Mercoledì, 28 Luglio 2021
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A cura di Francesco Miuccio

Stromboli terra di Dio, va all'asta la casa rossa degli amanti: 250mila euro per un monumento dei cinefili

In vendita, a pochi passi dalla piazza e dalla chiesa di San Vincenzo, quattro stanze dove nell’aprile del 1949 la star del cinema hollywoodiano Ingrid Bergman e il padre fondatore del cinema neorealista Roberto Rossellini alimentarono ai piedi del vulcano la propria leggenda sentimentale ed artistica. Storia, tradimenti e curiosità di un edificio silenzioso e trascurato, la cui leggenda è ricordata ai turisti da una sobria targa marmorea

A novembre si potrà portarsela via con poco meno di 250 mila euro, persino senza muoversi da casa, partecipando telematicamente all’asta indetta dal tribunale di Messina.

La Casa Rossa di Via Vittorio Emanuele III a Stromboli, a pochi passi dalla piazza e dalla chiesa di San Vincenzo, quattro stanze dove nell’aprile del 1949 la star del cinema hollywoodiano Ingrid Bergman e il padre fondatore del cinema neorealista Roberto Rossellini alimentarono ai piedi del vulcano la propria leggenda sentimentale ed artistica, proverà a cambiare il proprio destino di monumento cinefilo, silenzioso, trascurato, la cui leggenda è ricordata ai turisti da una sobria targa marmorea. Chissà se chi camminerà in quei locali da nuovo padrone, sentirà il peso della Storia di quella spartana dimora eoliana, o baderà piuttosto a prendere le misure per allestirvi più che quel museo del cinema invocato per decenni, una struttura ricettiva, un “relais”orientato verso la clientela “luxury".

L’isola "priva di gioia" e la doccia improvvisata

Eppure di lusso, nell’isola che la troupe del film di Roberto Rossellini si trovò di fronte, non ce n’era alcuno. L’emigrazione dei giovani verso Francia e Germania e la filossera, la peste dei vigneti arrivata dall'America, l’aveva spopolata, sino a contare, dai tremila di fine ottocento, circa 370 abitanti, tra vecchi e bambini.

A latitare, assieme ai sorrisi (“Era un’isola strana, priva di gioia” scrisse la Bergman) era qualsiasi comfort logistico- non c’era un albergo, un telefono, e l’unico, minuscolo ufficio postale sembrava un miraggio di civiltà – e domestico - perché il cibo servito nei locali approntati sotto la piazzetta dal parroco Antonino Di Mattina, tra i più attivi collaboratori locali della produzione americana targata RKO, era scadente e regolarmente preda delle mosche, mancava l’acqua corrente e i servizi igienici erano primitivi.

Rossellini, che pure aveva magnificato le opportunità artistiche offerte al progetto dal set eoliano, si rese conto che una diva Hollywoodiana, con un oscar (“Angoscia”) e altre tre nomination in carriera (tra cui la “Giovanna D’arco” di Victor Fleming girato solo pochi mesi prima del loro fatidico abboccamento) e reduce da un set londinese con Hitchcock (“Il peccato di Lady Considine” cui lo scandalo negherà ogni successo) non avrebbe sopportato a lungo di arrangiarsi in toilette con secchi e pitali.

Così fece costruire in fretta un piccolo edificio adiacente alla casa, chissà se oggi parte della cubatura di 220 metri quadri messa all’incanto, facendone la stanza da bagno di Ingrid con un gabinetto ed un bidet, sconosciuti agli strombolani, fatti arrivare dal continente. Per la doccia, invece, ci si arrangiò sistemando un grosso imbuto sul tetto e collegandolo ad un tubo interno dal quale ad un segnale convenuto scorreva l’acqua salata versata a secchi da una sorta di valletto idraulico.

L’hotel Reale e l’imbarco sul San Lorenzo

La vicenda di “Stromboli, terra di Dio”, della sfida tra il set rosselliniano e quello contemporaneamente insediatosi a Vulcano con una furibonda Anna Magnani diretta dal tedesco Dieterle, è stata raccontata tante volte, spesso con il suggestivo appellativo di “Guerra dei vulcani”. La notizia del liquidatore fallimentare incaricato di provare ancora una volta, la quarta, a vendere “la casa di Ingrid e Roberto”, ci offre l’occasione per far riaffiorare, a più di settant’anni di distanza, il racconto di quei fatidici giorni raccontati da storici del cinema, saggisti e biografi in parte suggestionati dalle torbidità gossippare, le stesse che diedero lavoro a centinaia di giornalisti dei rotocalchi, arrivati sull’isola a spiare la celebre e fedifraga coppia, talvolta travestendosi da pescatori, da turisti, e persino da religiosi in tonaca.

