Lunedì, 25 Ottobre 2021
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A cura di Francesco Miuccio

Senso unico, il film italo-indiano girato a Messina prigioniero digitale a Londra

Nel 1991 sbarca per la prima volta agli imbarcaderi della Caronte, Aditya Bhattacharya, un ventiseienne di Bombay, pargolo di una celebre famiglia di cineasti indiani. A distanza di vent'anni racconta a MessinaToday l'avventura di una pellicola che vede la città dello Stretto assoluta protagonista. Curiosità, cast e testimonianze

Esiste una storia in cui il cinema e lo stretto si sono incontrati dentro giorni di cui oggi non rimane traccia visibile, se non intermittenti scie luminose di ricordi e fantasmi.

Questo è uno sguardo un po’ malinconico su Senso unico, un film girato a Messina durante una ventina di giorni della primavera del 1997 e mai distribuito nelle sale, oggi visionabile in streaming soltanto sul sito inglese della più nota piattaforma mondiale di e-commerce, ed esclusivamente con pagamento elettronico di residenti britannici. Il film è come rinchiuso in una cassaforte digitale dalla quale, per motivi legali, il co-produttore inglese può liberarlo per offrirlo allo spettatore virtuale soltanto al di là della Manica. Di questo film-fantasma non si trova un solo fotogramma in rete e non è stato facile recuperare qualche testimonianza fotografica dei giorni del set. Del resto alla fine degli anni novanta non c’erano gli smartphones e le foto che furono scattate allora si sono spesso perse nei vari passaggi e prestiti o smaterializzate dentro le cartelle dei pc.

Da Bombay allo Stretto

Andiamo per ordine: nel 1991 sbarca per la prima volta agli imbarcaderi della Caronte, Aditya Bhattacharya, un ventiseienne di Bombay, pargolo di una celebre famiglia di cineasti indiani. Suo nonno materno, Bimal Roy, è uno dei più importanti registi di Bollywood (la prolifica industria cinematografica in lingua Hindi che ha appunto le sue fondamenta produttive a Bombay) autore stimato di film realisti secondi solo a quelli del bengalese Satyajit Ray, l’unico a sfondare la barriera della distribuzione europea. Il padre di Aditya, Basu, già assistente di Roy, ne aveva sposato la figlia Rinki, mamma di Aditya, attrice e futura documentarista e romanziera, e diventa in poco tempo anche lui un celebre cineasta. Aditya ha già girato un film suo, due anni prima, Raakh (Cenere), divenuto un piccolo cult nel suo paese, ed è presentandolo ad un festival a Mosca che conosce una ragazza messinese che gli racconta di questo piccolo posto sul mare, lontanissimo, non solo geograficamente, dal caos metropolitano di Bombay. Succede che qualche mese dopo, diretto a Londra per discutere un importante progetto, il ragazzo faccia scalo in Italia e decida d’impulso di spingersi sino in Sicilia a trovare l’amica ed altri giovani messinesi di cui attraverso una corrispondenza ha imparato a conoscere le storie. Dopo una settimana, quando lo accompagnano alla nave, sa già di voler tornare. Finirà, tra un visto turistico di sei mesi e l’altro, per restarci sette anni, lavorando come cuoco in uno dei primi ristoranti etnici cittadini, poi montando i servizi giornalistici e curando l’archivio dei filmati a Telecineforum, emittente cittadina gestita dall’Istituto Don Orione.

Raggiungiamo Aditya Bhattarachya in Spagna, a Barcellona, dove oggi vive.

“Il mio amore per Messina è una di quelle passioni che non finiscono mai. L’ultima volta sono venuto due anni fa, poco prima dello scoppio della pandemia, mi commossi alla vista dello stretto, un posto pressoché unico”.

