Lunedì, 25 Ottobre 2021
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A cura di Francesco Miuccio

Il cinema “resistente”: passato, presente e futuro delle sale a Messina

Da oggi, 11 ottobre, un decreto stabilisce il ritorno alla piena capienza per cinema e teatri, cancellando l’obbligo della distanza interpersonale di un metro tra spettatori. Finalmente, il mondo della politica riporta nel cuore del dibattito su riaperture e ripartenze in sicurezza, un settore marginalizzato. Storia e scenari secondo Parlagreco

Incontrarsi con un film in sala anche a Messina è un lavoro da innamorati o da folli, spesso entrambe le cose. Spazi e tempi di programmazione sono il terreno di una continua sfida organizzativa sia per chi offre spettacolo e arte su uno schermo che per chi ne fruisce.

Nutrire sfiducia però, non serve e non è un buon servizio per la salute culturale della città.

Basta una piccola novità per rincuorarsi: da oggi, 11 ottobre, un decreto stabilisce il ritorno alla piena capienza per cinema e teatri, cancellando l’obbligo della distanza interpersonale di un metro tra spettatori. Finalmente, il mondo della politica riporta nel cuore del dibattito su riaperture e ripartenze in sicurezza, un settore marginalizzato, da quel fatidico 8 marzo del 2020 sino ad oggi, anche al netto delle effimere concessioni comprese tra un intervallo ed un altro dell’emergenza pandemica.

Proviamo a fare il punto sugli scenari più immediati che si presentano allo spettatore cinematografico messinese, approfondendo alcuni aspetti che lo interessano al pari del pubblico di ogni angolo del paese.

Dieci schermi per me posson bastare?

Per saperne di più su prospettive e mutamenti che interessano il presente e il futuro prossimo del cinema in sala, abbiamo incontrato il presidente provinciale dell’ANEC, l’Associazione Nazionale Esercenti Cinema, Umberto Parlagreco, gestore della multisala Iris (quattro schermi più uno attualmente chiuso al pubblico, quello della piccola saletta De Sica, 35 posti), nella zona nord della città. Insieme al centrale Apollo, la cui proprietà ha in gestione anche l’attiguo cine-auditorium Fasola (ex saletta Visconti) l’Iris completa il panorama dei dieci schermi disponibili in città, per venire incontro alla residua fame di cinema in riva allo stretto.

“Se penso - ammicca Parlagreco - a quando nel maggio 2005 aprirono le undici sale del Multiplex (categoria tecnica che si assegna a quelle “cattedrali” dello spettacolo cinematografico, appartenenti ai cosiddetti circuiti-cinema, che contano più di sette schermi nda.) dell’UCI Cinemas a Tremestieri, ricordo distintamente le dichiarazioni dei gestori improntate al più spietato degli obiettivi concorrenziali. Dissero agli esercenti cittadini che venivano in visita durante i lavori che le loro sale avrebbero chiuso in poco tempo. Dopo il primo lockdown invece, è stata quella struttura a non riaprire, per una scelta della multinazionale britannica che non ha ritenuto utile l’investimento. Essere sopravvissuti nonostante quella profezia di quindici anni fa mi inorgoglisce”.

Un affare di famiglia

E l’orgoglio di Parlagreco è una faccenda di famiglia, come del resto un’impresa di tradizione familiare (dalla fondatrice Maria La Scala nel ’53 sino al nipote Fabrizio che riaprì nel 1996) è quella che riguarda la citata multisala dell’Apollo.