Il regista e la sua musa erano partiti sulla famosa Cisitalia rossa di lui (la prima Granturismo italiana, con un design che meritò un posto al Moma di New York) con cui avevano scorrazzato per tutta la costiera amalfitana, per arrivare in Sicilia lungo strade affacciate sul mare che avevano incantato la diva svedese.

“Messina si incurvava lungo una baia a mezzaluna con la sua serie di case rosa e bianche disposte a semicerchio contro lo sfondo delle montagne” si legge in “La mia storia” scritto con Alan Burgess. Avevano dormito all’Hotel Reale di Via Tommaso Cannizzaro (demolito come tanti edifici storici del centro pochi anni dopo nella scellerata stagione urbanistica degli anni sessanta) per poi salpare, tra la curiosità della folla assiepata sul molo Luigi Rizzo, il 4 aprile di quel ’49, un lunedì, su un ex peschereccio di una quindicina di metri, il San Lorenzo, stracolmo di conserve di pomodoro, sacchi di farina, rotoli di carta igienica e attrezzature cinematografiche, e le valigie della troupe ammassate sulla tolda, mentre gli inviati dei giornali erano in arrivo col postale che arrivava da Napoli una volta la settimana, unico collegamento con le misconosciute isole Lipari.

La rossa casa degli amanti

I giornalisti cominciarono a chiedere ai poveri vicini della Casa Rossa, quanti spazzolini aveva Ingrid in camera, dove dormiva Roberto, se si mostravano affettuosi come nella foto scattata ad Amalfi in cui si tenevano per mano e che Life pubblicò scatenando una feroce campagna soprattutto contro la Bergman, rea di aver abbandonato il marito, il neurochirurgo Petter Lindstrom, sposato in Svezia e che l’aveva seguita ad Hollywood, e soprattutto la figlia Pia (“fiutarono l’amore come squali il sangue” si legge nella citata autobiografia).

Eppure in quella casa Ingrid e Roberto, seguiti sempre dalla sorella di lui, Marcella, dalla efficiente Ellen Neuwald, la segretaria personale assegnata all'attrice dalla RKO, e dal piccolo bulldog nero “Stromboli” regalato dal regista alla sua donna che lo rincorreva nelle sabbie vulcaniche dove si confondeva, si amarono molto. Di quell’”amore immenso che ci domina” scrisse lui.

Una storia nata e rivelata con un celebre carteggio di missive avventurose, degne di una pochade di raggiri e sotterfugi, che oggi sarebbero affidati a qualche sms improvvido.

Il carteggio dell’idillio

La prima e più famosa lettera, un telegramma, che cambiò la storia del cinema e del costume, arriva nelle mani di Rossellini l’8 maggio del 1948, mentre festeggia i suoi quarantadue anni accanto ad Anna Magnani con cui vive da anni al Gran Hotel Excelsior, dopo la separazione dalla moglie, la scenografa Marcella De Marchis. Arriva dalla California, spedito agli studi della Minerva Film, casa di produzione di Roma città aperta, addirittura un anno prima, il 14 maggio del ’47.  Proprio quel giorno un incendio ha distrutto gli studi e un operaio lo recupera bruciacchiato sui bordi e lo consegna alla Minerva, il cui capo, Costantino Potsios, ne viene in possesso casualmente e decide di farne gradito regalo di compleanno a Rossellini. Il testo è noto pure alle pietre ma vale la pena di scolpirlo ancora una volta nella memoria di chi ama il cinema almeno quanto la cronaca rosa:

«Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo 'ti amo', sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei.»

Ricapitolando, a rotta di collo, gli sviluppi successivi: lui equivoca volutamente come una dichiarazione d’amore quella citazione in italiano che riporta solo l’unica battuta pronunciata in carriera nella nostra lingua dalla diva (in “Arco di trionfo”). Non avendo mai visto un film con lei ("Casablanca" o "Notorius" usciti, il primo durante la guerra e il secondo appena era finita, arriveranno in Italia anni più tardi) li guarda e, senza potergli dar torto, già la desidera.

Si becca un piatto di spaghetti rovesciatogli in testa dalla gelosa Magnani quando lei intercetta una lettera in cui lui cerca di prendere accordi per incontrare la star straniera e proporle un progetto pensato per lei.