La sua storia aiuta a comprendere il percorso che lo portò ad imboccare il “Senso unico” di un progetto di vita particolare:”A 20 anni, nato dentro una famiglia in cui si respirava cinema, avevo un rifiuto per quel destino. Poi - continua - seguii una ragazza ad uno stage di storia del cinema in un Film Institute del mio paese. E lì fui folgorato, come raggiunto da un raggio di luce, nel momento in cui proiettarono Otto e mezzo. Il capolavoro di Fellini era diverso dai classici indiani, che riflettevano la realtà della ricostruzione dopo la guerra, con sguardo neorealista, debitore dei vostri De Sica e Rossellini. Otto e mezzo era invece un film onirico che non avresti saputo raccontare a qualcuno ma che nel momento in cui lo guardavi si rivelava chiaro e coerente. E Fellini è restato il maestro assoluto della mia ispirazione per tutte le cose che ho pensato e girato. Una volta - rivela- riuscii a berci insieme un caffè a Piazza del Popolo a Roma, grazie a due truccatori che gravitavano nel suo cinema e che lavorarono con me in Senso Unico. Non posso dire che ci fu altro che qualche minuto di cordialità, ma ovviamente non lo scorderò mai.

La nascita del progetto: la città vista da uno straniero

“Dopo quei primi sette giorni trascorsi a Messina – continua a raccontare - mi restò dentro quella sensazione di familiarità, di spontanea e disinteressata connessione umana con persone che non parlavano inglese e con cui spesso ci si comprendeva a gesti. Nonostante il successo del mio primo film in patria, non ero felice, non volevo fare i film come Bollywood richiedeva di fare, mi scocciava anche l’attenzione di certi giornali. Così scelsi l’Italia, anzi scelsi Messina. Erano anni difficili, gli anni novanta italiani – ricorda - coltivai senza troppe illusioni questo progetto, nel frattempo scrissi la sceneggiatura con Lorena Dolci e non smisi di cercare finanziamenti, coinvolsi amici indiani e stranieri e finalmente nel ’97, Senso unico era pronto a diventare un film. Fu una coproduzione italo-indiana, con l’inglese Garwin Spencer-Davidson a fare da collante.

Il produttore romano Gianluca Arcopinto non scese mai a Messina perché impaurito, a suo dire, dalla presenza della mafia, ma mandò due delegati di produzione che furono due mastini incaricati di controllare e discutere, senza troppa fortuna vista la sostanziosa quota di maestranze indiane, le scelte di lavorazione”. A sorprendere nel suo racconto è che l’intreccio da commedia fantasy di Senso unico pare sia rimasto sempre in secondo piano rispetto ad una sorta di omaggio ad un’atmosfera, ad un mood urbano da restituire nella sua diversità culturale: “La mia ambizione era girare una storia rispettando l’idea originaria del mio soggetto, che era restituire Messina vista con i miei occhi di straniero”.

Così si spiegano alcune scelte di ambienti e temi: “C’è una scena che mi è cara, tutta girata dentro il ristorante le cui vetrate si affacciano sull’imbarcadero dei traghetti. La concepii in quella location perché di Messina mi ha sempre colpito il suo destino di luogo di passaggio, dove vedi continuamente sbarcare persone dirette altrove e partirne altrettante”. E non mancano certe vivide notazioni ambientali: “Nel mio film il protagonista si rivolge a personaggi poco raccomandabili per procurarsi piccoli vantaggi più pratici che economici. Era il mio modo per parlare della malavita che in città esisteva ma aveva un volto tradizionalmente meno prepotente che a Catania. Eppure ai tempi del mio soggiorno a Messina non c’era negozio del centro che non pagasse il pizzo. Nel raccontare della collisione tra l’ingenuo Francesco e la mafia cittadina cercai di usare la leggerezza,  un po’ come nei film di Fellini, dove i cattivi non somigliano a quelli di altri film, ma sono buffi, certe volte persino simpatici”.

Un film chiuso in cassaforte

Sui problemi sorti sul set e sulle tensioni tra i responsabili della produzione, di cui abbiamo sentito e di cui gli chiediamo, Aditya è categorico: “Mi sono sempre assunto la responsabilità del progetto dal punto di vista creativo ma su quello produttivo non ero capace né avevo voglia di fare da mediatore tra i giochi di potere dei vari delegati romani e certamente in una produzione a basso costo come era concepito Senso unico (Aditya non conferma, perché qualche disputa sul budget fu la pistola fumante che giustiziò il suo film-sogno, ma le informazioni raccolte raccontano di un preventivo di 900 milioni di lire quando il costo medio di un film italiano sfiorava i cinque miliardi, costi che è difficile credere non siano stati sforati ndr.) non mancavano piccoli e grandi problemi ma sono sicuro che gli attori, anche quelli famosi, non hanno respirato alcuna tensione, anzi contribuirono a mantenere il clima sereno”.