“Ho iniziato nel 2009 – racconta - prendendo il testimone da mio padre Gianni. Anche lui cominciò da giovanissimo gestendo alcuni cinema rionali come L’Orientale, a Camaro San Paolo, il Mariella a Villaggio Aldisio e proprio il minuscolo Iris di Ganzirri, oggi diventato una birreria che sorge a fianco dell’edificio che ospita la sua moderna incarnazione, il nuovo Iris”. Il primo cinema di proprietà di Parlagreco e della compagna di una vita, la signora Vivina Guerra, popolarissima figura tra i cinefili della città (come cassiera dell’Aurora, uno dei cinema di famiglia e poi proprio all’Iris, al fianco del figlio Umberto, dopo la prematura morte del patriarca d’impresa, ha consigliato generazioni di spettatori che facevano il biglietto praticamente “sulla fiducia” sulla semplice scorta dei suoi consigli, come ai tempi della rete non ci s’immagina più) dopo quasi quarant’anni di cinema in locali in affitto, fu inaugurato, con due sale, nel 2000 (primo titolo in cartellone fu L’uomo senza ombra, il remake del classico di fantascienza degli anni trenta, L’uomo invisibile) e costituì il punto di arrivo di una percorso personale e professionale partito da lontano. Dai tempi delle doppie visioni (due film al prezzo di uno) dei cinemini della periferia, nella stagione del cinema popolare e di genere, quello degli spaghetti western minori dei Ringo, dei Sabata, dei Sartana, dei poliziotteschi violenti sfuggiti alla censura, del cinema di Kung Fu che stregava i ragazzini che a volte si imbucavano in sala a tasche vuote commuovendo la signora Nerina, di certi softcore scollacciati dal gusto provinciale, l’attivissimo Gianni Parlagreco arrivò a gestire ben cinque sale cittadine del centro sulle otto totali.

“La storia di famiglia - racconta il figlio Umberto - è una raccolta di ricordi bellissimi, dal miracolo di Nuovo cinema paradiso, più volte ricordato dallo stesso Tornatore, che all’Aurora fece settanta dei cento milioni incassati nella prima breve uscita nazionale prima del trionfo della nuova versione accorciata di 25 minuti, grazie alla passione con cui mio padre invitò ad entrare gli spettatori e a pagare all’uscita solo se soddisfatti, al lancio di Ricomincio da tre al Garden nonostante lo sconsigliassero predicendo l’insuccesso sicuro di un film comico in napoletano, alle file oceaniche fuori dal Lux per Il Mostro di Benigni, all’ incasso pazzesco di  Rocky IV, al nuovo Odeon, che consentì alla famiglia di comprare un appartamento, al Capitol aperto a metà degli anni settanta per le famiglie e lasciato nel decennio successivo all’ex socio che ne fece una sala a luci rosse, l’unica a poter garantire incassi durante la crisi del settore dovuta all’avvento delle televisioni commerciali”

Non puoi fare il film che vuoi fare

Rispetto  ai fasti irraggiungibili della più feconda stagione del cinema in sala, sono nel frattempo cambiate tante cose, a partire dal passaggio alla digitalizzazione delle copie, una decina di anni fa, con i film che arrivano non più dentro le famose pizze metalliche ma come files criptati, inviati via satellite dai distributori e proiettati grazie ad una chiave di sblocco a cadenza settimanale.

I problemi per gli esercenti sono quelli di sempre: “In Italia non puoi fare il film che vuoi fare – spiega Parlagreco – c’è un sistema completamente differente dal resto d’Europa che non consente agli esercenti indipendenti di trattare i film direttamente con la distribuzione nazionale”.

I dati contenuti nell’ultima relazione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, mostrano un settore distributivo con tanti soggetti autorizzati ma dove l’offerta  è polarizzata per il 60% degli incassi al botteghino e delle presenze, in capo alle divisioni italiane dei due colossi statunitensi, la Disney e  Warner Bros., seguiti solo ad una certa distanza dalla società di distribuzione del gruppo RAI , la 01 Distribution, che detiene una quota prossima al 10%, e con gli altri distributori che detengono quote minori. Proseguendo lungo la filiera, a definire il piano delle uscite dei titoli in sala,  non sono, come detto, gli esercizi cinematografici indipendenti (cioè non riconducibili ai circuiti che possiedono multisale dislocate in tutto il paese) in base a trattative dirette ma gli agenti regionali che hanno il monopolio dell’intermediazione dei film tra distributori e sale. Questi agenti, in Sicilia i principali sono tre e fanno base nella sede capozona di Catania, esercitano non di rado  pressioni sugli esercenti, con la prevedibile pratica di abbinare determinati titoli a ruota del noleggio di quelli maggiormente contesi. All’interno di questo complicato sistema, chi programma film si è dovuto confrontare con la crisi imprevedibile provocata dalla pandemia, che ha conosciuto dopo il primo lockdown da marzo a giugno del 2020, una seconda stagione di chiusure che, da ottobre dello scorso anno sino ad aprile di questo 2021 non ha consentito di pianificare alcunché: “Non era facile immaginare con quali film saremmo tornati ad aprire le sale, visto che occorre almeno un mese per portare un titolo a casa – continua ancora Parlagreco – i ristori sono bastati solo per affrontare la prima chiusura ma poi è stata durissima, e la strategia distributiva, nuova per l’Italia, di garantire al pubblico un’offerta cinematografica di qualità per tutto l’anno, non escluso il periodo estivo (il cosiddetto progetto Moviement nda.) è stata relativamente utile perché dopo ogni lockdown la gente non si è riversata in sala nella misura in cui la frequentava prima, è un problema di recupero culturale da progettare con pazienza”.

