La forma delle idee

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Street art a Messina, dal Blu al bluismo: storia di una primavera mancata

Il dipinto sul prospetto dell’ex Casa del Portuale interpreta brillantemente un momento di raro risveglio delle coscienze civili. Ma la denuncia contro il degrado attiva grotteschi tentativi di emulazione che finiscono con l'aumentare il degrado stesso. Ecco perchè

Fu Carducci ad inventare la metafora del “Il manzonismo degli stenterelli”,  alludendo a quei letterati che travisando l’insegnamento manzoniano si compiacevano di una prosa leziosa, artificiale ed insensata.

Parafrasando il poeta toscano, a Messina, negli anni scorsi, si è assistito ad un singolare fenomeno che similmente potremmo definire “Il bluismo degli stenterelli”.

Tutto ha avuto inizio nel 2013 quando uno dei più grandi street artists del mondo, “Blu”, in un momento in cui in città si registrava un raro risveglio delle coscienze civili, è riuscito in pochi giorni a comprendere pienamente il luogo Messina e chi lo abita narrando tutte le dinamiche civili, sociali e culturali, in un dipinto murale eseguito sul prospetto dell’ex Casa del Portuale di via A. Valore.

Era un momento di crescita civile e di partecipazione popolare che lasciava intravedere la speranza di un cambiamento e  “Blu”, come i grandi artisti son soliti fare, ha interpretato quel momento fornendo ai messinesi un elemento iconico di grande denuncia, che sarebbe potuto esser il simbolo di un autentico cambiamento, il vessillo di una sperata primavera sociale.

“Blu” con la sua opera è stato diretto, esplicito, come nessun artista lo era mai stato, in riva allo Stretto, negli ultimi 50 anni. E’ stato chiarificatore per tutti, come lo sono i grandi artisti, ha messo la verità sotto gli occhi dei messinesi in modo iconologicamente efficacie.

Ma, nonostante le spinte civili di quel momento, la sua opera invece di assumere il ruolo di labaro ideologico di quella società civile che dopo qualche mese, volgendo il suo consenso altrove, compì un’apparente rivoluzione amministrativa, finì nell’oblio.

Il dipinto murale di “Blu” che per Messina avrebbe potuto avere il significato simbolico dei murales di Diego Rivera, di David Alfaro Siqueiros e di José Clemente Orozco, che furono il significante più incisivo della rivoluzione messicana dei primi del ‘900 (1910-1920), quella di Pancho Villa ed Emiliano Zapata, è stato distrattamente abbandonato. Nessuna delle sue denunce venne mai declinata da quella rivoluzionaria e nuova amministrazione, in nessuna forma.

Chi avrebbe dovuto abbracciare e far camminare con le proprie gambe la denuncia icastica di “Blu” interpretandone il messaggio in termini civili e democratici, si mise semplicemente a tentare d’imitarlo!  Tutti, invece di rivendicare diritti, servizi ed opportunità, presero il pennello e imbrattarono la città.

Come se in Spagna, quelli del Fronte Popolare, dopo aver visto il dipinto “Guernica” (1937), che Picasso realizzò per denunciare al mondo intero la ferocia dei bombardamenti nazisti sulla città basca, e che presto divenne l’icona di ogni sentimento antimilitarista, avessero fermato la lotta contro i nazionalisti di Franco e si fossero messi a dipingere anche loro alla maniera del grande pittore cubista, svuotando l’opera dei suoi contenuti di denuncia e facendo fallire subito la resistenza.

Questo è accaduto a Messina, città di ogni paradosso. Dove tutto è finzione, dove pure la lucida denuncia di “Blu” diventa moda.

Così un’opera, che denuncia anche il degrado urbano attiva una pratica che aumenta il degrado stesso con l’aggravante della istituzionalizzazione. Il “bluismo degli stenterelli” viene istituzionalizzato e la burocrazia opera tanto di evidenza pubblica, in modo per dare ad artisti, e non, una esposizione più pubblica di gran lunga superiore a quella di una galleria d’arte, dove alcuni hanno potuto esporre le loro esperienze intimistiche o le loro vocazione pittorico-folkloristica. Così non si è negato a nessuno il suo muro o la sua pensilina di celebrità, dove poter ognuno, nel proprio piccolo, sentirsi il “Blu” de noartri.

Ecco che tutti gli edifici pubblici e le superfici limitrofe al dipinto di “Blu” sono state imbrattare nel tentativo grottesco di emularlo. Accanto e in prossimità dell’opera sono sorti dipinti murali di cui sfugge il senso, i cui contenuti iconologici hanno stemperato in modo autoimmune i termini della denuncia dell’opera dell’artista di Senigallia, aggiungendo solo degrado al degrado. La banalità di alcune di queste opere ha cancellato “Blu” ancor più dei vandali. La patetica e scomposta voglia di incrociare i pennelli con “Blu”, da parte di alcuni afasici artisti totalmente disimpegnati, ne ha svuotato l’enorme valore semiotico.

Pochi hanno colto ed elaborato l’esortante metafora, declinando seppur con altra cifra, la lampante denuncia delle condizioni civili e delle dinamiche sociali rappresentate da “Blu”.

Se il dipinto di “Blu” ha scosso le coscienze di molti cittadini emergendo dal degrado dell’ex zona portuale, i nuovi murales le sopiscono rafforzando il degrado e con la loro insensatezza lo risucchiano nell’oblio a cui loro sono destinate.

Questo fenomeno degli stenterelli di blu è la ludica metafora di come, ormai da tempo, il potere neo liberista si nasconde all’interno dei processi di cambiamento civile, e ne disinnesca il portato, senza bisogno dell’uso della forza, dei celerini e di nulla. Questo è accaduto anche a Messina durante la passata amministrazione, dove, con sguardo retrospettivo, vediamo i poteri di sempre vestiti di rivoluzionaria sembianza. Sostenendo con forza il lontanissimo Tibet e lasciando marcire ancora la gente nelle vicinissime baracche.

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Un fenomeno non certamente autoctono e che ha radici lontane e di più grande scala e che oggi si sublima in Greta e nelle Sardine. Con questo camaleontismo il neoliberismo apolide camuffandosi dove necessario ha contribuito alla perdita di pensiero critico delle nuove generazioni anche le più ribelli, ha smontato le strutture di senso delle coscienze più progressiste, ha minato ogni capacità reattiva, il non senso della Street Art messinese lo spiega con estrema chiarezza. Ma ormai anche questa discussione forse è superata. Vi è il sospetto, in questi giorni, che il capitalismo predatore stia calando la maschera, facendo le prove generali di un modello più evoluto di shock economy per dare un colpo di grazia planetario ai diritti e alla democrazia approfittando di un virus molto infettante.

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L’architettura è un’idea che prende forma. È una storia che si plasticizza. Le città sono fatte di architetture, di palazzi, di monumenti, di spazi modellati dall’architettura. Le città sono la forma della Storia. “Quando visitiamo una città lo sguardo percorre le vie come pagine scritte” I. Calvino. Se la scrittura racconta il pensiero dell’uomo la città narra come egli vive o ha vissuto

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