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A cura di Francesco Miuccio

Fiore di Agave, Messina ancora protagonista in un film. Arimatea: “Una storia d'amore e sacrificio tra realtà e sogno”

Una organizzatrice di eventi, due amiche e il tema della donazione d'organi al centro della storia che propone la città come sfondo. Dalle due scene ambientate a Piazza Duomo al bagno notturno alla spiaggia del pilone

Un altro film girato in città trova infine lo sguardo in sala. Messina si offre alla macchina da presa dopo la recente esperienza produttiva di Cruel Peter e lo fa con l’ultima prova di Salvatore Arimatea, medico con la passione per la regia, che presenta il suo Fiore di agave all’Auditorium Fasola, in programmazione per questa settimana dopo la “prima” di sabato scorso, alla presenza del cast.

L’accoglienza affettuosa per questa avventura produttiva e per la proposta cinematografica che mira a coniugare intrattenimento e impegno, da parte della città che ne è principale scenario, richiama curiosamente quella lontanissima nel tempo che abbiamo già ricordato in questa rubrica. Parliamo dell’uscita, affollatissima di messinesi, comprese le maestranze confuse tra gli spettatori in fila al botteghino, di No alla violenza, in programmazione nel 1978 al vecchio cinema Apollo, che oggi è diventata la Multisala che comprende anche lo schermo del Fasola.

Certo, oggi la moltiplicazione delle opzioni di visione di un film e i danni economici sopportati dai gestori delle sale per la doppia chiusura da pandemia, rendono la fruizione e la collocazione del cinema all’interno dell’industria dello spettacolo e della proposta culturale ben diversa.

I tempi in cui No alla violenza, il “poliziottesco” girato alla sua seconda prova come regista da Tano Cimarosa, zio e primo sostenitore del giovane Arimatea quando dalla passione per i fumetti e le caricature con il nome di matita di Salvar, ebbe voglia di accostarsi al mondo del cinema, feudo del sanguigno congiunto, affermato caratterista cinematografico, appartengono ad una stagione irripetibile, in cui il cinema era una rituale aggregazione popolare, un’esperienza di visione più genuina e quasi “incantata”.

Fiore di agave, un soggetto scritto da Arimatea e sceneggiato insieme a Daniele Franchina che cura anche la direzione della fotografia del film, girato in digitale e che si è occupato del montaggio presso gli studi di Brighton in Inghilterra, è una storia ambiziosa che si avventura su un terreno come quello del dramma psicologico dove l’equilibrio della scrittura, lo sviluppo e la gestione dell’intreccio e dei piani temporali è materia estremamente delicata.

Modelli illustri e una passione per il doppio

“Il mio modo di raccontare cerca di ispirarsi – ci racconta Arimatea prima della proiezione senza troppe timidezze – a maestri come Lynch e De Palma che firmano storie non ancorate alla narrazione lineare ma che si dispiegano preferendo salti temporali tra passato e presente e conferendo notevole importanza all’elemento onirico, alla visione psichica. In Italia chi lavora con questa libertà espressiva è per esempio Sorrentino”.

Questi modelli illustri e piuttosto ingombranti hanno costantemente influenzato le storie scelte da questo ginecologo col pallino del cinema sin dall’esordio, nel lontano 1984, con uno sceneggiato televisivo di due ore, Una tela sporca di sangue, un giallo che ben dieci anni prima de Il postino, costituì la prima apparizione davanti ad una macchina da presa della sua concittadina Maria Grazia Cucinotta. Atmosfere da brivido e sceneggiature dedicate alla doppiezza o alla patologia psichiatrica, temi tipici del citato Brian De Palma, caratterizzavano del resto Imprinting, un lungometraggio che le note di produzione definivano uno “psicothriller”, anche quello girato interamente in città, presentato nel 2003 al Festival cinematografico dello Stretto nelle sale oggi dismesse della multisala Cinestar,  alla presenza del cast che comprendeva Tano Cimarosa e Tony Sperandeo o il cortometraggio Dolls, che Arimatea girò nel 2009 tra Alcara Li Fusi e Milano, ambientato nel mondo della  moda (con un paio di pose di Valeria Marini che autorizzò la troupe a filmare le sfilate del suo marchio di intimo “Seduzioni Diamonds”) sino a Ballando il silenzio nel quale la protagonista Marina Suma recita nei panni un personaggio che vive due separate esistenze.

Un progetto con molti sponsor

Fiore di agave, il cui titolo richiama simbolicamente una rinascita che per compiersi deve passare attraverso un sacrificio estremo, come accade in botanica per questa particolare fioritura, è un film che ha conosciuto non poche traversie produttive, culminate con un rinvio di due anni dalla fine della lavorazione che risale al 2019, alla proposta in sala.