Il film fu comunque terminato, e dopo lo spostamento  e la fine della postproduzione (il montaggio delle immagini e il missaggio e la sincronizzazione dei suoni e delle musiche) in India, la copia girò per alcuni festival internazionali, Austin, Seattle e il prestigioso IIFR di Rotterdam raccogliendo - racconta il regista – sinceri apprezzamenti, ma intanto qualcosa nella macchina finanziaria che aveva sostenuto l’impresa si era irrimediabilmente rotto.

La postproduzione  si era spostata, dalla prevista sede romana, a Bombay a causa della morte di Basu Bhattacharya. “Fu una scelta - spiega Aditya -  a cui mi obbligò il dramma della morte di mio padre. Proprio due giorni prima l’avevo sentito al telefono dall’ospedale mentre mi imponeva con fermezza di finire il mio lavoro prima di venire a trovarlo. Tornato a casa non riuscivo a pensare ad altro che a stare accanto alla mia famiglia. Così, il produttore indiano si offrì di coprire le spese che per contratto erano a carico degli italiani”.

Oltre a Gianluca Arcopinto, la squadra di finanziatori italiani, vedeva impegnato Massimo Vigliar, allora produttore non pienamente affermato, che entrò in frizione con Shivanand Shetty, industriale tessile con l’hobby dei film con la sua Bengal Tiger Pictures.

 “Cominciarono a scontrarsi su un nuovo contratto - svela Aditya - che doveva regolare lo spostamento della postproduzione in India. Erano entrambi caratteri forti e impulsivi, litigarono e decisero che avrebbero bruciato l’investimento nel film pur di non avere più a che fare l’uno con l’altro. Tutto quello che mi riuscì di fare fu portare il negativo della pellicola in un posto neutrale. Pensai a Londra e a Garwin Spencer-Davidson, il coproduttore inglese, e lì fu custodito dopo aver anche fatto un riversamento in digitale della copia per proteggerla dal deterioramento”..

Oggi il film, che fu proiettato in un’anteprima riservata agli addetti ai lavori in un cinema romano, alla presenza del Console indiano, ma mai distributo, non lo può vedere nessuno al di fuori dell’Inghilterra, ma soprattutto, dice Aditya:”La cosa per me inaccettabile è non averne una copia, non poterlo mostrare ai miei figli, ormai ventenni e peraltro di madre siciliana”.

La storia ed il cast

Non ha una copia del film neanche Lorena Dolci, che oggi gira documentari divulgativi a Catania. Fu lei ad affiancare Aditya nella scrittura di un copione, concepito in inglese, che raccontava una storia il cui protagonista era un giovane e talentuoso disegnatore, Francesco, a cui presta il volto il canadese Lothaire Bluteau che qualche anno prima aveva raccolto premi ed elogi per Jesus De Montreal. Per sbarcare il lunario il ragazzo ripara bici rubate che gli portano piccoli delinquenti locali ma soprattutto decide di ripiegare con estremo pragmatismo sulle tavole, come si chiamano in gergo le vignette, dei fumetti porno.

“Questa idea – spiega la sceneggiatrice, che è stata gentile a metterci a disposizione qualche foto che scattò sul set – fu ispirata dall’esperienza realmente vissuta da Ciccio, un nostro amico che poi ha finito per fare il disegnatore professionista a Roma”.

