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La forma delle idee

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La forma delle idee

A cura di Carmelo Celona

28 dicembre 1908, quei trentotto interminabili secondi che ancor oggi non sono finiti

Lo scuotimento tellurico di un grande terremoto, come quello a Messina 113 anni fa, per le popolazioni colpite è eterno, i suoi effetti si estendono all’infinito. Ma il vero disastro sono coloro che pianificano speculazioni su quella tabula rasa. Come quelle che hanno dato vita alla fenomenologia della baracca

In quel freddo primo mattino, nel bel mezzo delle festività natalizie, la città secolare dorme placida sulla sua solida millenaria identità.

Erano le cinque e ventuno minuti quando la terra comincia a tremare per un tempo interminabile: trentotto secondi.

Trentotto interminabili secondi che ancor oggi non sono finiti.

Lo scuotimento tellurico di un grande terremoto, come quello che scosse la città di Messina il 28 dicembre del 1908, per le popolazioni colpite, è perenne, i suoi effetti estendono quei secondi all’infinito. 

Le scosse amplificano quel tempo nel tempo. Dilatano il momento del sisma oltre il sisma. Un terremoto catastrofico è un evento eterno. Eterno per chi vi soggiace, eterno per chi vi sopravvive, eterno per chi, come i messinesi di oggi, a distanza di oltre un secolo, vivono quel luogo.

Il terremoto segna per sempre i luoghi che colpisce.  Lascia tracce indelebili nella storia collettiva e in quella personale dei superstiti, nei loro animi, negli animi dei loro eredi e di chi in futuro nascerà e vivrà in quel territorio.

L’effetto più terribile che rende illimitato un terremoto non sono i crolli, le rovine, i morti, le famiglie che si spezzano, le vite che si infrangono ma l’istinto predatore di coloro che cercano di trarre profitto dalla gestione della tragedia, approfittando dell’abbassarsi della soglia di vigilanza civile e morale della popolazione inerme.

Il vero disastro sono coloro che pianificano speculazioni su quella tabula rasa. Su quell’azzeramento degli equilibri sociali programmano un futuro di convivenza asimmetrico a loro favore e a favore dei loro profitti.

Per costoro il terremoto è una grande occasione, così come teorizza Milton Friedman, per rimuovere diritti e impiantare o rafforzare in modo imperituro privilegi. 

Quando un’azione predatoria viene praticata su un singolo soggetto questa si chiama furto, delitto. La sottrazione di una risorsa da parte di un uomo ad un altro uomo moralmente è un atto grave e viene punita come reato.

Viceversa se la predazione viene praticata su un popolo inerme, colpito da un’immane tragedia, programmandola scientemente, si chiama “scelta detta dall’emergenza” o “fatale risoluzione della catastrofe”.  Tutto si giustifica con la falsa e cinica aporia del “non c’era altra soluzione”, senza fornire verifica del contrario, ovviamente. Così accadde per la ricostruzione di Gibellina, del Belice, dell’Irpinia, di Città del Messico e l’Aquila. Così sta accadendo per quello più recente che ha colpito Umbria e Marche.

Il terremoto di Messina fu il primo di quella lunga serie, fu una sorta di palingenesi della Shock Economy,  un paradigma urbanistico dell’Economia dei Disastri.

Molte delle attuali gravi asimmetrie di trattamento sociale di cui la città soffre, come l’ormai secolare mancato riconoscimento del diritto alla casa, trovano la loro causa prima, nelle scelte urbanistiche operate per la ricostruzione della città post 1908.

La città ricostruita venne concepita come un enorme magazzino commerciale, basando la sua economia solo sulle rendite urbane e sul terziario, censurando la secolare vocazione portuale, la tradizione artigianale e le fiorenti attività industriali, e con esse ogni possibilità di riscatto e di risalita sociale per coloro che colpiti dalla tragedia avrebbero potuto rialzarsi.

