Giovedì, 16 Settembre 2021
La forma delle idee

Opinioni

La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

Storia e leggende della “Torre delle Ciaule”, quando la bellezza è deturpata dall'utile

Guardandola dal mare si scorge un improbabile stanzino con tanto di anacronistica copertura a tegole e impianti tecnologici che disturbano l'animo e la storia. Un restauro che non rende onore ad una delle strutture più belle dell'isola eretta nel XVI secolo

“Il bastimento avanzava, dritto e silenzioso dentro il golfo, alla fioca luce delle lanterne, il Mandralisca scorse un luccichio bianco. Riguardò la volta del cielo con le stelle, l’isola di fronte i fani sopra le torri. Torrazzi d’arenaria e malta, ch’estellano i loro merli di cinque canne sugli scogli, sui quali infrangosi di tramontana i venti e i marosi. Erano del Calavà e Calanovella, del Lano e di Gioiosa, del Brolo.”

Le torri e le emozioni del Barone Mandralisca

Viaggiando per mare lungo la costa del golfo che va da capo Tindari a Capo D’Orlando ancora si possono ammirare alcune delle torri di guardia che descrive Vincenzo Consolo nel suo “Il sorriso dell’ignoto marinaio” e vivere le stesse emozioni del Barone Mandralisca al ritorno da Lipari dopo aver acquistato il “Ritratto dell’Ignoto Marinaio” dipinto da Antonello da Messina.

Una di queste sta sotto il promontorio dove sorge la cittadina di Piraino: è la Torre delle Ciaule detta anche Torre di Gliaca. Una delle più belle del sistema di torri costiere che punteggiano il periplo della Sicilia.

Ieratica svetta su uno sperone di scogliera che si sporge sul mare affascinando chi veleggia in quelle acque, obbligando i naviganti ad una sosta per ammirarla e bagnarsi nelle acque cristalline che stanno ai suoi piedi.

Alcuni decenni fa la torre è stata oggetto di restauro.

Come in tutte le cose, anche per il restauro architettonico finalizzato alla valorizzazione dei beni culturali spesso è questione di punti di vista, e la nostra non fa eccezione. La qualità del suo restauro conservativo è questione di punti di vista.

Dalla strada nazionale presenta una restituzione dell’idea originale compiuta in maniera quasi filologica, mentre la visione dal mare tradisce la presenza di un’inammissibile superfetazione che colpisce i naviganti come un pugno nell’occhio.

Guardandola dal mare alla sua sommità si scorge un’improbabile superfetazione che si affaccia sulla copertura trasformata in un terrazzo a livello a servizio del classico locale tecnologico o stanzetta di comodo che si realizza sui comuni lastricati solari. Una sorta di stanzino con tanto di anacronistica copertura a tegole con gronda e pluviale e tanto d’impianti tecnologici a bella vista sul prospetto.

Quel telegrafo senza ili fra i più belli dell'isola

Essa è uno degli elementi più belli di quel sistema di torri costiere, strutture di avvistamento, disseminate lungo tutto il margine dell’isola che fu una sorta di telegrafo senza fili ante litteram.

Un sistema concepito in modo che da ognuna di queste fosse possibile avvistare la torre precedente e quella successiva, sicché, con un codice di segnali inviati con gli specchi di giorno e fuochi di notte, i messaggi, soprattutto quelli che avvertivano dei pericoli che giungevano dal mare, arrivavano alle destinazioni più lontane in pochi minuti.

Le prime torri di guardia furono insediate dagli arabi con lo scopo di controllare le tonnare (il complesso sistema di reti per la cattura dei tonni) avvistando in tempo eventuali predoni.

Il primo a concepire un sistema di torri per il controllo militare dell’intera costa isolana fu Federico II.

Il sistema fu poi potenziato dagli aragonesi per difendersi dalle frequenti minacce angioine. In ultimo fu perfezionato dagli spagnoli che lo resero più efficiente aumentandone la quantità degli elementi. I Vicerè costituirono anche una milizia specifica destinata alla sorveglianza della costa che operava prevalentemente in queste torri, facendo delle medesime dei veri e propri presidi militari.

Il sistema fu usato fino alla metà del XIX secolo predisposto ad affrontare la minaccia napoleonica.

Si trattò di un sistema architettonico militare puntiforme costituito da oltre 200 torri.

Una tipologia architettonica che oggi assume un forte valore di segno identitario nel paesaggio marino siciliano e in particolare in alcune località il cui toponimo fa riferimento alla presenza di queste torri, sottolineando come le medesime abbiano dato vita, in molti casi, alla nascita di nuclei urbani e di intere comunità: è il caso delle località di Torre di Salsa, Torregrotta, Torrenova e anche di Torre Faro.

A differenza di quelle arabe, a pianta circolare, tutte le altre erano a pianta regolare.

Le origini della struttura e del nome

La Torre delle Ciavole venne eretta nel XVI secolo. Secondo alcune fonti rientra tra quelle la cui progettazione, il vicerè Marcantonio Colonna, nell’ambito di un programma di potenziamento del sistema d’avvistamento delle torri costiere, affidò, nel 1583, all’ingegnere militare Camillo Camilliani, famoso per la Fontana Pretoria di Palermo.

L’ipotesi è rafforzata, oltre che dalle indicazioni storiche, dalla forte analogia lessicale di questa con altre torri, di cui si ha certezza essere state realizzate dall’architetto fiorentino, come: la Torre di Manfria, la Torre di Santa Tecla, la Torre di Salsa, la Torre di Scopello.

Il nome deriva dalla circostanza che nel luogo la sera riparano le ghiandaie, uccelli che in siciliano si chiamano “Ciaule”.

Ciò rafforza la suggestiva leggenda che narra di un amore galeotto tra una nobildonna ed uno dei guardiani della torre. Scoperto l’idillio dai parenti di lei i due tragici amanti furono sepolti nelle cisterne della torre. La credenza popolare riferisce che in certe sere i lamenti delle loro anime sciagurate riecheggiano a tono insieme al verso lamentoso delle ciaule.

Una bellezza deturpata “dall'utile”

Provenendo via mare dalle Isole Eolie verso Capo d’Orlando la torre si distingue in tutta la sua magnificenza, ma appena ci si approssima ecco che la superfetazione descritta emerge in tutta la sua incongruenza e la percezione che da lontano la vede integra e solenne, svanisce.

Quell’elemento sovrapposto, nascosto alla vista da terra, dal mare appare elemento deturpante, talmente fastidioso da comprometterne la bellezza.

Vista dal mare la forma della torre appare squilibrata e l’improprio locale con terrazzo a livello travolge i sensi.

È la forma della categoria dell’utile che impoverisce la bellezza, è l’espressione di un uso maldestro dei beni culturali che deprime la solennità dei medesimi distorcendone la percezione.

Oggi la torre è inagibile ed inaccessibile, urge di un restauro e di un consolidamento prima che l’erosione marina ne determini la perdita. Un nuovo intervento sarebbe l’occasione buona per risolvere quel cattivo punto di vista.

Quel locale oltre a disturbare l’animo, disturba la Storia.

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