Non solo l’emergenza Covid ma la necessità di rimettere in moto un progetto più volte interrotto, anche per dolorose vicende personali, hanno caratterizzato questa produzione a cura del CAM, il Centro Artistico del Mediterraneo, gruppo impegnato da diversi anni nella formazione giovanile in campo artistico e in diverse iniziative di impegno sociale e solidaristico, fondato ed animato dalla moglie del regista, Francesca Barbera.

L’incontro col pubblico, rinviato e poi compiutosi il 4 dicembre scorso, a quattro anni dall’ultimo film girato da Arimatea, Ballando il silenzio, storia anch’essa intrisa di psicologismo ma anche di musica e tango, scritta insieme alla direttrice della Biblioteca Regionale di Via I Settembre Tosi Siragusa, che fece una breve apparizione in sala nel marzo 2017 (anch’esso due anni dopo la fine delle riprese e alcune proiezioni ad inviti) per Fiore di agave si deve anche ad un sostegno sinergico che insieme a diverse realtà commerciali della città e della provincia (un resort di San Pier Niceto, nella tenuta Torchio Antico, è una delle locations centrali della lavorazione) conta due sponsor di rilievo nazionale: la Federazione Moda Italia ma soprattutto l’AIDO,  l’Associazione Italiana Donatori di Organi e Tessuti, in ragione dell’importanza che nella storia del film ha la scelta vitale della donazione.

“Dopo la settimana di programmazione a Messina e la partecipazione ad alcuni festival per la quale il nostro ufficio stampa romano sta lavorando – racconta il regista - contiamo molto sulla sensibilizzazione che l’AIDO può promuovere per la causa del film e il suo impegno sociale a favore della cultura della donazione, trovando nuovi schermi e nuovi spettatori oltre lo stretto”.

E al sodalizio coniugale del CAM si riconosce indubbiamente la duplice vocazione di saper attrarre finanziamenti e facilitazioni tecniche e logistiche, nella tradizione del cinema artigiano che sa tirare su un budget unendo più contributi e, insieme, quella di scegliere spesso una forte caratterizzazione sociale dei suoi progetti, come i due corti del 2011, girati da Salvatore Arimatea a Villa Mazzini a Messina (Una vita spezzata con Antonella Ponziani) e a Ganzirri (Distruggere un sogno con la cantante e attrice di musical Lola Ponce) entrambi parte del progetto di Francesca Barbera “Una strada per la vita”, e commissionati dall’Associazione Italiana Familiari Vittime della Strada per una apprezzata campagna di sensibilizzazione contro i crimini stradali.

Fiore di agave: la storia ed il cast

Venendo al film, Fiore di agave mostra al contempo la propria coraggiosa ambizione di raccontare una storia che si dipana su piani paralleli di realtà e sogno, e qualche occasione mancata nel far risaltare in perfetta coerenza e compiutezza tutte le tessere di un lavoro che cerca di affermare una dimensione autoriale e non solo commerciale.

La protagonista, Martina, una organizzatrice di eventi che si sperde dietro una storia d’amore consumato con passione carnale ma non propriamente corrisposto complicato da una gravidanza destabilizzante, ha il volto della gelese Clara Cirignotta, ballerina professionista che arriva a questa prima prova sul grande schermo dalla scuola Centro Arti e Mestieri dello Spettacolo di Catania, mentre Barbara, un personaggio caratterizzato come estremamente vitale, destinato a scuotere la coscienza di Martina e metterne in gioco le scelte (almeno sino ad un deciso ribaltamento dell’ottica con cui lo spettatore inquadra questo rapporto) è affidato alla recitazione programmaticamente sopra le righe di Ida Elena De Razza, che nella vita è una cantante di musica celtica affermata in Europa e che ha dato alle stampe anche un recente singolo pop, arrivata nel cast a ruota della mamma, Fioretta Mari. L’esperta attrice fiorentina (ma la madre, Francesca Manetti, attrice, era di San Piero Patti e nel paesino nebroideo le è stato dedicato il circolo culturale Manetti-Carrara) è una presenza che restituisce qualità al film di Arimatea - con il quale la Mari torna a lavorare dopo Ballando il silenzio -  la cui direzione attoriale non ottiene risultati egualmente inappuntabili alle prese con una certa legnosità delle due più giovani interpreti.

Il cast è completato dalla ragazzina Andrea Giada Messina, il cui personaggio ha un particolare destino ed una misteriosa ed intermittente presenza all’interno della storia, e dal messinese Lelio Naccari, in un ruolo stereotipato da portatore sano di insensibilità relazionale.