A seguito dell’ingresso sul mercato italiano della distribuzione cinematografica di soggetti che, in ragione del proprio modello di business distribuiscono contestualmente le opere sia nelle sale cinematografiche sia on line attraverso le famose piattaforme,  è stato adottato nel 2018  il “decreto finestre”, che intendeva regolare la questione della “finestra” temporale di programmazione esclusiva in sala indicando in almeno centocinque giorni (ridotti a sessanta per film che dopo venti giorni non avessero ottenuto incassi tali da rendere necessario l’ulteriore sfruttamento sul grande schermo) tra la data della prima proiezione e l’inizio della distribuzione dello stesso film attraverso fornitori di servizi di media audiovisivi. Questa misura, volta con tutta evidenza a supportare gli esercenti cinematografici, con l’irrompere del Covid19 ha trasformato un esperimento di rideterminazione della cadenza distributiva dei film in un modello corrente per alcune società, le quali hanno scelto di distribuire i film in prima visione mediante le piattaforme su internet e sulla home tv (eclatanti i casi dell’ultimo film di Verdone o dei cartoon della Pixar, Soul e Luca) e  la citata finestra è stata sospesa sino al 2025 mentre negli U.S.A. è  di soli 17 giorni.

I fondi e le idee

Quali strade percorrere per immaginare una programmazione che coniughi la qualità culturale con l’intrattenimento e la sopravvivenza dell’impresa cinema in attesa di un suo più energico rilancio?

Il nostro interlocutore ne indica qualcuna: “Credo occorra attirare e formare una nuova clientela fidelizzata. Ad esempio con la giusta attenzione verso la programmazione d’essai (etichetta convenzionale che storicamente identifica pellicole di significativo valore artistico e la cui commercialità non è l’elemento primario di selezione nda.) che, secondo le linee guida del settore, include, semplicemente in virtù della loro presenza nei festival, anche delle produzioni importanti e appetibili in termini di successo al botteghino come il recente Dune. Si tenga conto che il maggior finanziamento statale  a disposizione di noi esercenti – spiega – oltre al cosiddetto Tax Credit, una forma di credito d’imposta pari al 30% delle spese sostenute per chi investe nell’acquisto di apparecchi di proiezione e riproduzione digitale, per la ricezione del segnale con cui arrivano le copie, per la formazione del personale, per la ristrutturazione e conformazione delle cabine di proiezione e degli impianti – è costituito proprio dal Premio d’Essai, erogato in base ad una raggiunta percentuale (60%) di programmazione di questo tipo di pellicole, oltre ancora a premiare determinate percentuali di programmazione di film prodotti in Europa (premio Europa Cinema)”. Importante - continua - è saper scegliere all’interno di quei circuiti distributivi che reclamano grande  lungimiranza per chi vuole diversificare l’offerta nella direzione della qualità e della segmentazione del pubblico.

Il mio primo cineforum, da esercente agli esordi non fu fortunato, mi ricordo che dopo Il profeta, un bel film di Jacques Audiard, mi stracciarono le tessere in faccia per manifesta indigeribilità”.

