significativi ed identitari della città: il Colle della Rocca Guelfonia, rimasto fuori dal perimetro della città tracciato dal Piano Borzì con la sua strada di circonvallazione.

Su quella che fu l’acropoli dell’antica Zancle sorgevano le vestigia di un’antica fortificazione normanna e di una piazza forte medievale e prima ancora araba. Un luogo dove ogni dominatore ha eretto i simboli del proprio dominio.

Un progetto impegnativo che visto il valore paesaggistico e simbolico del luogo sarebbe divenuto comunque, uno dei simboli più identitari della città. Una progettazione difficile ed impegnativa che esigeva attenzione alla storia del contesto ed estrema sensibilità verso la bellezza unica del paesaggio.

Scartata l’ipotesi di una restituzione, il più possibile filologica, del preesistente ed esclusa quella di ergere un simbolo della modernità che intraprendesse un dialogo con il contesto, Milani si dette barbaramente alla propaganda politica di cui era latore operando una delle tante insensate colonizzazioni linguistiche del potere sabaudo: progettò un edificio religioso celebrativo, una sorta di Pantheon. Propose un remake, in piccolo, della Basilica di Superga, realizzata da Filippo Juvarra nel 1716 sul colle che domina la città di Torino.

Un esercizio citazionista riduttivo e per certi versi patetico, una citazione scontata e sussidiaria.

La sua proposta fu la riproposizione di un simbolo altrui, teso a sottolineare il banale nesso tra Torino e Messina: Filippo Juvarra.

Il luogo imponeva una solennità speciale, creativa e di alto profilo architettonico. Ma l’architetto di regime, insensibile alla straordinarietà del luogo, non fece alcuno sforzo creativo, giocando con la similitudine dell’altura e il legame della città con colui che fece di Torino una delle più fastose capitali europee del XVIII secolo, propose una miniatura del solenne monumento torinese.

Così un plateale non sense si staglia nel cielo messinese e affronta l’impegnativo Panorama dello Stretto con la sua riproposizione pacchiana, al risparmio, di un archetipo altrui.

Questa architettura che celebra il legame tra la grande Torino e Messina, tramite il fatto casuale di aver dato i natali al genio del tardo barocco è la forma di quella tipica autoreferenzialità sociale che si compiace di aver dato i natali al nonno della nuova first lady americana, sorvolando sul fatto che il pover’uomo (un ibbisoto) fu disperatamente costretto a fuggire da una città che ora come allora non lascia prospettiva, nemmeno se sei Filippo Juvarra.

Così i messinesi alzando gli occhi verso monte vedono l’opera del solito stenterello sabaudo che dopo il 1908 ha rifilato alla città un’altra crosta come quelle di Vittorio Mariani (palazzo delle Poste), Gino Peresutti (palazzo INPS), Alessandro Giunta (palazzo delle Provincia), Antonio Zanca, (Palazzo Municipale), Camillo Puglisi Allegra (Galleria Vittorio Emanuele -Camera di Commercio), Cesare Bazzani  (Palazzo del Governo), etc...

Figure che hanno delineato il volto della nuova città dopo il 1908, non avendo nel loro bagaglio nessuna spinta creativa che andasse oltre la maniera.  Citazionisti di professione politicamente allineati, artigiani della riproposizione e dell’assembramento di stilemi conservatori capaci di fare solo esercizi di stile.

Architetti neo-ecletti indifferentisti distanti anni luce dalla visione innovativa dei modernisti come Ernesto Basile e dall’avanguardia europea che interpretò la grande rivoluzione culturale del ‘900. Non avevano nemmeno la stoffa visionaria dei Calderini, Coppedè, D’aronco, Arata, Moretti, Sammaruga, che per quanto discutibilmente anacronistici hanno sempre caratterizzato con singolarità i contesti in cui sono intervenuti.

Una congerie di mediocri che ha avviato quel processo architettonico afasico di cui la città ancora porta lo stigma.

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