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A cura di Francesco Miuccio

L'horror Cruel Peter, dal cimitero ai Colli Sanrizzo: ecco come Messina torna protagonista

L’ultima pellicola che aveva scelto la città come set urbano era stata Seconda primavera, sesto film, datato 2013 ma uscito in sala due anni dopo, firmato da Francesco Calogero tornato a girare in città dopo l’apprezzato esordio di La gentilezza del tocco

L’arrivo in streaming su Raiplay di Cruel Peter girato dal messinese Christian Bisceglia, al suo secondo horror co-diretto col romano Ascanio Malgarini, quindici anni dopo il suo esordio solista con la commedia Agente matrimoniale (2006), ha riportato l’attenzione sulla città dello stretto come scenografia naturale e architettonica sicuramente unica.

E’ proprio la potenza suggestiva del Cimitero degli Inglesi, complesso monumentale all’interno del Gran Camposanto cittadino, che lo stesso Christian rivela avere ispirato questa storia di fantasmi da lui scritta e sceneggiata e poi resa sulla pellicola con un gusto per la simmetria a cui ha contribuito l’occhio fotografico del partner Malgarini. Cruel Peter è un horror accurato, di taglio internazionale, all’interno di un genere di sicura presa e vendibilità, purtroppo negato alla sala dalla pandemia. Ma è un discorso sulla città come set privilegiato che vogliamo approfondire, partendo proprio dal lavoro che il film compie filmandone luoghi fisici o rimodulandoli attraverso i VFX, le tecnologie digitali curate dalla factory capitolina Makinarium. Un panorama della falce del porto è la prima inquadratura che segue i titoli di testa “argentiani” concentrati sull’oggettistica del Male, un omaggio artificiale, una sorta di cartolina computerizzata di fine dicembre del 1908, con diverse golette alla fonda, un veliero bialberi che entra in un porto privo della Madonnina (inaugurata nel ’34) e gli edifici del centro coi tetti di tegole nella luce plumbea di un maledetto mattino che cambiò la storia della città. Un’elaborazione digitale del porto visto dall’alto tornerà in una breve panoramica, appena dopo la scossa fatale delle cinque del mattino a svelare le macerie agli occhi di un giovane carnefice.

La falce, inquadrata stavolta dal vero, nella luce dell’alba seppure otticamente filtrata e il mare appena increspato dallo scirocco, torna dopo il prologo d’epoca, dedicato al sadico inglesino. Il ragazzino col colletto ricamato imperversa nei saloni e nei giardini della dimora padronale della famiglia di imprenditori e coloni commerciali, ricavata, con espediente scenografico classico del cinema (denso di opzioni per i film girati in Sicilia, da Visconti a Germi, da Damiani a Tornatore) filmando e montando interni ed esterni di differenti locations, tra cui una in pieno centro, la Villa Roberto di Via Consolare Pompea, oltre a due dimore individuate a Milazzo (Villa Paradiso Bonaccorsi, oggi adibita a sala ricevimenti) e a Chiaramonte Gulfi, nel ragusano. L’architetto britannico che insieme alla figlia viene a svernare a Messina dopo una tragedia familiare, entra nel porto in una breve sequenza panoramica sulla costa sulla quale si staglia ben visibile il Sacrario di Cristo Re. Lo stacco seguente trasporta lo spettatore al citato Cimitero degli inglesi, con le sue lapidi, le sue statue e i suoi busti, tra le quali almeno una scopriremo non essere propriamente originale, anche se a fare da set è l’attuale sito di Via San Cosimo nei pressi del Gran Camposanto dove quasi trecento tombe, monumenti e targhe celebrative furono traslate nel 1942 dal sito originale di San Raineri sgombrato per usi militari. Funzionali anche se accennati sono gli usi del cortile e di alcuni interni del Seminario Arcivescovile S.Pio X dove studia la giovane inglese scaraventata nell’incubo della vicenda, una breve carrellata sulla fontana del Nettuno e alcuni scorci dei boschi sui Colli Sarrizzo dove appare l’inquietante, seppur convenzionale nel genere, dama velata di nero apparsa anche nelle tappe promozionali del film.

L’ultima pellicola che aveva scelto Messina come set urbano era stata Seconda primavera, sesto film, datato 2013 ma uscito in sala due anni dopo, firmato da quel Francesco Calogero tornato a girare in città dopo l’apprezzato esordio di La gentilezza del tocco (1988) dove il potere scenografico naturale di Messina veniva asciugato per restituirla in una luce più neutra, che i critici definirono quasi “mitteleuropea” (ci vuole del coraggio a filmare un personaggio che scende lungo la rampa della Colomba sino a piazza Basicò senza indulgere in una panoramica dal sovrastante Piazzale di Montalto) e dopo Nessuno, uscito con poca fortuna qualche anno dopo. E’ vero che a far da protagonista di Seconda primavera, con i suoi delicati corsi e ricorsi sentimentali nel solco di certi autori francesi cari al regista, è soprattutto una villa privata scovata nel minuscolo villaggio di Acqualadroni, alla fine del lungomare di Via dei Corsari, col suo giardino di piante rampicanti, una grande vasca rettangolare decorativa e una passerella sospesa sul panorama della costa tirrenica, un set che funge da scenario persino “atmosferico” scandendo una vicenda narrata per capitoli/stagioni sino alla nuova primavera di rinascita vera o sognata richiamata dal titolo.