La trama, di cui Lorena ci regala un sunto, conosce una svolta sentimentale quando Francesco si innamora di Yasmin, giovane e bellissima attrice impegnata in città sul set di un film girato da Harry Archer,  un regista nevrastenico ed intrattabile. Questi personaggi furono rispettivamente interpretati da Laila Rouass, londinese di sangue indiano-marocchino che in seguito farà carriera nelle serie tv britanniche e il texano L.M . Kit Carson, già attore protagonista del cult David Holtzman’s diary e sceneggiatore in coppia con Sam Shepard nientemeno che di Paris,Texas di Wim Wenders dove recitava Hunter, il piccolo figlio di Kit e della moglie Karen Black icona del cinema americano dei settanta. A completare la squadra attoriale di Senso Unico (il titolo del film - ci chiarisce Lorena Dolci aveva la valenza di direzione obbligata, a richiamare il bivio esistenziale di Francesco oltre ad un richiamo più prosaico ai sensi fisici) a Messina arrivò Stefania Rocca, lanciatissima dopo Nirvana di Salvatores e scelta per la parte di Ghibellina, il personaggio creato dal fumettista per le sue tavole erotiche, che si materializza evocata dalla fantasia del suo autore (un’idea che ricorda un po’ quella di Fuga dal mondo dei sogni, con Gabriel Byrne e Kim Basinger nelle parti del fumettista e della sua eroina ndr.) per diventare il suo sensuale “grillo parlante”, la sua consigliera sentimentale.

I messinesi del film

Non c’erano solo attori famosi nel cast. Anche alcuni messinesi girarono in quei giorni del ’97.  Fu Ninni Bruschetta, nel ruolo dell’editore di fumetti porno per cui lavora Francesco, ad aprire il film ma l’apparizione dell’apprezzato attore non protagonista di film e sceneggiati e animatore della scena teatrale cittadina è un semplice “cammeo” per il quale, per accordi intercorsi, non venne nemmeno accreditato e non compare nei cast delle schede filmografiche.

Fu invece Sasà Neri, oggi molto attivo a teatro come regista e coach per giovani attori, con cui Aditya aveva trascorso le sue prime serate messinesi, ad avere il proprio nome accanto a quelli dei più titolati colleghi:“Fu pazzesco girare nei posti dove trascorrevo le serate nella sonnolenta Messina degli anni novanta. C’è una scena che ricordo con affetto: al bar di Piazza Duomo, il ritrovo Fellini - Aditya e Lorena mi avevano  ritagliato il ruolo di un pasticcere – mostravo a Lohaire Bluteau e Laila Rouass come si mangia la granita messinese, dalla liturgia del distacco del “tuppo” sino al mescolare di panna e caffè”. Fu una delle scene del film che fu più apprezzata ai festival esteri. Sempre in quella piazza ricordo le scene notturne, molto malinconiche, in cui i personaggi di Francesco e Sasà, il mio portava il mio nome, si confidano e consolano a vicenda”.

A recitare in Senso Unico c’era anche Giampiero Cicciò, giovane ma con una formazione e una carriera teatrale collaudata, che oggi prosegue tra palcoscenico e fiction televisiva. Il suo ricordo di quell’esperienza, è agrodolce:”in città fummo in diversi a partecipare a quell’avventura, con entusiasmo e compensi quasi simbolici. Terminate le riprese però - si rammarica Cicciò -  non mi fu possibile avere più alcuna notizia del destino del film, né di poterlo vedere. Ho invano contattato gli autori ma evidentemente le traversie produttive del film, che pur comprendo, hanno influito sulla cura dei rapporti personali o sulla semplice attenzione alla cortesia. E’ un peccato che sia mancato questo oltre all’uscita in sala”.

Nella troupe c’era anche Christian Bisceglia, lontano dai suoi esordi registici. E’ lui a offrire qualche aneddoto sulla lavorazione:“Ero una sorta di location manager, mi occupavo di individuare scorci della città funzionali alla storia. Si girarono, ad esempio, delle scene sulla panoramica dello stretto, allora totalmente chiusa al traffico per lavori e con ciò ancora più funzionale per filmare le corse in moto del protagonista. Un’altra scena in moto vide protagonista Stefania Rocca, che nei panni di Ghibellina inforcava una Harley che apparteneva al sottoscritto che si occupò anche di insegnarle a guidarla (a quanto racconta Sasà Neri però, alla fine le scene con lei sulla moto furono girate sulla litoranea con la moto completamente ferma e lei a mimarne la guida ndr.). Non era sempre semplice raccordare gli ambienti - ricorda ancora Bisceglia -  con cui si componeva una scena, mi ricordo l’azzardo di accostare gli interni di una nota pasticceria con quelli del teatro della Sala Laudamo. La troupe tecnica indiana - per giunta - aveva ritmi forse sin troppo rilassati e le attese potevano diventare estenuanti anche solo per scaricare dal Tir un treppiede”.