L’obiettivo strategico del Piano di Rinascita della città lo spiega con enfasi Luigi Borzì che nell'incipit della relazione del suo P.R.G. scrive:  “Messina …. tornerà presto a splendere come faro di civiltà nella nuova forma della città moderna, sostituendo ai suoi pregi storici quelle comodità ormai indispensabili per un centro destinato ad esercitare una cospicua importanza come emporio commerciale”. 

Concepire una “Città Moderna” come un “Emporio Commerciale”, agli inizi del ‘900 è un macroscopico ossimoro che traduce chiaramente una forma mentis caratterizzata da un’enorme arretratezza culturale, la sola che avrebbe potuto dichiarare platealmente un intento così nocivo.

Borzì invoca la modernità per somministrare ai messinesi superstiti la scelta urbanistica più anacronistica e cinica della storia moderna. Dichiara in modo spietatamente prosaico di voler rinunziare ai “pregi storici” della città (la Palazzata, le chiese di Guarino Guarini, le opere di Jacopo del De Duca, le piazze e i secolari simboli urbani. Insomma rinuncia con una superficialità disarmante alla forma dell’identità millenaria di una delle città marinare più importanti nella storia del Mediterraneo) a favore di “quelle comodità ormai indispensabili”.

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“Comodità indispensabili” che col tempo si rivelano essere privilegi per pochi, molto spesso non autoctoni, e perdite di diritti per tanti.

Quasi cinquantamila messinesi sopravvissuti grazie agli effetti fatali di quelle scelte urbanistiche, scellerate e predatorie, non hanno trovato più posto nel centro della città, in quelle aree e nei suoli ove da secoli v’erano le loro case, le loro famiglie, le loro attività, le loro proprietà e i loro ricordi. Quasi tutti furono costretti a vivere (moltissimi lo sono ancora oggi) “comodamente” in quegli alloggi impropri (baracche) che con fantasiosi eufemismi chi li assegnava chiamava: “Cottege”.

Con l’attuazione del Piano Borzì decine di migliaia di messinesi si ritrovarono per sempre in quei quartieri “ultra popolari”, (aggregati convulsi di “casette” carenti di qualsiasi requisito tecnico, igienico, civile e morale, concepiti e realizzati solo a Messina) localizzati lontano dal nuovo perimetro urbano (ampliato con il manifestato intento di accoglierli) negli anfratti e nei diverticoli più reconditi del territorio comunale (compluvi, fiumare, strette vallate, etc..).

I quartieri “ultrapopolari” furono una singolare nuova strutturazione urbana e tipologica che ha generato “la fenomenologia della Baracca” emarginando ancor più i cittadini messinesi, scatenando quel degrado civile e sociale ormai tipico e cronico di quei contesti. Un’Apartheid ancora irrisolta che attende una qualificazione civile e morale prima ancora di una riqualificazione urbana ed edilizia.

Così i messinesi autoctoni sono stati enucleati dal centro della città. Così è sorto un nuovo centro storico senza storia.

Una città che non ha il popolo nel suo centro storico è una città senza identità, senza Genius loci, senz’anima.

Italo Calvino sosteneva che: “I quartieri popolari, nei centri storici sono i guardiani della memoria”. L’assenza di case popolari rappresenta la cancellazione di una stratificazione culturale millenaria. E’ difficile immaginare il centro storico di Catania o di Palermo senza i mercati, gli artigiani, il porto, la marina e i quartieri popolari, non sarebbero più gli archetipi dell’identità isolana, così come fu per secoli anche Messina.

Chi operò quelle scelte urbanistiche fece risorgere Messina senza la forma del suo passato. Consegnandoci oggi una città senza memoria, una città con il morbo di Alzaimer.

Ad un malato d’Alzaimer, se serve, gli si può far credere di essere un re, facendo di lui un patetico fanatico blasonato.

A chi non ha memoria è facile spacciare per dogma qualsiasi bugia.

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