Poi le cose vanno come devono andare, Rossellini vola da Ingrid a Londra sul set di Hitchcock, poi la incrocia a Parigi, accompagnata dal marito dove lei strappa la promessa di un copione che lui non ancora non conosce. Vola in America ingannando la Magnani, resta a Los Angeles ospite di Petter e di Ingrid e tra un party e l’altro la seduce. La Magnani è liquidata al telefono, mentre è a Londra per la prima de “L'onorevole Angelina” mentre a Petter ci pensa Ingrid, con un'ennesima lettera in cui chiede il divorzio: “Ho trovato il posto dove vivere, questa è la mia gente, è qui che voglio stare”. Lui prova a inviare due telegrammi ma a Stromboli non c’è linea telefonica, confida nel fatto che Rossellini, ancora sposato, non possa divorziare in un paese cattolico, ma quell’altro fa diventare la moglie residente in Austria, una scappatoia legale che a quel tempo permetteva di annullare un matrimonio. Sposerà Ingrid dopo la nascita del loro primogenito.

Lo scandalo, la campagna moralizzatrice e l’idea del film

A Stromboli la campagna “moralizzatrice” scoppiata in America, arriva con centinaia di telegrammi indirizzati all’attrice in cui si minaccia di stroncarle la carriera, cosa che per diversi anni avverrà (a parte i successivi “Europa 51” e “Viaggio in Italia”, che chiudono la cosiddetta trilogia della solitudine, film rigorosi e intrisi di psicologismo che raccontano d’isolamento, incomunicabilità, incomprensione coniugale) e la si richiama a più miti consigli (“non fare la sciocchezza di credere che ciò che stai facendo è così coraggioso o giustificato da motivi artistici da permetterti di ignorare l’opinione pubblica”). Un senatore a Washington la marchia come “cultrice del libero amore, distillatrice del male e della depravazione”, pochi la difendono, Hemingway per esempio, il folksinger Woody Guthrie le dedica “Ingrid Bergman” e Frank Sinatra incide “On the island of Stromboli”, ma lei non cede, l’amore è troppo potente.

Intanto, in quello scenario che solo dopo questa vicenda conoscerà la fortuna turistica, le riprese del film partono il 10 maggio, col titolo di lavorazione “Dopo l’uragano”, dopo ritardi dovuti al casting effettuato dal regista tra la popolazione di pescatori. Un pescatore è anche Mario Vitale, reclutato per caso sulla spiaggia di Salerno dallo sceneggiatore Amidei e ingaggiato facendogli credere di essere un operaio, anche se Rossellini accorso subito per valutare il volto del suo coprotagonista, si mostra sin troppo interessato: “tieni queste cinquantamila lire, ci vediamo dopodomani a Messina, dormirai all’albergo Peloro, non è che ci ripensi e ci pianti?”

Il copione continua ad essere scritto giorno dopo giorno ma l’idea di fondo è quella del vecchio progetto eoliano del cugino Renzo Avanzo documentarista e palombaro, cofondatore della Panaria Film, immaginato per la Magnani. Solo che la prostituta della storia non pare incarnabile dal volto angelicato della Bergman per la quale si cambia in corsa il personaggio: diventa la profuga lituana Karin che sposa lo stromboliano Antonio per sfuggire alla prigionia (ancora Amidei e un giovane Federico Fellini, avevano raccontato al regista della loro visita ad un campo di concentramento femminile vicino Roma, le cui detenute sposavano militari italiani per ottenere la cittadinanza).

La guerra dei vulcani e i tagli degli americani

Avanzo e la Magnani portano avanti il loro progetto, sbarcando a Vulcano il 7 giugno, i giornalisti la provocano, lei che aveva mostrato sangue freddo nelle prime dichiarazioni sulla rivale (“diventeremo amiche”) non può trattenersi e inveisce (“quella traffichina”), guardando la sciara del fuoco in lontananza e progettando di inviare spie sul set. Ma Anna non ha possibilità di vincere questa battaglia: la prima di “Vulcano”, stroncato dalla critica come “drammone folcloristico” è datata 2 febbraio 1950, e batte Rossellini che sul set preferiva pescare con la fiocina quando il mare era troppo bello per lavorare e facendo inferocire la produzione, che uscirà solo il 15 dello stesso mese. La proiezione in sala al cinema Fiamma a Roma però, s’inceppa quattro volte e quando si riesce a riprendere, i giornalisti sono tutti andati via prima del finale con la morte di Anna: in clinica è appena nato Robertino Rossellini, pare concepito nella cucina di casa Lindstrom a Beverly Hills (certi biografi devono servirsi delle famose mosche sul muro…).