Un’interprete esperta

La Mari è nota al grande pubblico per essere l’insegnante di dizione e recitazione del talent show Amici, anche se lei è stata e continua ad essere una coach di recitazione a grandi livelli sia in Italia che tenendo  prestigiose lezioni di fonetica recitativa italiana all’Actor’s studio della famiglia Strasberg a New York. La sua è una presenza nota oltre che in televisione (i ragazzi degli anni settanta ne ricordano gli esordi con i siparietti comici con Tullio Solenghi e Beppe Grillo nella Domenica In del ’77) in teatro, è giunta a Messina prima di debuttare il 17 dicembre a Trieste in una riedizione del popolare musical della Compagnia dell’Alba, Nunsense…amiche di Maria, e al cinema, attualmente è impegnata sul set di due commedie di giovani registi italiani.

In Fiore di Agave duetta con l’inesperta Clara Cirignotta in una scena di pura commedia da madre bizzarra e un po’ vanesia ma  anche in un paio di scene drammatiche, tra cui una notturna ed onirica che occhieggia alla drammaturgia classica che grazie a lei ci è parsa una dei momenti suggestivi di questo lavoro.

Ingenuità e sfrontatezze

Un giudizio sul film, in un’epoca in cui le recensioni sono ormai una pratica archeologica, per uno spettatore cittadino alle prese con un’opera girata con le forze e le idee della città, e con la presenza del suo inconfondibile scenario paesaggistico, non può essere troppo severo.

Perché Fiore di agave conserva, al di là di certe ingenuità evidenti della messa in scena, della scrittura zoppicante di alcuni dialoghi dall’improbabile sapore esistenzialistico (un padre fantasma, col volto dell’esperto Turi Giuffrida, che dispensa pillole di saggezza) o altre volte non proprio misurati (due sponsor del film citati nello spazio di trenta secondi, un product  placement privo di timidezze che fa impallidire le bottiglie di acqua minerale Pejo e di Punt e Mes sui tavoli di certi film degli anni settanta), di un finale sorprendente ma anche sbrigativo, anche una strana e particolare sfrontatezza espressiva.

C’è un coraggio apprezzabile in alcune sequenze che mostrano un ritmo compositivo più fluido, come ad esempio le due scene di danza, una girata con profusione di carrelli laterali che la macchina da presa regala ad una platea femminile impegnata in un party di compleanno con un tema di dance elettronica che si staglia come una boccata d’aria fresca all’interno di una colonna sonora in altri momenti di un lirismo stucchevole, e una seconda con un infinito montaggio alternato tra una squadra di danzatrici del ventre impegnate a bordo piscina e gli andirivieni delle due protagoniste tra dolorose prese di coscienza lontano dalla pista da ballo e sbronze smaltite in toilette.

Specie la scena coreografata con le ballerine ricorda, per citare un beniamino dello stesso regista e di chiunque ami il grande cinema, la sequenza della danza jitterbug di Mullholland Drive di David Lynch, così come la sospensione tecnica del brusio della festa per consentire a Ida Elena De Razza di esibirsi in una scena di sospensione onirica in una versione voce e chitarra di un classico del repertorio country di Elvis Presley, quella Always on my mind che conobbe persino una cover techno dei Pet Shop Boys senza perdere di fascino, rincorre il pathos di quella Llorando intonata nell’appena rieditato film lynchiano.

Resta l’intenzione di Arimatea di omaggiare la sua città natale e di restituirla allo sguardo della macchina da presa e di seguito a quello degli spettatori, come un set privilegiato da un dono naturalistico unico. Obiettivo che è centrato a metà, perché se due scene ambientate a Piazza Duomo (una con l’immancabile granita con panna assaporata da una gigionesca Barbara) e una con un bagno notturno delle due amiche alla spiaggia del pilone, riescono a fare del set Messina uno sfondo funzionale, gli stacchi costituiti da sequenze girate con il drone che filma la falce del porto, o più volte il lungomare che da Ganzirri porta a Torre Faro o lo stesso iconico traliccio di Capo Peloro, restano dei semplici momenti di cesura cartolinesca, sguardi fugaci su viste panoramiche che forse sorprenderanno chi non ne ha conoscenza ma che chi ama lo stretto avvertirà quasi come banali.

Non può evitare che perda qua e là di fuoco il progetto di Fiore di agave, un po’ come perde i contorni lo skyline della città vista dalla sommità del campanile del duomo che le due protagoniste scalano a perdifiato per affacciarsi sulle luci della città sottostante, luci che stentano a mettersi a fuoco, brillano intermittenti, ora indistinte ora più nitide.

E non si sa come proseguirà quell’altra di storia, perché la città, fuori dallo schermo resta ancora malinconicamente abitata da non poche delle sue ombre peggiori.

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