Oggi l’unico impegno in direzione di questa proposta d’essai è quello del Cineforum Don Orione che, a cura del professore Nino Genovese, allestisce un cartellone per abbonati ospitato il lunedì nei locali del cinema Apollo e sono lontani i tempi delle rassegne nella sede originaria della saletta parrocchiale di Viale S.Martino, come lontana è la stagione della Saletta Milani di Piazza Immacolata di marmo, cinquanta posti in un appartamento accanto al duomo, dove grazie a Ninni Panzera e a pochi fidati collaboratori, dai primi anni novanta sino alla dolorosa chiusura nel 2004, passarono film e protagonisti del miglior cinema d’autore.

Tecnologie: avanti con giudizio

Non mancano nuovi motivi per credere nel futuro della passione cinematografica come rito collettivo e momento aggregante: “Una volta a settimana all’iris proiettiamo in sala i film in lingua originale. Ovviamente è possibile solo grazie alla digitalizzazione delle copie. Ritengo si possa comunque definire una scelta coraggiosa e orientata verso una proposta di cinema su un piano culturale. La tecnologia quasi sempre porta miglioramenti nella qualità dell’offerta, anche se non è sempre così o non lo è a lungo: all’Iris - rivela - fu installato il primo impianto di proiezione in 3D a Messina. Fu una stagione effimera dell’investimento tecnologico volto alla spettacolarizzazione, reso ancora più antieconomico dalla pandemia: l’ultimo 007, per fare un esempio, è uscito anche in 3D ma a parte i costi di messa in funzione ci sono aspetti più immediatamente pratici: mi ci vede a sterilizzare centinaia di occhiali ogni giorno”?

Lampi di futuro

Qualcosa di confortante e positivo per il futuro c’è: “Tra i rapporti col territorio che è importante coltivare per un esercente, più che quelli con partners istituzionali, fatalmente latitanti, indico come preziosa la fidelizzazione delle nuove generazioni”. Dopo aver tenuto una masterclass (“La sala cinematografica al tempo dello streaming”), in qualità di referente dell’ANEC, per gli studenti del DAMS cittadino, Parlagreco  ha continuato a coinvolgerli, e alcuni di loro, ad esempio, cureranno l’introduzione in sala di una pellicola storica, autentico e magnifico spartiacque stilistico nella settima arte, Fino all’ultimo respiro, diretto nel 1959 da Jean-Luc Godard, che viene redistribuita sul grande schermo dopo il restauro in 4k proprio in questi giorni.

Infine una dimostrazione di stile nei confronti del presunto nemico, lo streaming, la visione dei film fuori dalla dimensione schermica e spaziale della sala fisica, in una sua traduzione casalinga e virtuale: “Io sono per fare arrivare tutti i film a tutti – ci dice Umberto – e credo che un film come Roma del messicano Cuaron (che fu il primo film prodotto da una piattaforma, Netflix, a vincere l’Oscar nel 2018) che uscì in sala pochi giorni in contemporanea con la programmazione on demand, raggiunga questo obiettivo, a dispetto delle sale che non potrebbero certo bastare a promuovere film di cinematografie minori o progetti di nicchia ma validi. A tal proposito – illustra una esperienza di streaming molto particolare, nata nei giorni della pandemia, dal dibattito a distanza tra esercenti, in un momento di confronto e condivisione di smarrimento e voglia di resistere – l’Iris ha aderito, insieme a dieci sale italiane, tra cui alcune importanti come lo storico Farnese di Campo de’ fiori a Roma ad un progetto di streaming a pagamento di prime e seconde visioni che non troverebbero facilmente spazio in sala. Questa piccola piattaforma messa su da un piccolo circuito di esercenti,  si chiama ‘1895.Cloud’ e ci sono diverse proposte interessanti, visionabili a prezzi che vanno dai tre euro solidali ai nove, tra le quali segnalo – e noi con lui - il lungometraggio d’esordio del messinese Franco Jannuzzi, ‘Primula rossa’”.

C’è ancora tanta carne al fuoco sotto il cielo del cinema, e anche a Messina, i film aspettano chi li cerca ancora, possibilmente senza troppi steccati mentali.

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