“Stromboli.Terra di Dio”, restaurato dalla Cineteca di Bologna nel 2012 (anno in cui uscì anche il documentario “La Guerra dei Vulcani” di Francesco Patierno) è un film controverso, amato dagli adoranti allievi di Rossellini a Parigi, i futuri registi della Nouvelle Vague, da pochi critici e da qualche intellettuale come Ennio Flaiano, che lo descrisse come “spietato nella sua semplicità, senza personaggi che chiedono la nostra simpatia”. Un’eruzione era in atto proprio durante i giorni del film e costituì uno degli inserti documentaristici della pellicola, insieme alla famosa mattanza dei tonni sulla spiaggia di Scari, dove Karin sviene per l’impressione e alle sequenze girate sul vulcano che costrinsero la Bergman a salire esausta per quattro ore anche se a dorso di uno dei due muli fatti arrivare da Roberto, mentre tutti gli altri portavano in spalla le attrezzature come “schiavi sotto il sole”, raccontò colpita l’attrice. Questa struttura anticonvenzionale portò gli americani della RKO a tagliarne più di mezz’ora per renderlo più comprensibile e soprattutto accettabile: perché era certo una blasfemia per l’America puritana che un’opportunista sposatasi per interesse, scopertasi incinta sull’isola - stavolta parliamo di Karin, il personaggio, non solo di Ingrid - e che circuisce il guardiano del faro, per fuggire risalendo il vulcano per arrivare a Ginostra dove prendere la barca, si converta invocando, tra fumi e  lapilli, l’aiuto di Dio.

Gli aneddoti sul set

Tra i tanti aneddoti su “Stromboli”, il più famoso è quello dello scoppio d’ira della Bergman contro “i film realisti” all’ennesima mancata corrispondenza tra le sue battute (recitò sia in inglese che doppiando la versione italiana) e quelle degli abitanti di Stromboli con cui recitava.

Nel suo diario ricorda: “Non sapevo quando avevano finito e non lo sapevano neanche loro perché gli italiani non stanno mai zitti”. Il celebre rimedio escogitato dal regista fu quello di legare una cordicella a un dito del piede di ogni stromboliano impegnato a recitare e seguirli tenendo in mano quel mazzetto di cordicelle, per poi tirarne una in corrispondenza di chi doveva parlare.

Anche Mario Vitale, che recitò nella parte di Antonio, il marito di Karin, intervistato in un bel volume curato dal Centro Studi Cinematografici Eoliani, non mancò di rivelare che il fascino della diva, sempre disponibile e gentile, lo portò a tentare una serenata, accompagnato alla chitarra da Vincenzo, il barbiere dell’isola: “le cantai “Voce ‘e notte”. Lei si affacciò sul balcone della Casa Rossa, Rossellini apprezzò un po’ meno ma abbozzò. Eppure aveva chiarito che il suo ruolo era quello di recitare e basta, senza impegnarsi in scene d’amore - Vitale chiese: quando la devo baciare? Rossellini rispose: mai, prendi già 75 dollari alla settimana – ma mettendoci tutta l’energia possibile nella scena passionale in cui la picchia per gelosia – Rossellini mollò due sganassoni a Vitale per esemplificare, lui si rifece realisticamente con Ingrid che dolorante commentò: wonderful, siete due pazzi”.

Il più commovente ricordo, almeno per un cinefilo, è però quello che racconta di un Rossellini che, colpito dal fatto che gli abitanti sconoscessero la magia del cinema, fece proiettare su un telo srotolato in Piazza, “Scipione l’africano” di Carmine Gallone, spettacolare filmone storico-propagandista del regime.

Giorni indimenticabili

Furono giorni indimenticabili, restituiti da un famoso reportage fotografico di Federico Patellani e pubblicato su “Il Tempo”, in mostra proprio nel maggio di questo 2021 a Monza e notti stellate, con gli amanti e gli artisti che trovavano la comunione delle due dimensioni: Ingrid amava Roberto perché “non ho mai conosciuto un uomo così libero”, Roberto la amava a tal punto da mettere tre sentinelle di guardia all’Hotel Reale a Messina, dove a  riprese ultimate lei si incontrò col marito accorso per un ultimo tentativo, dopo averle detto di fare presto a congedare Lindstrom, minacciando di uccidersi.

Ingrid, la gemella di Isabella Rossellini, che i genitori dovettero chiamare Isotta per la persistenza di una legge fascista che vietava i nomi stranieri, visitando Stromboli qualche anno fa, incontrò un vecchino: “lui sapeva chi ero. Mi ha detto se avevo piacere di incontrare alcune persone che avevano lavorato da attori nel film. Certo, ho risposto. Mi ha portato al cimitero. E mi ha presentato le persone, con nome e cognome, tomba per tomba. Erano tutti morti”.

In fondo a Stromboli l’amore seppe bruciare quanto la lava, per lasciare croste dure e impossibili da spezzare. Così, come ricorda Candida Morvillo: “Malata di cancro, Ingrid chiamerà Roberto accanto a sé, a Parigi, per salutarlo un’ultima volta. Anche Anna (la Magnani, nove anni prima, nel ’73 alla Clinica romana Mater Dei) lo volle al suo capezzale”.

All’asta di  novembre, la Casa Rossa verrà pesata in denaro ma se si contassero i ricordi non ci sarebbe prezzo da pagare.

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