Nello Mastroeni, uno dei fondatori dei Kunsertu, che appaiono in azione anche in una sequenza del film, curò la colonna sonora insieme a due musicisti indiani e per questo fu uno dei pochi italiani che seguirono il regista nel lavoro di postproduzione all’estero:“Fu un’emozione molto forte - ci racconta - mi catapultai a Bombay dall'Etiopia dove vivevo in quel periodo. Fui chiamato per alcuni brani strumentali che avevo scritto in precedenza e mi chiesero di scrivere anche dei testi. Preso dal panico, ebbi un'illuminazione: chiamai al gran consulto il produttore ed il regista e spiegai che c'era bisogno che un brano fosse cantato in inglese e così Adythia diede un grosso contributo nella stesura del testo. In un altro chiamammo un poeta che trasformò il testo in lingua Indi ed infine vollero che ci fosse anche un testo in siciliano. Lo scrissi seduta stante ma non essendo un cantante non lo cantai ma lo recitai, rappandolo un po', pur non essendo un rapper”!

L’illusione e la speranza

Forse non tutto filò liscio nel piano di lavorazione, come è normale che fosse sul set di un film nato dal pervicace desiderio dei suoi giovani ed entusiasti autori non proprio circondati dalla fiducia generale, come testimonia lo stesso regista:”Già dai tempi in cui io e Lorena scrivevamo il film, gli amici non mancavano di scherzare sulla nostra ambizione a vederlo un giorno realizzato”.

Prima che la guerra tra i produttori condannasse il film all’oblio però, la parabola di Senso Unico conobbe momenti di entusiasmo e febbrile attesa. Il 5 maggio 1997 fu presentato alla stampa nella sala del Comune di Messina, alla presenza dell’ assessore Gaetano Giunta e del cast, mentre durante il Messina Film Festival diretto da Francesco Calogero, una proiezione al cinema Apollo di un film in concorso venne preceduta da quella di, tre minuti di ciò che oggi si chiama “teaser”, un’anteprima del girato di Senso unico tesa a creare favorevoli aspettative. Tra i ricordi di chi c’era resta soprattutto quello di una panoramica notturna dello stretto girata sulla spiaggia del pilone a Torre Faro, in un formato panoramico e con una resa fotografica che sembrava degna di un kolossal. Una singola inquadratura che, grazie alla magia naturale dello scenario, era davvero “bigger than life”, certamente più grande di quanto riuscì a diventare il film.

A distanza di più di venti anni, il sogno di una proiezione a Messina di un film finalmente liberato dalle catene delle reciproche liberatorie non concesse tra gli invecchiati produttori Vigliar e Shetty, che Aditya sogna ancora di mettere davanti ad un bicchiere, non è però scomparso, alimenta la piccola ma appassionata leggenda di una pellicola fantasma girata interamente in una città la cui proverbiale vocazione di luogo di transito ricorre anche nel ricordo del regista che, con il suo italiano ancora buono che indulge nelle suggestioni liriche, ci dice:“se Messina fosse una donna sarebbe amata come chi lo è solo per qualche giorno, come se non ci possa essere un rapporto duraturo. Eppure io mi sento a casa ogni volta che torno. Quel film voleva rendere l’effetto che Messina e i messinesi hanno avuto su di me e spero che un giorno si possa condividerlo nel buio di una sala”.

Chi ama il cinema e la capacità che ha di accendere le vite con storie dentro e fuori lo schermo, e soprattutto chi continua ad amare nonostante tutto la città di quella storia, non può che augurarselo insieme a lui.

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