Tuttavia, nel film di Calogero la città appare più volte, con due scene girate sul terrazzo di un edificio che si affaccia sul porto il cui scenario è peraltro invaso dall’ingombrante presenza di una nave da crociera attraccata sulla banchina, dove la giovane Hikma sorride al maturo protagonista, anche qui un architetto come quello di Cruel Peter, cristallizzando una folgorante epifania amorosa e di rinascita, altre scene con dialoghi scambiati al MuMe, nella sala del museo dove è esposta la statua originale del Nettuno, al Policlinico Gaetano Martino dove si filma un parto acquatico, nel piazzale antistante il teatro Vittorio Emanuele che resta peraltro fuori campo, nei giardini di Villa Mazzini, nelle cui immediate vicinanze viene anche scelta la location di un reale negozio di calzature nel quale si ricrea l’ambiente lavorativo di uno dei protagonisti, col volto simpatico di Angelo Campolo, uno dei messinesi del cast tra cui ci si gode la gustosa partecipazione di Nino Frassica. Un discorso sulla rappresentazione in immagini di una città migliore si ritrova persino nelle battute del copione, nell’idea del soggetto che ebbe una nomination ai Nastri d’Argento, di affidare al protagonista, col volto gentile di Claudio Botosso, un progetto “per un centro abitativo nel nuovo waterfront” e nella sua pervicacia nel voler realizzare “una città giardino com’era questa città sino agli anni trenta prima che la massacrassero”. Ce n’è abbastanza per ricordarlo con sincera simpatia.

Così come con simpatia si ripensa alla famiglia arrivata da una comune scandinava e inevitabilmente incapace di radicarsi a Torre Faro dove ne L’amore di Marja, racconto fortemente autobiografico girato nel 2003 dalla finlandese Anne Riitta Ciccone, che grazie ad un padre messinese trascorse gli anni della scuola sullo stretto e che oggi come lo stesso Bisceglia vive e lavora a Roma, con una carriera di sceneggiatrice e regista (l’ultimo film è Infinita come lo spazio del 2017 con Barbara Bobulova). Tratta dal suo testo teatrale Amarsi da pazze il film, passato in sordina ed oggi quasi invisibile, questa strana commedia con accenti di improvvisa malinconia è ambientata interamente nel popolare villaggio antistante la costa calabra dove l’estate messinese diventa caotica e sregolata. Ed è un irregolare la Marja, a cui presta la chioma bionda la longilinea attrice finlandese Laura Malmivaara, che sconvolge i ragazzi che sfrecciano in motorino lungo la via Lanterna o la Via Fortino, oggi al centro di dibattute proposte di pedonalizzazione stagionale, o che indigna le signore che escono dalla messa percorrendo la scalinata della chiesa della Madonna della Lettera o accende la nostalgia degli anziani appoggiati alle ringhiere alle cui spalle si intravede nitida la rocca di Scilla. Marja è una sorridente aliena che corre felice in ridotto bikini anni settanta mano nella mano con le figlie Alice e Sonia sotto la sagoma del pilone.

A poco a poco la sua esuberanza pulita sarà corrosa dalla solitudine (il marito faroto la lascia per andare a lavorare all’estero infrangendo ogni progetto condiviso al tempo della gioventù vissuta intensamente in tenda e pulmino hippie) e dalla diffidenza dell’ambiente. Il giudizio impietoso dei suoceri Maurizio Marchetti e Lucia Sardo, della cognata, una Tiziana Lodato che anni dopo tornerà in riva allo stretto proprio ne La seconda primavera dove ritroverà Nino Frassica che in questo L’amore di Marja è impagabile come barista pettegolo ed informatissimo delle faide familiari altrui, e dell’intero villaggio la porteranno ad un crollo e ad un ricovero in un reparto di igiene mentale.

L’emancipazione arriverà grazie alla dolorosa consapevolezza dell’ineluttabilità di uno stigma sociale (“non ho mai fatto niente di male e sono stata sempre sulla bocca di tutti”) così come quello delle primogenita Alice che dalle riprese ambientate nella locale scuola elementare, la Città di Firenze, diventa persino un’improbabile adolescente punk assieme a strambi compagni di scorrazzamento sulla panoramica, che si fanno d’acido nella serata farota che profuma piuttosto di torroni e ceci al forno mentre una giostra approntata dallo scenografo sulla spiaggia del Pilone fa sembrare quella Torre Faro dei primi anni ottanta una Coney Island con le falanghe delle barche a segnare l’equivoco.

Torneremo presto sulla Messina eletta a set privilegiato con titoli senza pretese artistiche ma che offrono gustosi spunti alla memoria cinefila e altre sequenze pescate nella storia del cinema, in riva a questo sogno unico, stretto, e a suo modo necessario.

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